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De-normalizzare la memoria con il comandante Edelman

Una riflessione per la giornata della memoria

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Sperando nel nostro piccolo di dare un contributo utile alle riflessioni della Giornata della Memoria abbiamo deciso di postare la traduzione in italiano della lettera aperta che Marek Edelman, uno dei leader dell’insurrezione nel ghetto ebraico di Varsavia del 1943, ha indirizzato nel 2002 ai leader militari e ai combattenti palestinesi.

Questa lettera ha provocato alcune polemiche, soprattutto in Israele, dove molti ritennero inaccettabile che Edelman non definisse i palestinesi “terroristi”[1].

A tutti i leader delle organizzazioni militari, paramilitari e guerrigliere palestinesi.

A tutti i combattenti dei gruppi militanti palestinesi.

Il mio nome è Marek Edelman, sono l’ex vice comandante dell’organizzazione militare ebraica in Polonia, uno dei leader dell’insurrezione nel ghetto di Varsavia.

Nel memorabile anno dell’insurrezione – il 1943 – noi combattevamo per la sopravvivenza della comunità ebraica a Varsavia. Noi combattevamo semplicemente per la vita, non per un territorio, non per un’ identità nazionale.

Noi combattevamo con disperata determinazione, ma le nostre armi non sono mai state puntate contro civili indifesi. Noi non abbiamo mai ucciso donne e bambini. In un mondo privo di principi e valori, nonostante un costante pericolo di morte, noi rimanemmo fedeli a questi valori e principi morali.

Noi eravamo isolati nella nostra lotta e tuttavia il potente esercito nemico non era capace di distruggere questi ragazzi e ragazze male armati.

La nostra lotta nel ghetto di Varsavia durò diverse settimane, più tardi combattemmo in clandestinità e nell’insurrezione di Varsavia del 1944.

Tuttavia in nessuna parte del mondo una forza di guerriglia può riportare una vittoria decisiva, né in nessuna parte del mondo la guerriglia può essere sconfitta da un esercito ben armato.          Perciò la vostra guerra non può giungere a nessuna soluzione. Il sangue continuerà a scorrere invano e vite saranno perdute da entrambe le parti.

Noi non siamo mai stati incuranti della vita umana. Non abbiamo mai mandato i nostri combattenti incontro a morte certa. La vita è solo una per tutta l’eternità. Nessuno ha diritto di gettarla via senza riflettere. È giunto il momento per tutti di capire proprio questo.

Basta guardarsi intorno. Guardate l’Irlanda. Dopo 50 anni di guerra sanguinosa la pace è arrivata. Persone che erano state nemici mortali si sono sedute attorno allo stesso tavolo. Guardate alla Polonia, a Walesa e a Kuron. Senza che un colpo fosse stato sparato il criminale sistema comunista è stato sconfitto.

Sia voi che lo Stato d’Israele dovete radicalmente cambiare il vostro atteggiamento. Dovete volere la pace, al fine di salvare la vita di centinaia e forse migliaia di persone, e per creare un futuro migliore per i vostri cari, per i vostri figli.

So per esperienza personale che l’attuale svolgersi degli eventi dipende da voi, i capi militari. L’influenza dei politici e degli attori civili è molto più piccola. Qualcuno di voi ha studiato nell’università della mia città [a Varsavia], qualcuno di voi mi conosce.

Siete saggi e abbastanza intelligenti da capire che senza la pace non c’è futuro per la Palestina, e la pace può essere ottenuta solo al costo di alcune concessioni accettate da entrambe le parti.

Marek Edelman, 10 Agosto 2002.

Marek Edelman nacque  nel 1919 in Polonia, fin da giovanissimo militò nel Bund, il partito socialista ebraico di ispirazione marxista che criticava il sionismo e si batteva per l’emancipazione degli ebrei all’interno nei loro paesi natali.

Appena ventenne, nel 1942 entrò nei gruppi di combattimento clandestini presenti all’interno del ghetto di Varsavia. Fu vice-comandante dell’insurrezione con cui gli ebrei del ghetto tennero testa all’esercito nazista per un mese. Fu tra i pochi che riuscirono a mettersi in salvo raggiungendo la parte “ariana” di Varsavia, lì continuò a lottare in clandestinità prendendo parte anche insurrezionale del 1944.

Dopo la Guerra Edelman divenne uno stimato chirurgo, rimase in Polonia rifiutandosi di emigrare in Palestina. Rifiutò di andarsene dalla propria patria anche quando la campagna antisemita del 1967 lo privò momentaneamente del suo posto di lavoro. A chi gli domandava perché rimanesse rispondeva: «Qualcuno deve restare con tutti quelli che sono morti qui». Negli anni ’70 sostenne il «Comitato di difesa dei lavoratori» (sigla polacca KOR), la prima organizzazione sindacale indipendente dal regime, formata da comunisti dissidenti. Negli anni ’80 fu al fianco del movimento sindacale cattolico Solidarnosc rifiutando nel 1983 di partecipare alle cerimonie di regime per il 40° anniversario dell’insurrezione del ghetto di Varsavia.

Partecipò alle trattative che portarono al crollo del regime e negli anni ’90 prese più volte posizione a favore delle minoranze perseguitate e in difesa della laicità dello Stato.

Il 10 agosto 2002, nel pieno della seconda intifada, pubblicò la sua lettera aperta ai leader dei gruppi armati palestinesi. Questo testo provocò grande scandalo in Israele. Edelman è morto nel 2009, il suo funerale si è svolto a Varsavia il 9 ottobre.

La bara era avvolta nella bandiera rossa del Bund.

 In questo video alcune immagini del funerale accompagnate dall’Inno del Bund.

Per noi la lettera di Marek Edelman è un documento di notevole valore sia perché testimonia l’ineguagliato orrore della Shoah, ribadendo le ragioni e la natura morale della resistenza al nazifascismo, sia perché affronta di petto i nodi del nostro presente.

Senza alcuna retorica Edelmann evoca i  compagni caduti e agli ideali che li animavano non per legittimare una delle fazioni impegnate nella macelleria mediorientale, ma bensì per incitare al rispetto della vita umana e alla ricerca di un accordo di pace.

La sua memoria, viva e combattente, ci parla con forza del passato e ci consente di immaginare un futuro.

Abbiamo scelto di postarla su questo blog perché ogni anno la ricorrenza della Giornata della Memoria costituisce una grande occasione ed un grande rischio. L’opportunità è quella di un’occasione che stimoli a studiare, approfondire, riflettere; il rischio è quello di limitare il tutto alla cerimonia di una sorta di religione laica finalizzata far apparire lontanissimo dal nostro radioso presente democratico il cupo passato dei campi di sterminio.

La Shoah è stata un evento la cui tragicità non ha eguali nella storia dell’umanità, ma è stata anche un concreto evento storico ed in quanto tale va studiata. Solo dallo studio dei meccanismi concreti dello sterminio può partire una seria riflessione sul nostro presente e su che cosa significhi realmente oggi «avere memoria di Auschwitz».

Riteniamo non ci sia affatto bisogno di cerimonie formali in cui sentirci tutti buoni democratici, tutti affratellati nell’esecrazione del passato e nell’esaltazione dello stato di cose attuale. Crediamo non si possa fare torto peggiore alle vittime dei campi di sterminio che utilizzarli per «pacificare» il presente, per censurare e nascondere i conflitti reali esistenti all’interno delle nostre società, o peggio per sancire la superiorità «morale» del democratico (e capitalistico) occidente sul resto del mondo.

Occorre invece cogliere l’occasione della Giornata della Memoria per riflettere sull’effettiva distanza tra l’ Europa nazista e quella odierna. Come ha scritto Enzo Traverso nel saggio «Fare i conti col passato, storicizzazione del nazismo e memoria dei vinti» (presente nella raccolta di saggi Insegnare Auschwitz. Torino: Bollati Boringhieri, 1995, pp. 4-18):

«La Soluzione finale è nata in seno alla società moderna nella quale oggi siamo inseriti e il brivido alla schiena provocato da questa parola non è soltanto dovuto alla prossimità temporale della seconda guerra mondiale, ma anche alla coscienza di un cordone ombelicale che continua a legarci al mondo sociale da cui è scaturito l’orrore. Superficialmente, il paesaggio è certo mutato, ma le sue coordinate di fondo non sono state rimosse. Se la chiave per interpretare Auschwitz risiede nell’incontro tra la biologia razziale del nazismo e la razionalità strumentale della società industriale moderna, siamo immediatamente costretti a constatare che uno dei due elementi di questo binomio infernale continua ad abitare il nostro presente.

[…] storicizzare il genocidio ebraico non vuol dire normalizzare il passato ma al contrario de normalizzare il presente. Riconoscendo che viviamo nello stesso mondo che ha generato Auschwitz poniamo il problema della nostra responsabilità storica nei confronti del passato e del nostro agire nel presente».

Affrontare queste tematiche significa cercare di uscire dalle narrazioni puramente «sentimentali» o dogmatiche, abbandonare ogni didattica autoritaria per cercare di dare vita ad un’educazione che si basi sull’immaginazione, sul coraggio, sulla responsabilità.

Di qui la necessità di «esporsi» come educatori e come persone, di affermare fuori da ogni retorica e a voce alta il nostro interesse e la nostra preoccupazione per il presente. Quanto scriveva Traverso nel 1995 è più che mai attuale:

«I meccanismi sociali, politici e psicologici sfociati nel genocidio degli ebrei possono riprodursi oggi, sebbene in un contesto mutato e su scala diversa, colpendo in primo luogo altre minoranze indifese, esposte all’intolleranza, alla xenofobia e alla violenza razzista: gli immigrati, i neri, gli arabi, gli omosessuali, gli “antisociali” … Educare dopo Auschwitz significa non accettare la più piccola manifestazione di razzismo né la più piccola discriminazione, significa non contemplare il passato ma interrogarlo alla luce del presente».

Ricordiamo che Marek Edelman ha scritto alcuni libri e ha rilasciato diverse interviste, su lui si può leggere:

Il ghetto di Varsavia lotta

Marek Edelman; a cura di Wlodek Goldkorn.

Firenze: Giuntina, 2012.

Arrivare prima del Signore Iddio: conversazione con Marek Edelman

Hanna Krall ; traduzione di Ludmila Ryba e Janina Pastrello ; prefazione di Gad Lerner.

Firenze: La Giuntina, 2010

C’era l’amore nel ghetto

Marek Edelman. Testo raccolto da Paula Sawicka ; edizione italiana a cura di Wlodek Goldkorn, Ludmila Ryba e Adriano Sofri.

Palermo : Sellerio, 2009

Il guardiano: Marek Edelman racconta

Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn

Palermo: Sellerio, 1998

Il ghetto di Varsavia: memoria e storia dell’insurrezione

Marek Edelman, Hanna Krall ; introduzione di David Meghnagi ; prefazione di Pierre Vidal Naquet.

Roma : Città Nuova, 1985.

[1] Il testo in inglese della lettera di Edelman che abbiamo tradotto viene da un sito web statunitense di area liberal (http://www.dailykos.com/story/2009/10/16/793916/-Anti-Zionist-legacy-of-Warsaw-Ghetto-resistance-fighter-Marek-Edelman), per scrupolo abbiamo controllato che il testo corrispondesse a quello presente su di un sito filo-israeliano (http://www.israele.net/il-terrorismo-palestinese-non-una-barzelletta). Per le dichiarazioni di Edelman e sulle polemiche successive alla pubblicazione della lettera rimandiamo all’articolo del «Corriere della Sera» che trovate qui http://archiviostorico.corriere.it/2002/agosto/10/eroe_Varsavia_appello_partigiani_palestinesi_co_0_0208107318.shtml

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1 commento

  1. […] La lettera del 10/8/2002 di Marek Edelmann in occasione del processo contro il comandante Marwan Barghouti, lettera in cui lui, ebreo, già […]

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