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Una zia «quasi infoibata»

Una storia familiare e qualche riflessione sui confini, la memoria e la didattica della storia

Di Tommaso Baldo

Monumento agli irredentisti caduti tra le fila italiane nella guerra 1915-1918. Rovereto (TN), Piazza Podestà.

Monumento agli irredentisti caduti tra le fila italiane nella guerra 1915-1918. Rovereto (TN), Piazza Podestà.

Ogni 10 febbraio, «Giorno del ricordo», in Italia si riaccende il dibattito a proposito degli eventi che interessarono il confine orientale durante e subito dopo la seconda guerra mondiale. Questo dibattito e soprattutto questo post (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=20327#more-20327 ) di Fabrizio Filipaz sul blog Giap mi hanno spinto a cercare di ricostruire una vicenda legata alla mia famiglia. Si tratta della storia di una prozia che si potrebbe definire, secondo la vulgata più diffusa oggi in Italia, «quasi infoibata». Nel raccontare la sua storia non ho nessuna pretesa di trattare con completezza la storia del confine orientale, cerco solo di contestualizzare una memoria famigliare e di intersecare il racconto di mia zia con altre memorie, osservandolo secondo prospettive diverse.

Mia prozia, Bisesti Adele, era nata nel 1921 a Cimone, un paese  aggrappato sui fianchi delle alture che sovrastano la val d’Adige, poco più a sud di Trento, nella appena «redenta» a carissimo prezzo di vite umane «Venezia Tridentina». Aveva appena vent’anni quando venne mandata a svolgere il suo lavoro di maestra in un’altra terra «redenta» alla stessa maniera: nella «Provincia del Carnaro», quella di cui era capoluogo Fiume. Ma andiamo con ordine.

«I sacerdoti voluti dal Duce»

Io mia zia Adele la ricordo come una donna minuta con dei modi quasi «nobiliari», che la identificavano subito come una persona con una certa cultura ed un certo stile, insomma si capiva in fretta che aveva fatto la maestra per tutta la vita. Si trattava però anche di una donna forte, un’appassionata di montagna che si è fatta tutte le ferrate del Brenta e che da pensionata aveva girato il mondo, soprattutto per dare una mano nelle missioni cattoliche sparse per  Sud America, Africa e Asia.

Ma com’era mia zia a vent’anni? Cerco di non pensare alla persona che ho conosciuto io ma alla persona che doveva essere allora, o meglio cerco di immaginare una ragazza con la personalità di mia zia nel contesto di allora.

Adele era nata nel 1921, figlia di contadini a Cimone. L’anno dopo nacque anche sua sorella Giuditta (mia nonna paterna). Sempre nel 1922 alle due bambine venne a mancare il padre, Germano Bisesti, stroncato da una peritonite, ed esse crebbero affidate alle cure della madre Valeria e dei nonni. Nonostante la perdita di Germano la famiglia Bisesti era riuscita a mettere due soldi da parte; così quando alla fine delle elementari le insegnanti assicurarono che Adele aveva la testa sufficiente per continuare a studiare, sua madre e suo nonno decisero, dopo un lungo travaglio, di mandarla a Trento presso l’istituto delle suore di Maria Bambina. Era il 1933, l’anno in cui Hitler si impadronì del potere in Germania.

La retta dell’istituto era di 180 lire al mese e per farsi bastare i soldi Adele dovette fare quattro anni in due, conseguendo nel 1935 la licenza media. In quell’anno l’Italia aggredì l’Etiopia. Per gli italiani iniziavano dieci anni di guerre nel nome del duce e per gli etiopi a sei anni di sanguinaria occupazione e di valorosa resistenza che non avrebbe concesso agli invasori un attimo di tregua.

Mia zia frequentò poi i tre anni di magistrali presso l’istituto Rosmini di Trento, dove si diplomò nel 1938; era l’anno delle leggi razziali fasciste e dell’ultima disperata offensiva repubblicana in Spagna, l’anno del patto di Monaco tramite il quale Inghilterra e Francia, con la mediazione di Mussolini, regalarono ad Hitler la Cecoslovacchia con le sue materie prime e le sue fabbriche di armi.

Nel gennaio 1939 Adele fece le sue prime supplenze sostituendo nella scuola di Cimone la sua ex-maestra, la signora Recla. Aveva diciassette anni e poté portare a casa il suo primo stipendio: 330 lire. Prima che iniziasse un nuovo anno scolastico l’esercito nazista, ben presto imitato da quello sovietico, diede inizio all’invasione della Polonia.

Nell’estate del 1940 Giuditta, la sorella minore di Adele, concluse l’apprendistato come sarta e la famiglia Bisesti si trasferì da Cimone ad Aldeno, cioè dalla montagna alla sottostante val d’Adige; lì mia nonna Giuditta avrebbe conosciuto il suo futuro marito Natale Baldo. Mia zia continuò con le supplenze a Cimone anche nell’anno scolastico 1940-1941, il primo anno scolastico di guerra per l’Italia[1].

Cosa significava fare la maestra nell’Italia e nel Trentino del regime fascista? Direi che lo esprime al meglio un brano del discorso tenuto dall’ispettore scolastico Ilario Dossi nel 1933, nel decennale della riforma dell’istruzione:

«I nostri maestri, nella loro gran maggioranza sono veramente i sacerdoti voluti dal Duce, giacché mettono il compimento del dovere al centro della loro vita, si assoggettano a severa disciplina e lavorano con passione attorno ad un’opera che non ha tregua, che va dalla scuola elementare alle organizzazioni giovanili fasciste, al dopolavoro, alle opere assistenziali, alle scuole serali, alle colonie marine e montane, agli aiuti disinteressati di ogni genere alla popolazione tra cui vivono»[2].

Conoscendo mia zia suppongo che fosse esattamente il tipo di insegnante descritto da Dossi: una maestra innamorata del proprio lavoro, sinceramente preoccupata di dare quanto più poteva ai bambini cui insegnava. Ma anche lei, supplente diciassettenne (precaria, proprio come molti insegnanti di oggi), aveva il ruolo di  «sacerdotessa del Duce». È questa probabilmente una delle cose più atroci dei regimi totalitari, e probabilmente di tutte le forme di potere, la capacità di usare i lati migliori delle persone per realizzare scopi ignobili.

Una maestra dell’epoca infatti non doveva solo sottoscrivere la tessera del Partito Nazionale Fascista ed incitare ad aderire alle organizzazioni giovanili del regime, doveva fare ben di più: doveva insegnare il fascismo, farlo coincidere con il senso di appartenenza ad un popolo e ad una cultura.

Se scorriamo il testo di Quinto Antonelli «Storia della scuola trentina dall’umanesimo al fascismo» scopriamo come la scuola dell’epoca presentasse una didattica ispirata alle riflessioni del pedagogo Giuseppe Lombardo Radice. Radice fu il teorico di una scuola che doveva mettere «al centro il bambino», nella quale l’apprendimento traesse spunto dal mondo che circondava l’alunno, dalle sue esperienze quotidiane. Una «scuola attiva» in cui dovevano trovare posto lo studio dell’ambiente circostante, il disegno, il lavoro manuale e la pratica di far tenere agli alunni un diario personale[3].

Queste riflessioni vennero però messe in pratica all’interno di una scuola sottoposta alle istanze del regime. Durante il ventennio fascista si passò però dall’idea di una scuola con «al centro il bambino», a quella di una scuola con «al centro il balilla». Ovvero una riflessione pedagogica innovativa e più aderente ai bisogni degli alunni era stata pervertita ed utilizzata come strumento di controllo e di irreggimentazione totalitaria dei bambini.

Seguiamo lo svolgimento di un anno scolastico ricostruito da Quinto Antonelli sulla base dei documenti dell’epoca:

«Apriamo a caso un registro della scuola maschile di Rovereto: anno scolastico 1938-1939, classe quarta. La parte centrale è occupata dal programma didattico settimanale a partire dal 18 ottobre. In bella scrittura troviamo l’argomento della settimana, il “centro d’interesse” su cui si concentra la maggior parte degli interventi del maestro. A lato scorrono lezioni sistematiche e d’occasione.

Dal 2 al 12 novembre si ricorda e si celebra il “Ventennale della Vittoria”.

Dal 12 al 18 dicembre vengono illustrate le “Istituzioni del regime per il miglioramento e il potenziamento della razza” (si tratta dei provvedimenti assistenziali prestati dall’Opera nazionale per la maternità e l’infanzia – il 24 dicembre era celebrata la Festa della madre e del fanciullo – ma avrà parlato il maestro anche delle leggi razziali appena emanate e che escludono dalla scuola pubblica i cittadini di origine ebraica?).

La ricorrenza del XVI annuale della milizia (dal 30 gennaio al 5 febbraio) innesca una ricerca locale: “le varie specialità di milizia che gli alunni hanno possibilità di vedere a Rovereto (milizia ordinaria – ferroviaria – stradale – forestale). La sede locale della milizia”.

6-12 febbraio: il titolo “Niente sprechi!” rimanda a una trasmissione dell’Ente radio rurale (che era entrata già nei primi anni Trenta come ulteriore sussidio didattico) e ribadisce alcuni comportamenti da tenere in tempo di autarchia.

Dal 20 al 26 marzo le osservazioni, le riflessioni e le letture si riferiscono al “Ventennale dei fasci di combattimento”.

Dal 24 al 30 aprile si ricorda Guglielmo Marconi.

La settimana dall’8 al 14 maggio è dedicata al “Nostro impero” (qui anche gli esercizi di calligrafia concorrono ad illustrare il tema: “frasi del Duce relative all’impero: Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. Lo feconderà col suo lavoro”).

Dal 22 al 28 maggio si ricorda “L’intervento dell’Italia: 24 maggio 1915”. Accanto alla cornice storica riassunta brevemente nell’opera “del Duce, di Cesare Battisti e di D’Annunzio”, il maestro sceglie, di nuovo, un approfondimento locale: “Informazioni presso i genitori, i parenti riguardo l’evacuazione di Rovereto nel maggio 1915, la vita di profughi, i patimenti sofferti, il ritorno in patria. I ricordi di guerra a Rovereto»[4].

Tra i principali compiti di mia zia vi era in sostanza quello di trasmettere un’identità monolitica, in cui Italia e fascismo erano sostanzialmente un tutt’uno.

Ma era davvero solo questa la sua identità? Bisogna ricordare che lei stessa era pur sempre figlia di una terra di frontiera in qualche modo «meticcia», tra i cui abitanti erano presenti memorie in contrasto con la narrazione fascista della storia recente.

Come ha scritto Diego Leoni:

«Prima del 1914 “uomini e donne [in Trentino] potevano scegliere un tipo di identificazione collettiva non allo stesso modo di un paio di scarpe, cioè con la consapevolezza che se ne può calzare un solo paio alla volta”, e dunque era possibile che un trentino fosse figlio di una madre “austriacante” e di un padre “filo italiano”, che fosse cattolico e membro della lega dei contadini, oppositore politico e fedele all’imperatore, che avesse studiato a Vienna e insegnasse in Italia. Dopo, questo meticciato non fu più possibile e le diverse fedeltà vennero in conflitto»[5].

Inoltre erano stati 55.000 i trentini che avevano combattuto nella grande guerra con indosso la divisa dell’Imperial regio esercito austroungarico, 10.000 di loro non erano mai tornati a casa. Ma di quei morti non si poteva parlare, non li si poteva ricordare (non esplicitamente) nelle lapidi e nei monumenti che sorgevano sulle piazze.

Ad esempio per indicarli sulle lapidi si usavano l’espressioni neutre come “quelli che non tornarono”, il termine “caduti” era infatti riservato unicamente a chi era morto con la divisa italiana addosso.

Lapide ai morti nella guerra 1914-1918. Rovereto (TN), Piazza Malfatti.

Lapide ai morti nella guerra 1914-1918. Rovereto (TN), Piazza Malfatti.

È quindi possibile che tra i ricordi di mia zia, assieme alla retorica patriottica appresa a scuola, ci fosse anche la voce di qualche familiare o conoscente che mormorava a mezza voce un «si stava meglio ai tempi dell’Imperatore» ricordandogli così che le cose erano un po’ più complesse di come il regime le raccontava.

Ad esempio mio bisnonno Angelo, il padre dell’uomo che la sorella di Adele avrebbe sposato, avrebbe ricordato per tutta la vita con fierezza il suo servizio militare tra i Kaserjager (cacciatori imperiali) destinati al servizio di sorveglianza della reggia di Francesco Giuseppe a Vienna. Angelo era un perfetto esempio del «meticciato» trentino: era un fedelissimo suddito di sua imperial regia maestà apostolica, apparteneva alla nazionalità italiana (cioè all’insieme dei sudditi austroungarici di lingua e cultura italiana), credeva nella chiesa cattolica, faceva parte di una organizzazione contadina laica e votava per i socialisti. Il cognato di Angelo, Giuseppe Adami aveva combattuto con l’esercito austroungarico sul fronte russo durante la grande guerra, fatto prigioniero dalle truppe zariste era stato liberato dai bolscevichi. La stessa vicenda era capitata a migliaia di altri reduci e diversi di loro una volta tornati a casa intercalavano i loro racconti a parenti ed amici con frasi come «l’imperatore si che l’era ‘na brava persona» e «Lenin si che l’aveva capì tut». Non mancava chi magari pronunciava le due affermazioni l’una di seguito all’altra.

In fondo anche mia zia, sia pur in misura molto meno violenta rispetto ai bambini di lingua slovena o croata cui avrebbe fatto lezione, aveva subito l’imposizione di un’identità calata dall’alto che falsava il passato e cercava di cancellare in parte o del tutto la memoria delle persone.

Nell’estate del 1940 Adele decise di frequentare il corso dell’ONAIR (Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta). Si trattava di un ente fondato nel 1919 con lo scopo di

«curare attraverso molteplici provvidenze le giovanissime generazioni, al fine di restaurare nelle famiglie del popolo tridentino e giuliano i valori spirituali ed il vigore fisico, più o meno compromessi dalle insidie straniere e dalle tristi vicissitudini e rinsaldarvi una chiara coscienza civica e nazionale»[6].

Come è scritto nella prefazione di «Chirone, manuale di cultura popolare». È un testo edito dall’ONAIR, di cui ho in casa la copia appartenuta a mia zia. Sulla copertina è raffigurato un centauro che regge tra le mani un fascio littorio.

Chirone, manuale di cultura popolare. Edito a cura dell’ Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta – Ufficio di Trento. Trento: Tipografia Mutilati e invalidi, 1936 (anno XIV dell’era fascista)

Chirone, manuale di cultura popolare. Edito a cura dell’ Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta – Ufficio di Trento. Trento: Tipografia Mutilati e invalidi, 1936 (anno XIV dell’era fascista)

Adele seguì un rapido tirocinio di due settimane, assieme a lei vi erano altre 15 maestre, distribuite due per classe, una ogni dieci scolari. Il tirocinio serviva ad insegnarle come «portare l’Italia alla periferia del Regno».

Fu con quella preparazione e con la promessa che le avrebbero versato un anno e tre mesi di contributi per ogni anno scolastico «disagiato», che si mise in viaggio verso la «provincia del Carnaro».

 «Razza inferiore»

 Nel 1918, al termine di quella che la propaganda italiana avrebbe chiamato a lungo «Quarta guerra d’Indipendenza» e che per certi versi si potrebbe invece definire «guerra contro l’indipendenza altrui», centinaia di migliaia di persone di lingua tedesca, croata e slovena si ritrovarono contro la loro volontà all’interno dei confini italiani. Dopo l’instaurazione del regime fascista queste persone persero il diritto di parlare la propria lingua nei luoghi pubblici, di usarla per indicare i posti in cui vivevano, di studiarla a scuola, di leggerla sui giornali (se non quelli ecclesiastici, tutelati dal Concordato), persino di cantarla in chiesa (a Gorizia Lojze Bratuz venne ammazzato in modo orribile dai fascisti per averlo fatto[7]). In molti persero anche il nome e il cognome, italianizzati in modo spesso grottesco. In Alto Adige (Südtirol) alla popolazione di lingua tedesca vennero cambiati anche i nomi sulle tombe[8]. Neppure i morti erano al sicuro.

Questa situazione fece si che dopo l’accordo tra Hitler e Mussolini del giugno 1939 quasi 200.000 cittadini italiani di lingua tedesca «optassero» per la cittadinanza germanica dicendosi pronti ad emigrare nel reich, ed alcune decine di migliaia di loro lo dovettero fare realmente, prima che la guerra intervenisse a bloccare le partenze. Furono invece più di 100.000 le persone di lingua croata e slovena che lasciarono la Venezia Giulia durante il ventennio fascista per emigrare nel vicino Regno di Jugoslavia o oltreoceano[9]. Un «esodo» di cui in Italia ancora oggi non si parla per nulla.

Fu proprio per «italianizzare» gli «slavi» che mia zia, prima dell’inizio dell’anno scolastico 1941-1942, venne spedita nella «Provincia del Carnaro». Si trattava di un territorio annesso al Regno d’Italia sin dal 1924 che aveva come capoluogo una città che gli italiani chiamavano Fiume, i croati Rijeka, e gli sloveni Reka.

Carta della Venezia Giulia in Chirone, manuale di cultura popolare. Edito a cura dell’ Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta – Ufficio di Trento. Trento: Tipografia Mutilati e invalidi, 1936 (anno XIV dell’era fascista)

Carta della Venezia Giulia in
Chirone, manuale di cultura popolare. Edito a cura dell’ Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta – Ufficio di Trento. Trento: Tipografia Mutilati e invalidi, 1936 (anno XIV dell’era fascista)

La provincia a metà del 1940 era abitata da 116.062 persone, di cui più della metà residenti a Fiume. In città, stando al censimento del giugno 1940 (che non so quanto possa essere considerato attendibile visto il contesto politico), vivevano 41.314 «italiani», mentre altri 8.698 risiedevano nei 12 comuni della provincia. Gli «allogeni», cioè le persone di lingua slovena e croata, erano invece 11.119 nel capoluogo e 44.612 nei comuni[10]. Ho indicato i termini «italiani» e «allogeni» tra virgolette perché si tratta di una distinzione sancita dalle autorità fasciste che non tiene conto delle identità molteplici, sfumate e sovrapposte inevitabilmente presenti nelle popolazioni di frontiera.

Agli inizi dell’aprile 1941 l’Italia fascista e la Germania nazista aggredirono il Regno di Jugoslavia impadronendosene in soli 11 giorni. Parti del paese vennero direttamente annesse direttamente a Germania, Italia, Bulgaria e Ungheria; nei restanti territori furono invece creati stati, più o meno fantoccio, retti da forze collaborazioniste.

Jugoslavia 1941

Con l’annessione all’Italia di parte della Jugoslavia la «Provincia del Carnaro» si dilatò sino a raddoppiare la propria estensione e a comprendere anche le isole di Veglia (Krk in croato) e Arbe (Rab in Croato).

La provincia aumentò anche la propria popolazione di altre 93.000 unità, di cui 87.000 di lingua croata[11]. L’uomo incaricato di amministrare questa realtà era il prefetto Temistocle Testa che così descriveva gli «slavi»:

«un popolo che ogni giorno di più sta dimostrando di essere quello che è sempre stato, cioè una razza inferiore che come tale deve essere trattata e non da pari a pari»[12].

La scuola cui mia zia era destinata era quella di Gornji Zemon, (allora italianizzato in Zemon di Sopra) a 38 chilometri da Fiume, una frazione del comune di  Jablanica (allora italianizzato in Castel Iablanizza). Così Adele raccontò il suo viaggio e l’arrivo in un’intervista rilasciata nel 2002 al giornale del comune di Aldeno «L’Arione» (dal nome del torrente che costeggia il paese)

«Si arrivava in ferrovia sino a Villa del Nevoso, oggi Ilirka Bistrika e poi a piedi, per la strada di sassi, fino alla casa della bidella, dove era ricavato l’alloggetto d’una sola stanza. Paesi desolati e depressi. La luce ancora non c’era, l’acqua era al pozzo, protetto da una sporgenza di roccia vicino al paese, il pane a tre quarti d’ora. Si andava con la lucerna ad olio al gabinetto in fondo alle scale, attraversato a cento all’ora dalla Bora che lo riempiva di neve e di inverno gelido, ventinove sotto zero. I soldati scendevano dalla tradotta alla stazione del Nevoso con le mani ed i piedi congelati».

In sostanza mia zia si ritrovò a vivere in condizioni così difficili che lasciarono sconvolta sua madre quando andò a trovarla nel giugno 1942, e dire che si trattava di una coriacea contadina rimasta vedova giovane e abituata a vedersela con difficoltà d’ogni genere.

Gornji Zemon

Anche l’insegnamento non era facile.

«Quaranta bambini in una classe, dalla prima alla quinta, lezioni ad incastro: agli uni la storia, agli altri i conti, a questi la geografia, a quelli la religione. E poi la lingua: i più piccoli non parlavano una parola d’italiano, lo imparavano dai più grandi e dalla maestra, quando c’era il tempo»[13].

Ho qualche esperienza lavorativa nel campo della didattica e penso che l’idea di ritrovarmi a dover far lezione a quaranta bambini di varie età, molti dei quali non capiscono neppure cosa dico, sia esattamente uno dei miei peggiori incubi. Riuscire ad insegnare qualcosa in quelle condizioni doveva essere impresa straordinaria che richiedeva dosi incredibili di dedizione ed energia. Personalmente credo che farei fatica a superare una mattinata in quelle condizioni, figuriamoci un anno scolastico!

Senza contare che in paese Adele non aveva amici o parenti, nessuno che potesse consigliarla o farle coraggio, nessuno con cui sfogarsi. Insomma dimostrò una dedizione al proprio lavoro ed una tempra che visti oggi sembrano quasi incredibili.

Nel raccontare le sue vicende mia zia non ha mai avuto dubbi: i bambini che aveva in classe l’italiano a casa loro non lo parlavano, in pratica dovevano imparare le operazioni base del leggere, scrivere e far di conto in una lingua straniera. Adele non solo doveva insegnare loro la lingua degli occupanti, ma doveva pure fare il possibile per inquadrarli nelle organizzazioni del regime e tesserarli all’Opera Nazionale Balilla, come accadeva a tutti i bambini del Regno d’Italia.

Quest’ultima operazione sollevava un problema “economico”: la tessera dell’Opera Nazionale Balilla costava qualcosa, sempre poco secondo il regime, sempre troppo per delle famiglie che faticavano a sopravvivere e certo non dovevano essere contente di vedere i propri figli addobbati con la divisa degli occupanti. Le autorità del regime premevano: i bambini dovevano essere tesserati e pagare la quota, in modo ovviamente «totalitario». Quando mia zia raccontava queste cose, dopo molti decenni, era ancora evidente l’imbarazzo che doveva aver provato in quella scomoda situazione di rappresentante del regime.

Per evitare problemi Adele anticipava con il suo stipendio i soldi delle quote, le famiglie degli alunni ricambiavano regalandole generi alimentari. In sostanza era riuscita a trovare il modo di non avere problemi con i superiori e nel contempo ad avere rapporti corretti con la popolazione del posto. Di certo il suo carattere e la sua professionalità le impedivano di essere una quegli insegnanti che maltrattavano sadicamente i bambini più in difficoltà con l’italiano. Inoltre probabilmente la aiutava la sua origine trentina, l’appartenenza ad una terra che sino a pochi decenni era stata parte di uno stato multinazionale comprendente anche le popolazioni del litorale adriatico.

Ma tutto questo non deve farci dimenticare il motivo per cui il regime l’aveva mandata lì: per far si che quei bambini a cui faceva lezione potessero leggere e scrivere solo in italiano, di fatto per impedire che essi potessero accedere alla parola scritta nella propria lingua. Quello concepito e portato avanti per vent’anni dal fascismo fu in sostanza un gigantesco furto di lingua, memoria e cultura commesso ai danni di centinaia di migliaia di bambini «allogeni».

Annessioni italiane

 «Smrt fašizmu, svoboda narodu!»

Dopo l’invasione del 1941 la popolazione jugoslava si ritrovò a subire non solo la violenza degli occupanti, ma anche i feroci massacri su presunte «basi etniche» messi in atto da diverse forze collaborazioniste come gli ustascia croati o i cetnici serbi. Questi diversi gruppi al servizio degli occupanti, pur combattendosi tra loro ed infierendo sulle rispettive popolazioni civili in una feroce faida nazionalista avevano un nemico comune: il movimento partigiano guidato dai comunisti. A partire dal giugno 1941 il partito comunista chiamò i popoli jugoslavi alla lotta per la conquista di una dignità nazionale e sociale.

Come ha scritto Eric Gobetti, i partigiani

«riescono a convincere un’ampia fetta di popolazione, di tutte le nazionalità, di tutte le religioni, di tutte le classi sociali. Tale successo si basa su due elementi inscindibili, riassunti emblematicamente nella stessa espressione che indica la guerra di liberazione: narodno, un termine che include il concetto di «nazionale» e «popolare». La guerra partigiana è dunque al contempo una guerra di liberazione della patria jugoslava dagli invasori e una rivoluzione sociale contro le vecchie elites, corresponsabili della corruzione dello Stato jugoslavo monarchico, della disfatta dell’aprile del 1941, della politica dell’odio etnico e delle stragi»[14].

Lo slogan che riassumeva questa politica era «Smrt fašizmu, svoboda narodu!», «Morte al fascismo, libertà ai popoli!». Libertà ovviamente entro i limiti sanciti dal partito comunista; una forza centralizzata e disciplinata, animata da uno straordinario ardore rivoluzionario. Nel corso del conflitto e nella successiva instaurazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia i membri del partito avrebbero dato prova di uno grande eroismo e di altrettanto grande spietatezza. D’altronde in quel contesto la lucida spietatezza dei comunisti costituiva per il grosso della popolazione jugoslava la sola difesa contro i ben più sanguinari pogrom e pulizie etniche attuate degli invasori e dei loro complici. È bene inoltre ricordare che furono decine le divisioni nazifasciste impegnate dai partigiani jugoslavi, e quindi distolte dagli altri fronti.

Alla guida dell’ «Esercito popolare di liberazione jugoslavo» (costituitosi ufficialmente nel dicembre 1941) vi era Josif Broz «Tito», un ex-meccanico di origini croate che durante la grande guerra era stato arruolato nell’esercito austroungarico, fatto prigioniero dai russi e liberato dai bolscevichi durante la Rivoluzione. Lo stesso percorso che avevano fatto anche i primi comunisti trentini e molti di quelli originari delle varie parti dell’ex impero austroungarico.

Il diffondersi della guerriglia iniziò a creare non pochi problemi alle truppe occupanti ed in particolare all’esercito italiano che con i suoi male armati e demotivati soldati occupava buona parte dei territori jugoslavi. Di fronte all’azione partigiana i comandi italiani reagirono in due modi, uno più atroce dell’atro.

 Innanzitutto alimentarono gli scontri etnici armando i cetnici, i nazionalisti serbi in teoria alleati degli anglo-americani ma in realtà impegnati quasi unicamente nel dare la caccia ai partigiani comunisti e nel massacrare civili croati e mussulmani di Bosnia. Gli italiani alimentavano così anche il proprio prestigio in competizione con gli alleati tedeschi che invece sostenevano i non meno feroci ustascia croati[15].

In secondo luogo i vertici del Regio Esercito italiano decisero di non essere da meno degli alleati nazisti. Nel marzo 1942 il generale Mario Roatta, già capo del Servizio Informazioni Militari (Sim), mandante dell’omicidio dei fratelli Rosselli in Francia e comandante del corpo di spedizione italiano al fianco dei franchisti in Spagna, emanò la famigerata «circolare 3c». In questa disposizione si affermava che alle azioni partigiane occorreva rispondere non secondo la logica del «dente per dente», ma secondo quella della «testa per dente», si ribadiva inoltre il ripudio «delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”». Nella circolare si ordinava non solo di fucilare tutti i partigiani catturati, ma anche di deportare le loro famiglie, di prelevare tra la popolazione ostaggi da fucilare (10 per ogni soldato italiano ucciso), non si esita neppure a fucilare le donne, mentre saranno 109.000 i civili jugoslavi internati dalla II armata italiana.

Per piegare «i ribelli» l’esercito italiano non esitò ad attuare la politica della «terra bruciata» devastando i villaggi, deportando le popolazioni o uccidendo a casaccio. Così il console italiano a Mostar, Renato Giardini, descrive le conseguenze di quanto ordinato da Roatta:

«intere zone distrutte, la gente, anche non combattente ammazzata senza pietà ed a volte purtroppo, anche le donne, seguono la stessa sorte; i campi resi deserti e squallidi. Vere mandrie di relitti che di umano non hanno più nulla, vecchi, donne e bambini, laceri, scalzi, affamati e spesso ammalati di tifo petecchiale, erranti da una contrada all’altra, quasi sempre senza nessuno che li aiuti, nella loro orrenda, tragica miseria»[16].

Incendio villaggio

La violenza era tale da far sì che alcuni degli stessi soldati italiani smisero di credere alla propaganda e realizzarono di essere invasori impegnati ad opprimere un popolo che difende la propria dignità. Ad esempio il contadino Mario Chisté una volta tornato nel nativo Trentino così scrisse nelle sue memorie a proposito del periodo trascorso come alpino in Bosnia:

«siamo andati in Jugoslavia a frontegiare questa rivolta nella sua terra si può dire a casa loro gli abbiamo uciso tanta gioventù massacrato migliaia di uomini le loro donne e i loro bambini bruciato le loro case e rubato il loro bestiame cosa potevano fare questa gente ringraziarci forse… cosa avremmo fatto noi al loro posto…»[17].

Ben presto la lotta partigiana iniziò a diffondersi anche nella «provincia del Carnaro». Secondo quanto la questura di Fiume segnalò al ministero degli interni nel dicembre 1941:

«Dapprima comparvero sporadiche iscrizioni murali inneggianti a Stalin ed al bolscevismo, ma presto a tali schermaglie seguirono numerosi manifestini e libelli a firma di comunisti e di altri partiti affini, intonati tutti al disprezzo degli Stati Fascisti»[18].

A cavallo tra 1941 e 1942 erano già iniziati i primi attentati e sabotaggi che con la primavera si faranno sempre più frequenti. I fianchi del Monte Nevoso che mia zia poteva vedere in lontananza da Gornji Zemon iniziarono ad ospitare formazioni partigiane sempre più consistenti ed agguerrite.

La risposta del prefetto di Fiume Temistocle Testa consisté nell’alzare ulteriormente il livello di violenza. Un decreto prefettizio del 24 aprile 1942 annunciò infatti:

«Da oggi, per ogni reato di carattere politico commesso contro militari e civili, saranno adottate dirette rappresaglie fucilando ostaggi, il cui numero sarà stabilito di volta in volta a seconda della gravità del reato»[19].

Da questo punto in poi anche nella provincia di Fiume iniziarono le rappresaglie condotte dal Regio Esercito fucilando civili scelti a caso tra gli abitanti dei paesi accusati di sostenere la resistenza.

Solo nei mesi di giugno e luglio 1942 nella «provincia del Carnaro» si contarono a centinaia i civili presi a caso fucilati, mentre anche più numerosi furono i deportati e le case bruciate. In realtà più che di attuare rappresaglie per rispondere a questa o quella azione di guerriglia le autorità italiane attuano la politica della «terra bruciata», terrorizzando e spopolando le zone in cui più era presente il movimento partigiano, cercando così di impedire che i guerriglieri potessero trovare sostegno dai civili.

L’eccidio più grave commesso in quel periodo fu senza dubbio quello che colpì il villaggio di Podhum, uno degli abitati croati annessi alla provincia di Fiume nel 1941. Molto probabilmente il pretesto per il massacro venne fornito dall’esecuzione dei coniugi Renzi, i due maestri elementari che insegnavano in paese. Giovanni Renzi (nativo di Trieste) e sua moglie Francesca (nativa di Messina) avevano poco più di cinquant’anni, da un anno erano stati mandati ad insegnare a Pudhum. Pare fossero odiati dalla popolazione per le violente punizioni che infliggevano ai bambini incapaci di imparare l’italiano, in più Giovanni Renzi era  un graduato della Milizia fascista. Vennero uccisi il 14 giugno 1942 in seguito ad un sommario «processo popolare» nel corso del quale vennero condannati a morte con l’accusa di spionaggio e di aver cercato di organizzare una banda di collaborazionisti.

Meno di un mese dopo, all’alba del 12 luglio, le truppe italiane circondarono il villaggio. Dapprima andarono casa per casa e rastrellarono tutti i maschi dai 16 ai 65 anni, li portarono in una cava di pietra poco di stante e lì li fucilarono. Secondo i rapporti le vittime furono in tutto 108. Il paese venne dato alle fiamme bruciando 370 case di abitazione e 124 altri edifici, mentre il resto della popolazione, 208 maschi anziani, 269 donne e 412 bambini, veniva caricato sui camion e avviato alla deportazione nei campi di prigionia in Italia o nei territori occupati, dove diversi perirono di stenti e di malattia[20].

I più sfortunati furono forse coloro che finirono nel lager allestito dall’esercito italiano sull’isola di Arbe/Rab. Lì tra il giugno 1942 ed il settembre 1943 morirono tra le 1.246 (fonti italiane) e le 4.641 (fonti jugoslave) persone, su circa 20.000 internati[21].

Herman Janež, un bambino sloveno che nel 1942 aveva 7 anni ed era uno degli internati, così ricorda il lager:

«Dalle nostre montagne ci hanno trasportato fino a Bakar, un’ insenatura a sud di Fiume, dove abbiamo dormito all’ addiaccio. Mio nonno stette tutta la notte a ripetere che ci avrebbero buttati in mare. Il giorno seguente partimmo senza sapere dove ci portassero. Giungemmo a Rab, dove ci divisero per sesso e per età. Praticamente ci avevano diviso definitivamente. Io che ero senza madre dovetti lasciare mio padre e mio nonno per andare nella parte del campo riservato alle donne e ai bambini. La paura di restare solo mi fece urlare e piansi così fino al giorno successivo, quando mi trasferirono in un campo intermedio. Mio padre non l’ho più avuto vicino e soltanto a Gonars mi riferirono, alcuni mesi più tardi, che era morto. Dormivamo in tende vecchie e logore che facevano passare l’acqua e dove si entrava a carponi. La latrina era molto lontana e di notte facevamo fatica a raggiungerla. Nel caldo torrido dell’estate non si poteva trovare alcuna ombra. Pativamo la sete, la fame e l’attacco di una moltitudine indicibile di pidocchi. Il ruscello che scendeva dal campo maschile e attraversava il nostro campo era pieno di pidocchi e non ci si poteva lavare. Quando arrivava la cisterna dell’acqua le guardie si scostavano e noi ci buttavamo come pazzi su quel fievole rivolo d’ acqua. Quando pioveva il campo diventava una distesa di fango impercorribile. La sporcizia ci faceva impazzire»[22].

Cimitero Arbe

 «I soldati in guerra non muoiono forse?»

Era una sera di inizio giugno, mia zia non ricordava di preciso che giorno fosse, di certo l’anno scolastico doveva ancora finire, ma mancava poco. Quindi si era circa negli stessi giorni in cui vennero uccisi i coniugi Renzi.

Sua madre Valeria era venuta a trovare Adele dal Trentino, rimanendo sconvolta dalle miseria in cui viveva la figlia in quel villaggio lontano da tutto.

«Perché non mi hai scritto delle condizioni in cui vivi?»

«E se anche ve lo scrivevo mamma cosa cambiava?»

Le due donne avevano già cenato quando bussarono alla porta.

Erano in due.

Armati.

Partigiani.

Nell’intervista rilasciata a «l’Arione» nel 2002 mia zia affermò che le intimarono di lasciare il paese dal giorno seguente, ciò che interessava loro era utilizzare il suo alloggio come recapito clandestino[23].

Il racconto fatto ai familiari era invece molto più drammatico: i due partigiani dissero di essere venuti a prelevarla e il loro atteggiamento faceva pensare che la loro intenzione fosse quella di ucciderla. Pare che a farli desistere da questo proposito siano state solamente le suppliche di mamma Valeria. La donna infatti assicurò loro di essere venuta per riportare a casa sua figlia e promise che se ne sarebbero andate il giorno seguente.

Conviti da quelle parole i due (che evidentemente parlavano e capivano l’italiano a sufficienza) decisero di andarsene senza far loro del male ma per buona misura avvisarono che sarebbero tornati e che se avessero ritrovata lì la maestra l’avrebbero uccisa.

Non so dire quali potessero essere le intenzioni iniziali dei due partigiani, se quella sera si trattò di un «avvertimento» o di una esecuzione evitata solo per uno scrupolo di coscienza all’ultimo momento. Allo stesso modo non so dire se fu un’iniziativa personale o se i due stavano attuando una sorta di «misura standard» decisa dai vertici locali della resistenza.

Di certo mia zia non stette a mettere alla prova una seconda volta la pazienza dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo ed il giorno dopo si recò alla soprintendenza scolastica di Fiume (distante 38 chilometri) per raccontare la disavventura della sera precedente e chiedere di essere sollevata dall’incarico. Per sua sfortuna quando spiegò cosa le era accaduto oltre al soprintendente era presente un qualche gerarchetto (doveva trattarsi del locale segretario del PNF). Questi alla sua richiesta di lasciare Gornji Zemon perché in pericolo di vita rispose gridandole in faccia «e i soldati in guerra non muoiono forse? Lei se è necessario deve essere pronta a morire come un soldato!».

Dopo aver sentito quelle parole mia zia se ne andò a piangere sul corridoio. Credo che sia stato in quel momento che capì il vero significato dell’aggettivo «totalitario» con cui fascisti amavano qualificare il loro regime e anche che razza di delinquenti reggesse le sorti del popolo italiano.

Appena il gerarca se ne fu andato il soprintendete si avvicinò a mia zia e le mise in mano il foglio che la autorizzava ad assentarsi dalla scuola per tornare in Trentino con sua madre.

 In seguito Giuseppe Marchesoni, l’ispettore regionale dell’ONAIR, acconsentì a trasferirla in una nuova scuola, a Certosa/Karthaus in Val Senales, Alto Adige/SüdTirol. Qui il lavoro era lo stesso, anche se la lingua madre dei bambini cui doveva fare lezione era il tedesco e la vita assai più comoda, c’era perfino la corrente elettrica!

Adele rimase lì sino all’8 settembre quando la popolazione di Certosa/Karthaus accolse festante le truppe tedesche mentre lo stato italiano e con esso l’ONAIR si sfasciavano. Mia zia tornò in Trentino e dopo qualche anno ebbe il posto di ruolo nella scuola elementare di Aldeno, dove insegnò sino alla pensione[24].

Vicende come quella vissuta da mia zia vengono di solito raccontate contestualizzate all’interno della «tragedia delle foibe e dell’esodo». Quando si parla di foibe si fa riferimento alle due ondate di violenza che colpirono parte della popolazione italofona residente sul confine orientale.

La prima esplose subito dopo l’8 settembre e interessò buona parte dell’Istria. In quell’occasione si ebbe l’uccisione di alcune centinaia di persone individuate come parte dell’apparato statale fascista o della classe dirigente locale. Si trattò delle cosiddette «foibe istriane», cui fecero seguito sanguinosissime operazioni di rappresaglia da parte delle truppe naziste e dei fascisti italiani che sino alla primavera del 1945 avrebbero infierito sulle popolazioni colpevoli di sostenere la resistenza e sulle comunità ebraiche. È bene infatti ricordare che a Trieste, presso la risiera di San Sabba venne attivato l’unico campo di sterminio dotato di forno crematorio presente sul suolo italiano.

Litorale adriatico 1943

Nel maggio 1945, si ebbe il crollo dello schieramento nazifascista e l’avanzata dell’ dell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo lungo il litorale adriatico sino a Trieste. Secondo il testo approvato all’unanimità il 27 giugno 2000 dalla Commissione storico-culturale italo-slovena, (costituitasi nel 1993 sotto l’egida dei ministeri degli esteri dei due paesi e formata da storici sia italiani che sloveni), in quell’occasione si ebbe:

«un’ondata di violenza che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone, – in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo -, parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediatele cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe”; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia»[25].

Nel dopoguerra, dal 1945 al 1956, si ebbe l’esodo dai territori istriani e dalmati entrati a far parte dello stato jugoslavo della stragrande maggioranza  delle comunità italofone (ma anche di migliaia di persone di lingua croata e slovena), stimato dalle 200.000 alle 300.000 persone[26]. Le motivazioni di questo esodo furono varie e diverse. Ci fu chi si sentì espropriato del diritto di esprimere liberamente la propria identità nazionale (che in teoria il nuovo stato jugoslavo si impegnava a rispettare, ma che nella pratica era spesso malvista o interdetta); chi vide minacciata la propria fede religiosa e chi non seppe accettare di perdere la propria posizione sociale. Vi fu chi scappò dalla miseria del «socialismo reale» e chi dal suo autoritarismo; chi se ne andò perché non era comunista e chi lo fece proprio perché lo era, ma nel modo «sbagliato», cioè aveva scelto di rimanere fedele al Cominform e all’URSS dopo che Tito aveva rotto con Stalin ed aveva iniziato a tenere buoni rapporti con il blocco occidentale. I «rimasti» che preferirono continuare a vivere entro i confini jugoslavi furono pari all’8% della precedente comunità italofona[27].

Confini 1945-1954

Senza dubbio per capire la vicenda di mia zia occorre conoscere questo «dopo», ma anche il «prima» e «l’intorno», due cose che in Italia tendiamo invece ad espellere dalla narrazione o a riassumere un po’ troppo.

Se infatti dimentichiamo di raccontare cosa stava accadendo in quel momento sul confine orientale e in tutta la jugoslavia cosa rimane della vicenda di mia zia? L’immagine di due energumeni armati di tutto punto che minacciano una maestra elementare.

Ma se evitiamo di guardare questa storia dal famoso buco della serratura ci accorgiamo che durante la seconda guerra mondiale in Jugoslavia morirono più di un milione di persone su di una popolazione di venti milioni di abitanti[28]. Tra le cause principali di questo enorme massacro vi furono il razzismo e la volontà espansionista dello stato italiano (non solo del fascismo visto che la monarchia e l’esercito non erano certo succubi del PNF, come si vedrà il 25 luglio 1943). Mia zia, al di là dei buoni rapporti instaurati con la popolazione, era pur sempre una funzionaria di quello stato. Anzi chi l’aveva mandata lì pretendeva che lei si comportasse «come un soldato» sino alle estreme conseguenze, cioè che di fatto rappresentasse il regime nel villaggio in cui si trovava. Fu questo, non la «bestiale natura degli slavi» o il «fanatismo ideologico comunista» a metterla in pericolo.

 Per i due partigiani che si ritrovò di fronte quella sera mia zia era «il nemico» e data la situazione era inevitabile fosse così.

Proviamo a pensare cosa accadeva alle ragazze che facevano parte della resistenza jugoslava quando venivano catturate dall’esercito italiano, nel migliore dei casi ciò cui andavano incontro erano il carcere e la deportazione, nel peggiore erano un muro e la scarica di un plotone d’esecuzione.

«Cara mamma, ti scrivo per l’ultima volta. Stasera siamo stati avvertiti che domani saremo fucilati. So che questo ti rattrista molto, ma devi essere coraggiosa e non affliggerti poiché sappi che vado alla morte pura e serena»[29].

Così scrive Darinka,una ragazza jugoslava di vent’anni, il 24 giugno 1943, la sera prima di essere fucilata dai soldati italiani. La sua colpa era di essere iscritta alla gioventù comunista. Se mia zia non ha fatto una fine simile probabilmente fu solo perché i due partigiani che si trovò di fronte scelsero di non ragionare né secondo la logica del «dente per dente», né secondo quella della «testa per dente» raccomandata dal generale Roatta. Quei due partigiani almeno per una sera decisero di violare il primo comandamento di ogni guerra: «nel dubbio sopprimete», decisero di non uccidere inutilmente e di restare umani.

Nel raccontare quanto le era accaduto quella sera a Gornji Zemon mia zia non ha mai mostrato alcuna forma di rancore o di risentimento. Dopo la pensione era anche ritornata in paese ed era passata a salutare la bidella presso cui alloggiava. Forse la scelta di non parlare del rischio di finire ammazzata nell’intervista a «l’Arione» fu proprio legata al non voler dare spunti per una narrazione vittimistica che mettesse sempre «l’altro» sul banco degli accusati. Edulcorazione se vogliamo, ma per quanto mi riguarda meglio l’edulcorazione del «gli slavi ci ammazzavano a causa della loro natura selvaggia e feroce, guardate come si scannano tra loro» che va tanto di moda in Italia.

Quando le chiesi di raccontarmi di quanto le era successo a Gornji Zemon mi spiegò tutto per filo e per segno. Nell’economia del suo racconto ciò a cui diede maggiore peso fu l’incontro con il gerarchetto di Fiume. Fu in quel momento, mi disse, che si sentì davvero condannata a morte e che si mise a piangere disperata.

Ne l’intervista del 2002 Adele dice di aver «girato il mondo con testa e cuore di italiana»[30], la sua era un’italianità basata sulla condivisione di un’identità culturale, non su qualche pulsione nazionalista. In una terra di frontiera è naturale che le persone «studiate» sentono di dover conservare e trasmettere la propria identità culturale; è un atteggiamento che contribuisce alla ricchezza di posti come il Trentino, l’Istria, la Venezia Giulia o l’Alto Adige/ SüdTirol ma che occorre saper gestire consapevolmente per evitare che venga strumentalizzato da chi questa ricchezza la vuole distruggere in nome di una brutale semplificazione dell’esistente. Senza dubbio quanto visse durante la seconda guerra mondiale fu ciò che consentì a mia zia di raggiungere questa consapevolezza.

Di certo non avrebbe mai ripetuto lo slogan neofascista «in Istria anche le pietre parlano in italiano», oggi abbondantemente sdoganato da Simone Cristicchi, che lo ripete nel suo spettacolo «Magazzino 18» e sui giornali[31], senza dichiarare che «la vecchia canzone» da cui viene quella frase è «Dì là dall’acqua» incisa nel 2002 dal gruppo musicale neofascista «La compagnia dell’anello», una band in attività dagli anni’70, quando non mancava di allietare i «campi Hobbit»[32]. Lo stesso Mario Bortoluzzi cantante de «La compagnia dell’anello» si è detto più che soddisfatto del fatto che Cristicchi abbia ripreso il loro slogan nazionalista nel suo spettacolo[33].

Con buona pace delle pietre sono le persone a parlare e solitamente in una terra di frontiera capita che vi siano lingue diverse parlate da popoli diversi che vivono sullo stesso territorio, magari mescolandosi gli uni con gli altri.

Naturalmente so benissimo che sulla storia del confine orientale esistono anche memorie molto diverse, come su ogni cosa. In molti non hanno avuto la stessa fortuna che ebbe mia zia, chi ha perduto i propri cari o chi ha dovuto abbandonare la terra in cui era nato e cresciuto per forza di cose costruisce la propria memoria su quel trauma e sulle sofferenze che ne sono derivate.

cristicchi commenti

Assai diverso è però il discorso quando è uno stato a costruire una narrazione a senso unico. come ha fatto la Repubblica Italiana istituendo un «Giorno del Ricordo» unicamente dedicato alla «tragedia degli italiani» sul confine orientale (cosa penso in proposito io e gli altri curatori di «Avanguardie della storia» lo spieghiamo diffusamente qui: https://avanguardiedellastoria.wordpress.com/2015/02/06/10-febbraio-il-giorno-di-quale-ricordo/#comments ).

Come possiamo parlare dei «nostri morti» sul confine orientale senza prima riconoscere che dal 1915 al 1943 lo stato italiano ha perseguito una strategia imperialista volta ad imporre il proprio controllo sui diversi popoli dell’Adriatico?

 Senza ricordare che tale politica tra il 1941 ed il 1943 fu corresponsabile della morte di oltre un milione di persone in Jugoslavia?

Senza ammettere che solamente la vittoria delle truppe alleate, rappresentate in questo scacchiere dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo, impedì ai nazifascisti di proseguire sulla strada di un «nuovo ordine» basato sullo sterminio di popoli interi?

Oggi il nazionalismo ha assunto forme diverse rispetto al passato. Nessuno (o quasi) dice apertamente che gli slavi sono «una razza inferiore» come faceva il prefetto Testa. Si preferisce il vittimismo, il parlare dei propri morti dimenticando quelli altrui, o ancor più ipocritamente il parlare dei propri morti come persone e di quelli altrui come numeri.

È questo ad esempio quanto fanno spettacoli, trasmissioni e documentari «politicamente corretti»: impiegano di sfuggita pochi minuti per spiegare che il fascismo ha discriminato le popolazioni «allogene», che l’esercito italiano si è macchiato di gravi atrocità e poi passano al tema centrale della narrazione, le sofferenze degli italiani. I «nostri morti» hanno diritto ad essere mostrati in fotografia, ad essere chiamati per nome e cognome, ad essere ricordati davanti ad una telecamera da parenti e amici. I morti «degli altri» no, rimangono numeri (di solito neppure quantificati), ombre vaghe che ben presto scompaiono dalla scena della narrazione.

Occorrerebbe invece cercare di contestualizzare la propria memoria, di confrontarla con quella dell’altro, non per farne una soffocante «memoria condivisa» (termine tanto caro ai politici), ma per acquisire una maggiore consapevolezza e per capire che la storia e la memoria sono due cose diverse, che l’una non può sostituire né confondersi con l’altra.

Confini oggi

 Una modesta proposta

Quando mia zia insegnava storia all’inizio della sua carriera di maestra doveva attenersi ad un programma che «dimenticava» parecchie cose tra cui ad esempio i 10.000 trentini caduti nella grande guerra con la divisa austroungarica indosso. Nel secondo dopoguerra furono i discendenti degli esuli istriani a ritenere che la loro storia non fosse presente sui libri di scuola. Oggi commemoriamo il «Giorno del ricordo» e non parliamo dei crimini del nazionalismo italiano.

Visti questi precedenti perché non la piantiamo di dedicare troppe energie ad imbastire narrazioni storiche di stato, mitologie edulcoranti e commemorazioni formali? Perché invece che di Storia e di Memoria (rigorosamente con la maiuscola), non iniziamo a parlare più umilmente di storie e memorie?  Perché, soprattutto, anziché insegnare la Storia e la Memoria, non insegniamo come rapportarsi in modo critico con le differenti storie e le memorie che tutti ci portiamo dentro?

Cerco di fare un esempio pratico. Tra i programmi di History Lab, la tv digitale della Fondazione Museo storico del Trentino (l’ente per cui lavoro) vi è «Storie in scatola», curato da Luca Caracristi. Questo programma vede la partecipazione dei bambini delle scuole elementari i quali scelgono un oggetto della loro famiglia (il primo cellulare del padre, la foto in divisa del nonno, la pietra per affilare la falce dello zio, ecc.) e ne raccontano la storia davanti alle telecamere. Si tratta di avvicinarsi alla conoscenza del passato partendo dalle proprie storie anziché dalla Storia, dagli stimoli che vengono ai bambini dall’ambiente a loro più vicino. Questo approccio riscuote un certo successo nella scuola primaria, ma anziché venir fatto «evolvere» nei successivi ordini di scuola introducendo elementi di consapevolezza tramite la contestualizzazione storica delle vicende personali, lo si preferisce abbandonare a vantaggio del «programma», cioè della Storia con la S maiuscola e della Memoria con la M maiuscola.

Una scelta che a mio parere andrebbe parzialmente rivista. Non intendo certo dire che dovremmo sostituire il programma di storia con i racconti del nonno, ma che uno studente dovrebbe essere in grado di contestualizzare storicamente il racconto del nonno. Si tratta in sostanza di fare posto accanto alle conoscenze inerenti la storia in generale (che rimangono fondamentali), a delle competenze che consentano a ciascuno di rapportarsi in maniera critica con le storie e le memorie che lo toccano più da vicino.

Questo approccio, oltre a valorizzare le storie locali, potrebbe risultare molto utile per gli studenti immigrati o nati in Italia da genitori immigrati. Ricordo di aver svolto un’attività didattica come operatore museale con una terza media in cui vi era un ragazzo di origini algerine, si parlava della Prima guerra mondiale; analizzando le memorie di un soldato trentino spiegai come prima degli assalti alcuni militari fossero incaricati di aprire varchi nel reticolato nemico. «Ho visto una cosa così in un film sulla guerra contro i francesi» mi disse il ragazzo algerino. Nei suoi confronti di fatto mi trovavo nella stessa situazione di mia zia con i bambini di Gornji Zemon, di fatto ero un colonizzatore venuto a insegnargli una storia e una cultura non sue, che parlavano di altri, di un mondo in cui lui poteva essere solo spettatore a meno che non intendesse diventare in tutto e per  tutto «come noi» (qualunque cosa questo voglia dire).

Naturalmente penso che sia utile per quel ragazzo conoscere la storia del posto in cui vive e penso anche che il primo compito della scuola dell’obbligo sia quello di dare a tutti una cultura generale minima. Per prima cosa la scuola deve consentire all’operaio di avere «il figlio dottore» e poi pensare a tutto il resto. Insomma sono per «l’integrazione» e non per la costruzione di comunità separate per lingua, cultura, etnia o religione. Ma per quanto mi riguarda «integrazione» significa acquisire le capacità e le possibilità di declinare secondo le proprie peculiarità dei valori universali, significa acquisire competenze e abilità che consentano un’interazione paritaria tra diversi, non chiedere ad altri di rinunciare alla propria storia e cultura in cambio della «nostra» (o meglio di quella che si ritiene essere la nostra).

Riflettendo sugli attentati di Parigi lo studioso indiano Kenan Malik ha parlato di due errori che attribuisce al pensiero progressista odierno: da un lato quello di chi in nome del multiculturalismo e della tolleranza bolla ogni universalismo come una forma larvata di razzismo; dall’altro quello di chi usa i valori dell’illuminismo «in modo tribale», trasformandoli in un’arma nella guerra tra le civiltà[34]. In sostanza non si può chiedere alle persone di rinunciare a cultura, storie e memorie in cambio dell’inclusione nella modernità capitalistica occidentale. Anche perché chi accetta lo scambio e rinuncia a queste cose tende solitamente a sostituirle con mitologie e fanatismi di vario tipo che gli diano l’illusione di un’identità.

Certo il tema è assai vasto e no ho la pretesa di avere soluzioni a problematiche tanto grandi, mi limito a cercare di immaginare una didattica della storia meno «colonialista» nei confronti di chi si trova nel ruolo di discente. So bene che non si può insegnare a scuola la storia di ogni paese del mondo né chiedere agli insegnanti di diventare degli esperti di antropologia. È inevitabile che il ragazzo algerino di cui parlavo prima impari la storia italiana, ma perché non dare la possibilità a lui e a tutti i suoi compagni di classe, oltre che di studiare la Storia, anche di imparare come rapportarsi in modo critico con le proprie storie?

Si potrebbe sperimentare l’idea di chiedere ai ragazzi di una classe della scuola secondaria di primo o secondo grado (medie o superiori) di scegliere una storia, una vicenda particolare della propria famiglia o che comunque sentono come «propria», e cercare di raccontarla e contestualizzarla. Contestualizzare una storia non significa solo saperla collocare nel tempo e nello spazio, ma anche esaminarla con distacco, cercare di vederla secondo una prospettiva diversa dalla propria, dare voce ad altri punti di vista sulla vicenda, collegarla ad altri eventi. Insomma quello che ho cercato di fare brevemente con la storia di mia zia.

Non si tratterebbe di fare «una ricerca», come si diceva una volta, un attività «in più» da svolgere una tantum, ma di costruire un insegnamento della storia che dedichi spazio allo sviluppo di un’autocoscienza critica della propria identità come singolo e come parte di una collettività, o meglio di diverse collettività.

Certo la cosa può sembrare «pericolosa», dare voce alle identità altrui può portare a fare i conti con il ragazzo trentino a cui il nonno ha raccontato che in fondo sotto i nazisti non si stava mica tanto male e che i partigiani erano dei rubagalline; con il ragazzo mediorientale che considera Hitler una brava persona perché in fondo ammazzava gli ebrei, per lui invasori e oppressori; con il ragazzo dell’Europa dell’est convinto che il suo popolo abbia giustissime rivendicazioni etniche da far scontare ai vicini.

Un lavoro del genere richiede senza dubbio sia rispetto per le memorie e le identità altrui che fermezza. Fermezza nel trasmettere alcuni valore-chiave non attraverso una narrazione dettata dal nostro punto di vista, ma attraverso un metodo di lavoro che sia rispettoso dell’intelligenza delle persone e della complessità del mondo. Questo metodo di lavoro non può che essere quello che lo storico (e partigiano) Marc Bloch chiamava «metodo critico», un metodo i cui fondamentali sono tanto più necessari oggi:

«In tutti i casi in cui non si tratti dei liberi giochi della fantasia, un’affermazione non ha il diritto di presentarsi se non a condizione di poter essere verificata; per uno storico, se usa un documento, indicarne il più brevemente possibile la collocazione, cioè il modo di ritrovarlo, non equivale ad altro che a sottomettersi ad una regola universale di probità. Avvelenata dai dogmi e dai miti, la nostra opinione, anche la meno nemica dei “lumi”, ha perduto persino il gusto del controllo. Il giorno in cui noi, avendo prima avuto cura di non disgustarla con una vana pedanteria, saremo riusciti a persuaderla a misurare il valore di una conoscenza dalla sua premura di offrirsi in anticipo alla confutazione, le forze della ragione riporteranno una delle loro più significative vittorie»[35].

Naturalmente quando si parla di didattica la bontà o meno di un’idea la si verifica in un modo solo: sperimentandola in classe. In attesa di poterlo fare nell’ambito della collaborazione con qualche insegnante segnalo lo splendido modulo didattico realizzato da Alessia Ansaloni in seguito agli attentati di Parigi, in cui si affrontano alcuni dei temi che ho sollevato: https://avanguardiedellastoria.wordpress.com/2015/01/25/modulo-di-riflessione-in-seguito-agli-attentati-di-parigi-e-non-solo/#more-167 .

Mentre scrivevo la storia di mia zia sono venuto a conoscenza dai giornali della storia di Salman Talan, partigiano dei nostri giorni, nato in Kurdistan e residente in provincia di Novara. Prima di partire dall’Italia per andare a combattere contro lo Stato Islamico ha lasciato scritto «Nessuno mi ha obbligato. Vado a combattere contro l’Isis perché la mia famiglia possa scrivere nella sua lingua»[36].

  Salman è caduto a 24 anni combattendo contro lo Stato Islamico in difesa sia della propria identità curda che di quei valori universali figli dell’illuminismo e dell’antifascismo che Bloch chiamava le «forze della ragione». Combatteva infatti in difesa di un esperimento di socialismo democratico e federalista che costituisce il migliore argine al fascismo in salsa islamista di Al Baghdi e seguaci, come ha dimostrato la difesa di Kobane. La sua storia dovrebbe insegnarci ad avere rispetto delle diverse identità di chi troviamo seduto dietro un banco, davanti alla cattedra di un’aula scolastica. Dovrebbe insegnarci che l’«integrazione» è una lotta comune in difesa di valori universali, non un’operazione colonialista di assimilazione. Anche perché l’identità delle donne e degli uomini liberi non è mai monolitica, ma sempre molteplice e meticcia.

Cippo in memoria dei caduti roveretani nell'imperial regio esercito austroungarico. Posta nel 2014 a Rovereto (TN), in via Tartarotti.

Cippo in memoria dei caduti roveretani nell’imperial regio esercito austroungarico. Posta nel 2014 a Rovereto (TN), in via Tartarotti.

[1] Lorenzo Lucianer. «Maestra e italiana». In L’Arione. A.6. N.10, giugno 2002. Pp.31-35. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.comune.aldeno.tn.it/uploaded/Arione/A10.pdf .

[2] Quinto Antonelli. Storia della scuola trentina, dall’umanesimo al fascismo. Trento: Il Margine, 2013. P. 427

[3] Quinto Antonelli. Storia della scuola trentina, dall’umanesimo al fascismo. Trento: Il Margine, 2013. Pp. 420-426

[4] Quinto Antonelli. Storia della scuola trentina, dall’umanesimo al fascismo. Trento: Il Margine, 2013. P. 428-429.

[5] Diego Leoni. Il popolo scomparso In:  «Il popolo scomparso : il Trentino, i Trentini nella prima guerra mondiale (1914-1920)» a cura del Laboratorio di storia di Rovereto, Luciano Bettini … [et.al.] ; hanno coordinato la ricerca Quinto Antonelli, Diego Leoni. Rovereto: Nicolodi 2004. P.15.

[6] Chirone, manuale di cultura popolare. Edito a cura dell’ Opera Nazionale di assistenza per l’Italia Redenta – Ufficio di Trento. Trento: Tipografia Mutilati e invalidi, 1936 (anno XIV dell’era fascista). P. IX.

[7] Boris Pahor, Tatjana Rojc. Così ho vissuto, biografia di un secolo. Milano: Bompiani, 2013. P.82.

[8] Rolf Steininger. La questione sudtirolese. (Saggio da p.159 a p.201). In «La regione Trentino – Alto Adige/ Südtirol nel XX secolo: I: Politica e istituzioni». A cura di Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver. Trento: Museo storico in Trento, 2007. P.160-161.

[9] Relazioni Italo-slovene 1880-1956. Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena. Koper-Capodistria, 25 luglio 2000, p. 18. Consultata l’11.2.2015 sul sito http://www.kozina.com/premik/porita.pdf .

[10] Mihael Sobolevski. «Fiume: una storia complessa». In: Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Pp147-170.  A cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, direzione generale degli archivi,2002. P.150. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf

[11] Mihael Sobolevski. «Fiume: una storia complessa». In: Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Pp147-170.  A cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, direzione generale degli archivi,2002. P.151. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf

[12] Giacomo Scotti. Quando i soldati italiani fucilarono tutti gli abitanti di Podhum. «Patria indipendente», Roma. 19 febbraio 2012. Pp.27-34.

[13] Lorenzo Lucianer. «Maestra e italiana». In L’Arione. A.6. N.10, giugno 2002. Pp.31-35. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.comune.aldeno.tn.it/uploaded/Arione/A10.pdf .

[14] Eric Gobetti. Alleati del nemico, l’occupazione italiana in jugoslavia (1941-1943). Roma-Bari: Laterza, 2013. P.147 .

[15] Eric Gobetti. Alleati del nemico, l’occupazione italiana in jugoslavia (1941-1943). Roma-Bari: Laterza, 2013. Pp 112-132.

[16] Eric Gobetti. Alleati del nemico, l’occupazione italiana in jugoslavia (1941-1943). Roma-Bari: Laterza, 2013. Pp 91-92.

[17] Trento, , Fondazione Museo storico del Trentino, Archivio della Scrittura Popolare. Memoria di Mario Chisté.

[18] Amleto Ballarini. «Profilo storico». In: Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Pp 44-95.  A cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, direzione generale degli archivi,2002. P.48. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf

[19] Mihael Sobolevski. «Fiume: una storia complessa». In: Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Pp147-170.  A cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, direzione generale degli archivi,2002. P.153. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf

[20] Giacomo Scotti. Quando i soldati italiani fucilarono tutti gli abitanti di Podhum. In: «Patria Indipendente» 19 febbraio 2012. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.anpi.it/media/uploads/patria/2012/27-34_SCOTTI.pdf .

[21] Amleto Ballarini. «Profilo storico». In: Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947). Pp 44-95.  A cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski. Roma: Ministero per i beni e le attività culturali, direzione generale degli archivi,2002. P.51. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.archivi.beniculturali.it/dga/uploads/documents/Sussidi/Sussidi_12.pdf

[22] Metka Gombač. I bambini sloveni nei campi di concentramento italiani (1942-1943). In «Deportati, esuli, profughi. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», n.3, 2005. P. 54-55. Consultato il 18.2.2015 sul sito http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4-I_bambini_sloveni_nei_campi_di_concentramento_italiani.pdf

[23] Lorenzo Lucianer. «Maestra e italiana». In L’Arione. A.6. N.10, giugno 2002. Pp.31-35. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.comune.aldeno.tn.it/uploaded/Arione/A10.pdf .

[24] Lorenzo Lucianer. «Maestra e italiana». In L’Arione. A.6. N.10, giugno 2002. Pp.31-35. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.comune.aldeno.tn.it/uploaded/Arione/A10.pdf .

[25] Relazioni Italo-slovene 1880-1956. Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena.  Koper-Capodistria, 25 luglio 2000, p. 24. Consultata l’11.2.2015 sul sito http://www.kozina.com/premik/porita.pdf

[26] Relazioni Italo-slovene 1880-1956. Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena.  Koper-Capodistria, 25 luglio 2000, p. 30. Consultata l’11.2.2015 sul sito http://www.kozina.com/premik/porita.pdf

[27] Relazioni Italo-slovene 1880-1956. Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena.  Koper-Capodistria, 25 luglio 2000, p. 30. Consultata l’11.2.2015 sul sito http://www.kozina.com/premik/porita.pdf. Vedi anche Colummi Cristiana [et al.]. Storia di un esodo. Istria 1945-1956. Trieste: Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, 1980.  Scaricabile qui http://www.irsml.eu/pubblicazioni-irsml/fuori-collana/145-google-libri-storia-di-un-esodo-istria-1945-1956-di-cristiana-colummi-et-al

[28] Eric Gobetti. Alleati del nemico, l’occupazione italiana in jugoslavia (1941-1943). Roma-Bari: Laterza, 2013. P. 163.

[29] Eric Gobetti. Alleati del nemico, l’occupazione italiana in jugoslavia (1941-1943). Roma-Bari: Laterza, 2013. P. 84.

[30] Lorenzo Lucianer. «Maestra e italiana». In L’Arione. A.6. N.10, giugno 2002. Pp.31-35. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.comune.aldeno.tn.it/uploaded/Arione/A10.pdf .

[31] Simone Cristicchi. «Istria, Fiume, Dalmazia l’esodo da non dimenticare». In Il Messagero Veneto del 1.2.2014. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2014/02/01/news/istria-fiume-dalmazia-l-esodo-da-non-dimenticare-1.8588174 .

[32] La compagnia dell’anello. Dì là dall’acqua. Testo consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.cantiribelli.com/6-canzoni-sulla-tragedia-delle-foibe/

[33] L’intervista. Bortoluzzi: “La Compagnia dell’Anello, da 40 anni contro tutti i Sauron” Pubblicato il 25 febbraio 2015. Testo consultato il 27.2.2015 sul sito https://web.archive.org/web/20150227165644/http://www.barbadillo.it/37200-bortoluzzi-la-compagnia-dell-anello-da-40-anni-contro-sauron/. Su «Magazzino 18» rimando al post presente su «Giap»: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=16149

[34] Massimo Gaggi. «Malik: “i giovani islamici sono in crisi e la jihad dà loro un senso di identità”». In: Il Corriere della Sera. del 15.1.2015.

[35] Marc Bloch, Apologia della storia, o Mestiere di storico. Torino, Einaudi. 1998: p.68-69.

[36] «Salman, il ragazzo curdo di Novara morto in Iraq per combattere l’Isis». In La Stampa del 20.2.2015. Consultato il 17.2.2015 sul sito http://www.lastampa.it/2015/02/20/esteri/salman-il-ragazzo-curdo-di-novara-morto-in-iraq-per-combattere-lisis-ebMmiHfQMCn2xGANXVc44H/pagina.html

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2 commenti

  1. Paolo ha detto:

    Bellissima riflessione!

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