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La resistenza sudtirolese, parte #1

«Sul balcone fiorisce come sempre…»

Di Tommaso Baldo

Ringrazio per i consigli bibliografici e le traduzioni dal tedesco Anselmo Vilardi senza il quale non avrei mai potuto scrivere questo testo.

Il cippo di confine al Brennero. Immigine tratta dall'articolo di Carlo Romeo

Il cippo di confine al Brennero. Immagine tratta dall’articolo di Carlo Romeo “Die faschistische Politik in Südtirol / La politica fascista in Alto Adige”, 2013. Consultato sul sito http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=192:die-faschistische-politik-in-suedtirol–la-politica-fascista-in-alto-adige&catid=35:storia&Itemid=54 Il 15.4.2015

La resistenza contro il nazifascismo in Italia fu una lotta condotta in nome sia di ideali universali che del diritto all’autodeterminazione del popolo italiano. Fu una lotta di liberazione nazionale inserita all’interno di una lotta mondiale contro il nazi-fascismo e contro ciò che lo aveva generato (il nazionalismo sfrenato, le teorie di superiorità razziale ed il predominio assoluto del capitale sul lavoro).

In teoria la cosa sembra abbastanza ovvia, ma in pratica proprio attorno al difficile rapporto tra liberazione nazionale e liberazione tout court (liberazione di ogni uomo o donna da ogni forma di oppressione) rischiano di prodursi nella narrazione di quanto avvenne settant’anni fa cortocircuiti, fraintendimenti e ribaltamenti di senso.

L’immaginario nazionale è netto e semplice:

Tedeschi = oppressori

Italiani = oppressi

Così netto e semplice che rischia di sovrapporre tra loro cose diversissime appartenenti a momenti storici ben diversi. Risorgimento, grande guerra, guerre di aggressione volute dal fascismo e resistenza rischiano di finire tutte in un unico calderone di «sacrifici per la patria», tutti sopportati eroicamente da un popolo italiano geneticamente «buono».

Accade così che sulla stessa lapide si commemorino i militari italiani caduti nella guerra di aggressione contro il popolo etiope e quelli che morirono dietro il filo spinato dei lager nazisti.

Che importa se carnefici o vittime? In primo luogo italiani, caduti per la patria!

Lapide posta in Piazza Bonacquisto nel centro di Ala  (Tn)

Lapide posta in Piazza Bonacquisto nel centro di Ala (Tn)

Oppure, sempre in nome di una malintesa «unità nazionale» i collaborazionisti al servizio dell’occupante nazista uccisi dai partigiani vengono decorati dalla Repubblica Italiana in quanto «martiri delle foibe».

Così, a forza di sventolii di tricolori e inni di Mameli, di picchetti d’onore e di cerimonie ufficiali, si perde per strada l’insegnamento fondamentale della resistenza: l’idea che la patria non è un’astrazione né tanto meno un valore assoluto ma piuttosto una realtà concreta attraversata da conflitti reali.

La patria della resistenza non è un oggetto di culto, né un privilegio etnico che ci ritroviamo in sorte per esserci presi il disturbo d’esser nati con una certa quantità di «sangue italiano» nelle vene, ma è quel determinato e concretissimo insieme di luoghi, persone, culture e memorie in cui scegliamo di lottare per far trionfare valori universali che riguardano tutti gli esseri umani.

In pratica il significato profondo del 25 aprile è la negazione radicale della frase «Right or wrong, my country» (giusto o sbagliato, il mio paese); è l’affermazione del principio secondo cui la propria patria, il proprio popolo ed il proprio governo meritano fedeltà solo entro i limiti del rispetto di sé stessi e dell’umanità nel suo insieme.

Proprio per ricordare la natura universale e non solamente nazional-patriottica del fenomeno partigiano è bene ricordare in prossimità del 25 aprile le vicende della resistenza sudtirolese, vale a dire la lotta sostenuta dagli antifascisti di lingua tedesca dell’odierna provincia di Bolzano prima contro il regime fascista e poi contro quello nazista.

 «L’italianizzazione forzata» del Sud Tirolo

 Dopo il 1918 iniziò la tragedia delle popolazioni slavofone e germanofone che si ritrovarono all’interno dei confini italiani. Centinaia di migliaia di persone, colpevoli solo di parlare la propria lingua, si ritrovarono sottoposte ad uno stato che dapprima li lasciò in balia di bande di violenti e poi cercò in tutti i modi di cacciarli dalla loro terra o di «snazionalizzarli», cioè di costringerli a rinunciare alle loro lingue, culture e tradizioni.

Si trattò di quello che lo storico giuliano Elio Apih ha definito un tentato «genocidio culturale»[1], perseguito attraverso i licenziamenti, le angherie quotidiane, l’emigrazione forzata di centinaia di migliaia di persone. Vi furono anche episodi di violenza che, assieme alle atrocità perpetrate in Libia, Somalia ed Eritrea, rendono meglio di molte analisi la natura del regime fascista.

Benché meno sanguinose di quelle del confine orientale, le vicende che interessarono l’Alto Adige/ Südtirol furono comunque drammatiche.

A partire dal 4 novembre 1918 le attuali province di Trento e Bolzano vennero affidate ad un governatore militare, il generale Guglielmo Pecori Giraldi, sostituito l’anno successivo con un governatore civile, Luigi Credaro, ex ministro della pubblica istruzione. Il 10 settembre 1919 con il trattato di Saint Germain le potenze vincitrici della grande guerra disposero la ripartizione dei territori che avevano fatto parte del dissolto impero austro-ungarico. L’anno dopo, con le leggi di annessione delle regioni «Venezia Giulia» e «Venezia Tridentina» (l’attuale Trentino-Alto Adige/ Südtirol), venne ufficializzato il passaggio di questi territori sotto la sovranità dello stato italiano, incorporando così nel Regno anche 220.000 tirolesi di lingua tedesca e ladina.

Le popolazioni delle terre «redente» poterono così votare come gli altri cittadini italiani in occasione delle elezioni politiche del maggio 1921. Nel collegio elettorale corrispondente pressappoco all’odierno Alto Adige/ Südtirol su 46.192 aventi diritto al voto ben 36.500 espressero il proprio sostegno al Deutscher Verband, il blocco cattolico liberale di lingua tedesca; mentre altri 3.890 suffragi andarono ai socialisti[2]. L’obiettivo del Deutscher Verband era la conquista di un’autonomia amministrativa locale che consentisse la tutela della lingua e della cultura delle popolazioni sudtirolesi.

Ma ben presto contro i «tedeschi», vale a dire contro la popolazione tirolese dell’Alto Adige, si scatenò la violenza squadrista. La semplice esistenza all’interno dei «sacri confini» della patria di una popolazione che parlava una lingua diversa dall’italiano risultava intollerabile agli occhi dei seguaci di Mussolini.

Il 24 aprile 1921 numerosi squadristi provenienti da Trento e dal resto del Nord Italia calarono su Bolzano ed attaccarono a colpi di armi da fuoco e bombe a mano il corteo folcloristico che si teneva in occasione dell’inaugurazione della fiera cittadina; tutto avvenne grazie alla assoluta complicità delle forze dell’ordine (come accadeva di norma in tutta Italia in occasione delle azioni squadristiche). I feriti furono decine ed un maestro, Franz Innerhofer, venne assassinato a colpi di pistola mentre cercava di portare in salvo due bambini.

Una seconda spedizione fascista si svolse l’anno successivo, il primo ottobre 1922. Questa volta si trattò di una vera e propria «Marcia su Bolzano», una sorta di prova generale della «Marcia su Roma» cui parteciparono migliaia di camicie nere provenienti da tutto il Nord Italia al comando si Starace, Giunta e Farinacci. Ancora una volta esercito e polizia si voltarono dall’altra parte, lasciando che gli squadristi occupassero le scuole elementari in lingua tedesca ed il municipio. Il sindaco legalmente eletto Julius Perathoner venne così costretto alle dimissioni.

Analoga sorte tocco tre giorni dopo al commissario civile Credaro, che rimise i suoi poteri nelle mani dell’autorità militare quando vide le sedi della Provincia e del rappresentante del governo a Trento occupate dai fascisti. Il 3 novembre, dopo la nomina di Mussolini a capo del governo, si insediò nel capoluogo Giuseppe Guadagnini, prefetto per la «Venezia Tridentina».

Nel gennaio 1923 un Regio Decreto sancì la creazione della provincia di Trento (comprendente anche Bolzano) e l’estensione al suo territorio della legislazione italiana, che subentrava così a quella austroungarica in vigore sino a quel momento. In tal modo la vittoria fascista coincideva con la vittoria del centralismo statale sulle aspirazioni autonomistiche sia delle popolazioni di lingua tedesca e ladina dell’odierna provincia di Bolzano che dei trentini (in massima parte italofoni[3].

Alle elezioni politiche del 1924 nel collegio corrispondente all’intera «Venezia Tridentina»  il «listone» fascista (supportato da numerosi esponenti liberali), prese 22.244 voti; a fronte dei 33.115 del Deutscher Verband e dei 25.788 del Partito Popolare. Anche la sinistra, benché lacerata dalle proprie divisioni ottenne buoni risultati: il PSI prese 7.178 voti, i riformisti del PSU ne raccolsero 4.984, i comunisti 3.856, mentre i repubblicani ne ebbero 7.734[4].

 Ma votare serviva ormai a poco. Il «genocidio culturale» messo in atto dal fascismo contro le popolazioni germanofone era già iniziato e non fece che progredire ancor più rapidamente dopo il delitto Matteotti e l’emanazione delle «leggi fascistissime» . Il suo principale teorico era il senatore roveretano Ettore Tolomei, già da tempo propugnatore dell’«italianità» dell’Alto Adige e dal novembre 1919 a capo del Commissariato per la lingua e la cultura in Alto Adige. Fu lui ad elaborare nel 1923 un programma in 23 punti che iniziò subito ad essere applicato con l’introduzione della toponomastica italiana quale unica forma di denominazione dei luoghi (anche laddove non abitava neppure un italiano).

Solo pronunciare il termine «Tirolo» riferendosi all’Alto Adige divenne un reato passibile di multa o di reclusione. L’italiano divenne l’unica lingua ammessa nella pubblica amministrazione, nella scuola, sulla stampa (fatta eccezione per le riviste ecclesiastiche) e, naturalmente, nei tribunali. I cognomi tedeschi giudicati dalle autorità fasciste «di origine italiana o latina» vennero (malamente) italianizzati, così come i nomi dei paesi, dei monti e dei corsi d’acqua. Dal 1925 insegnare il tedesco ai bambini nelle Katakombenschule, le scuole delle catacombe, organizzate clandestinamente (spesso con l’aiuto del clero di lingua tedesca) divenne un reato passibile di condanna al carcere e al confino. Il culmine del grottesco lo si raggiunse nel 1927 con l’obbligo di formulare in italiano le iscrizioni sulle tombe.

L’anno successivo venne inaugurato a Bolzano il monumento alla Vittoria, costruito su quello che era stato il basamento di un monumento ai caduti austriaci. Sulla facciata del monumento venne posta un’iscrizione che condensava il disprezzo fascista nei confronti dei tirolesi di lingua tedesca: « HIC PATRIAE FINES SISTE SIGNA HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS», ovvero «Qui [sono] i confini della Patria. Pianta le insegne! Da qui educammo gli altri alla lingua, al diritto, alle arti».

Il

Il “Monumento alla Vittoria” di Bolzano. Immagine tratta il 15.4.2015 dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Monumento_alla_Vittoria_(Bolzano)#/media/File:Siegesdenkmal_Bozen_Ostseite.JPG

In realtà questa «educazione» mancò i propri obiettivi. Trasformare i sud-tirolesi in italiani era più difficile del previsto e per questo si preferì importare in Alto Adige immigrati dal resto del paese. L’obiettivo indicato da Mussolini stesso era quello di

«spingere al massimo l’italianizzazione della regione, cioè alterarne profondamente e durevolmente il carattere fisico, politico, morale, demografico; cioè sostituire, o almeno mescolare, all’attuale maggioranza tedesca, una maggioranza italiana o una minoranza fortissima che tolga alla regione il carattere che oggi ha, e che è prevalentemente tedesco»[5].

In Alto Adige vennero trasferiti in massa migliaia di pubblici dipendenti italiani che presero il posto degli autoctoni trasferiti o licenziati. Ai sudtirolesi divenne di fatto impossibile divenire impiegati pubblici, insegnanti, poliziotti, ferrovieri, tanto per citare alcune professioni loro interdette.

Poi si tentò la conquista del suolo. Nel tentativo di frammentare i fondi agricoli per costringere gli agricoltori autoctoni a vendere i loro masi si dichiarò fuorilegge la pratica di successione ereditaria che lasciava tutti i beni di un capo famiglia al figlio maggiore («maso chiuso»). La resistenza dei tirolesi vanificò questa disposizione, incrinare la compattezza del mondo contadino di lingua tedesca si dimostrò impossibile.

 Il regime però non si diede per vinto: al fine di incentivare «l’italianizzazione» il 2 gennaio 1927 un Regio Decreto sancì la nascita della provincia di Bolzano, che venne così separata dalla provincia di Trento di cui era parte dal 1923. Questa nuova configurazione amministrativa vide la fine del ruolo di Trento come capoluogo regionale e la deviazione verso il nuovo capoluogo altoatesino dei più importanti investimenti.

Venne infatti incentivata la creazione di stabilimenti delle maggiori imprese industriali, in modo da impiegarvi operai provenienti da tutta Italia, molti dei quali andarono a vivere nei grandi edifici realizzati alla periferia di Bolzano. In tal modo gli altoatesini di lingua italiana passarono dai 6.950 del 1910 ai 20.300 del 1921 e poi agli 80.800 del 1939, su un totale di 234.650 abitanti allora residenti in provincia di Bolzano.

L’industrializzazione e la penetrazione italiana andavano di pari passo, a tutto discapito dei sudtirolesi germanofoni, costretti a subire le angherie di un regime che li considerava ospiti sgraditi in una terra che essi abitavano da generazioni. Ad esempio nel 1935 per costruire la zona industriale di Bolzano vennero abbattuti 50.000 alberi da frutto e migliaia di vigne[6]. In tutto nei ditorni di Bolzano vennero espropriati 3 milioni di metri quadri. Secondo Claus Gatterer: «In tale modo il regime letteralmente fece mancare il terreno sotto i piedi a molti contadini della fascia periferica di Bolzano»[7].

Fu con questi sistemi che venne a crearsi in Alto Adige una numerosa minoranza italofona concentrata nei principali centri urbani ed una maggioranza germanofona composta di agricoltori radicati nelle proprie valli. Due mondi distanti e reciprocamente ostili. Una situazione che non poteva che rendere permanente lo scontro etnico.

La zona industriale di Bolzano. Immagine tratta dall'articolo di Carlo Romeo

La zona industriale di Bolzano. Immagine tratta dall’articolo di Carlo Romeo
“Die faschistische Politik in Südtirol / La politica fascista in Alto Adige”, 2013. Consultato il 15.4.2015 sul sito http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=192:die-faschistische-politik-in-suedtirol–la-politica-fascista-in-alto-adige&catid=35:storia&Itemid=54

Una comunità lacerata

 La guida della resistenza culturale alle politiche fasciste di «italianizzazione» forzata venne assunta dal canonico Michael Gamper (1885-1956), direttore della casa editrice cattolica Tyrolia (poi Athesia) che stampava il settimanale «Volksbote» e il quotidiano «Dolomiten»; gli unici organi di stampa altoatesini che durante il ventennio fascista poterono godere di un minimo di libertà (in primis quella di essere pubblicati in tedesco), perché tutelati dal concordato del 1929.

Già nel 1923 Gamper aveva invitato i sudtirolesi ad «imitare strettamente i primi cristiani» ritirandosi nelle catacombe per tutelare il proprio «carattere nazionale». Con l’appoggio dei circuiti parrocchiali venne infatti organizzata una rete di scuole clandestine ospitate presso oratori, canoniche e case private. Stuben e cantine si trasformarono così in aule improvvisate nelle quali si cercava di trasmettere ai bambini almeno i rudimenti della propria lingua scritta. A metà anni ’30 erano 5.000 (su di una popolazione scolastica di 30.000 alunni in tutto l’Alto Adige) i bambini sudtirolesi che, oltre alla scuola «ufficiale» in italiano, frequentavano le Katakombenschule (scuole delle catacombe), per una media di due ore settimanali.

In questa forma di resistenza culturale il clero di lingua tedesca ebbe un ruolo centrale.

«Per i sudtirolesi (ma anche per gli sloveni e i croati della zona costiera e in Istria) la Chiesa e il clero erano l’ultimo rifugio della lingua madre e spesso anche l’ultimo resto di una struttura sociale autoctona»[8].

La lotta per la tutela della propria lingua e della propria cultura ebbe anche i suoi deportati ed i suoi caduti. Le autorità fasciste di fatto trattavano i maestri e gli organizzatori delle scuole clandestine al pari degli aderenti ai partiti di opposizione. Il maestro Rudolf Riedl venne prima confinato e poi espulso dal Regno d’Italia nel 1927. Nello stesso anno la maestra Angela Nikoletti venne prima incarcerata e poi costretta a lasciare il proprio comune. Morì di tubercolosi nel 1930, a soli 25 anni destando la commozione della sua gente[9].

Sempre nel 1927 un altro dei collaboratori di Gamper, l’avvocato Josef Noldin, venne confinato sull’isola di Lipari. Il suo caso suscitò scalpore in tutta Europa. Noldin rifiutò sempre di sottoscrivere qualunque domanda di grazia e venne rilasciato alla fine del 1928, ma solo perché ormai in procinto di morire di cancro[10].

In tutto furono duecento i sudtirolesi confinati, diciassette i condannati dal Tribunale speciale[11].

Immagine tratta dall'articolo di Carlo Romeo

La scuola delle catacombe. Immagine tratta dall’articolo di Carlo Romeo  
“Die faschistische Politik in Südtirol / La politica fascista in Alto Adige”, 2013. Consultato il 15.4.2015 sul sito http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=192:die-faschistische-politik-in-suedtirol–la-politica-fascista-in-alto-adige&catid=35:storia&Itemid=54

La discriminazione e le persecuzioni subite ad opera dei fascisti italiani spinsero molti tra gli abitanti germanofoni della provincia di Bolzano a riporre le proprie speranze nel nazismo, visto come movimento che intendeva riunificare e proteggere tutti i tedeschi. Nel 1933, l’anno in cui Hitler prese il potere in Germania, i suoi ammiratori sudtirolesi fondarono il Völkischer Kampfring Südtirol (VKS), Gruppo popolare combattente del Tirolo meridionale . L’organizzazione era illegale nel territorio italiano perché impegnata nella difesa della lingua e della cultura tedesca nei territori dell’odierno Alto Adige/ Südtirol. I membri del VKS non mancavano però di mantenere saldi contatti con il Terzo Reich e con il partito nazista, di cui riprendevano pedissequamente l’ideologia.

Nel 1935 Hitler ottenne la riannessione della Saar alla Germania. «Oggi la Saar, noi entro un anno» gridavano i simpatizzanti nazisti tra i sudtirolesi. Nel marzo 1938 ad essere annessa al Reich fu l’Austria; «tedeschi al Brennero!» esultarono i membri del VKS.

A deludere le loro speranze ci pensò Hitler stesso. Durante la sua visita a Roma del 7 maggio 1938 ci tenne a precisare di «considerare inviolabile il confine delle Alpi, eretto dalla natura». Insomma per lui come per il suo amico e collega Mussolini i sudtirolesi avevano la colpa di essere tedeschi che abitavano sul lato sbagliato delle Alpi.

Il Führer non mancò di concedere loro la possibilità di emendare la propria colpa trasferendosi all’interno del Terzo Reich. Il 23 giugno 1939 con l’accordo di Berlino le autorità dei due regimi, fascista e nazista si accordarono per mettere i sudtirolesi di fronte alle opzioni.

I nazisti consideravano i sudtirolesi «Volksdeutsche» (tedeschi etnici), come le comunità germanofone presenti in Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e paesi baltici. Secondo Hitler e i suoi seguaci tutti i «Volksdeutsche» dovevano entrare a far parte del Reich o attraverso l’annessione dei loro territori (come era accaduto nei Sudeti) o attraverso il trasferimento di popolazioni (come era previsto per i sudtirolesi).

Idee di una «regolazione territoriale etnica», di «pacifico scambio tra gli appartenenti al proprio ceppo etnico e gli allogeni» sulla base di accordi tra stati erano già state avanzate durante la grande guerra. Ora i nazisti e i fascisti le riproponevano portandole alle loro estreme conseguenze[12].

Entro il 31 dicembre 1939 (entro il giugno 1940 per il clero) tutti i germanofoni residenti nelle province di Trento e di Bolzano dovevano optare se assumere la cittadinanza tedesca o mantenere quella italiana. Erano previste tre possibilità: opzione per la Germania tramite l’apposito modulo arancione. Opzione per l’Italia tramite l’apposito modulo bianco, non-partecipazione («opzione grigia») che valeva come opzione per l’Italia. Si sarebbe potuto ri-optare, cioè rivedere la propria scelta di emigrare in Germania sino alla fine del 1942. I propagandisti dell’opzione per la Germania definivano il procedimento «votazione popolare», per metterlo sullo stesso piano dei plebisciti già organizzati dai nazisti in occasione dell’annessione della Saar e dell’Austria[13].

Questa volta però non si trattava di annettere un territorio, ma solamente delle persone. Coloro avessero scelto di optare per divenire tedeschi avrebbe dovuto trasferirsi nei territori del Reich, cioè abbandonare la loro terra per essere «ricollocati». Si promise loro una fantasmagorica «zona di insediamento chiusa», che si pretendeva bella quanto il Sudtirolo. Naturalmente c’era il piccolo problema che questa «zona» la si sarebbe dovuta strappare a qualcuno, magari ai russi o ai polacchi, ma ai nazisti questo non sembrava un grosso inconveniente.

Per chi invece avesse deciso di optare per l’Italia e rimanere nel proprio paese la prospettiva era quella di rassegnarsi alla completa «italianizzazione». Anzi per incoraggiare i più recalcitranti ad abbandonare la propria terra e a rifugiarsi nel paterno abbraccio del Führer si diffuse ad arte la cosiddetta «leggenda siciliana», basata sul: «sì, sì, restate pure… poi ci penseranno gli italiani a cacciarvi deportandovi tutti in Sicilia, se non optate per la Germania potranno fare di voi ciò che vorranno». Le autorità italiane non fecero nulla per contrastare la diffusione della «leggenda siciliana» messa in atto dal VKS. Quando capirono che stava avvenendo un opzione in massa per la Germania di dimensioni tali da screditare lo stesso regime fascista era ormai troppo tardi e le loro timide e tardive rassicurazioni arrivarono fuori tempo massimo. Ancora alla vigilia della scadenza delle opzioni Mussolini rifiutò di ricevere una delegazione sudtirolese venuta a chiedere rassicurazioni. Pare che egli si sarebbe «accontentato» di cacciare dalla loro terra la metà della popolazione germanofona, ma non voleva problemi con i nazisti e di fatto favorì la loro politica di «emigrazione totale». Questa idea era sostenuta anche da Ettore Tolomei, visto che non gli era riuscito di trasformare i sudtirolesi in italiani tanto valeva cacciarli tutti[14].

È interessante notare che l’uomo incaricato da Hitler di sovrintendere l’intera operazione di «ricomposizione fondiaria etnica» («trapiantare» i sudtirolesi nel Reich) era niente meno che il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler. Secondo lo storico Rolf Steininger

«tutto ciò che accadde da questo momento porta la sua impronta. Fu organizzato un apparato gigantesco; il Sudtirolo divenne il primo campo di sperimentazione dell’ “uso di esseri umani” da parte dei nazionalsocialisti»[15].

Non è un caso che proprio Himmler, uno dei massimi responsabili della Shoah, fosse a capo del programma «rietnizzazione». La «riconduzione in patria» dei «Volksdeutsche» andava di pari passo con la cacciata e l’eliminazione di coloro che erano considerati «elementi estranei e nocivi» al popolo tedesco. Entrambi i processi partivano da uno dei presupposti fondamentali dell’ideologia nazista: la convivenza tra diversi porta alla degenerazione della razza e va impedita in ogni modo.

Il modo in cui i nazisti sudtirolesi condussero la campagna per le opzioni spaccò in due la comunità germanofona della «Venezia Triedentina»: da un lato coloro che avevano optato per la Germania, gli optanten; dall’altro chi aveva scelto di mantenere la cittadinanza italiana, i dableiber (coloro che rimangono). Questi ultimi erano chiamati sprezzantemente dai nazisti «Walsche» (termine che letteralmente significa «meridionali», usato anche come spregiativo di «italiani»).

Contro i dableiber l’apparato del nazismo sudtirolese scatenò una vera e propria campagna di odio. Come osavano rifiutare la generosa proposta del Führer? Erano traditori del popolo tedesco! Non meritavano nessuna comprensione, nessuna pietà.

In breve i dableiber vennero messi al bando dalla società sudtirolese, in massima parte conquistata dalle promesse dei nazisti e tenuta in riga dai gerarchetti del VKS. Coloro che avevano scelto di restare fedeli alla propria terra o che osavano affermare che Hitler non era affatto il salvatore del popolo tedesco erano additati come «porci italiani». Nessuno andava a fare acquisti nei loro negozi o a mangiare nelle loro osterie. Se invece erano loro a sedersi in un osteria di optanten nessuno li serviva e quando se ne andavano la sedia su cui si erano seduti veniva platealmente lavata. Nessuno li assumeva o accettava di lavorare per loro. Nessuno si inginocchiava accanto a loro in chiesa. Se uno di loro moriva occorreva che fossero altri dableiber a portare la bara perché gli optanten si rifiutavano di farlo. A Franz Innerohofer, un dableiber che era stato decorato al valore nell’esercito austroungarico e che aveva lottato in clandestinità per opporsi all’italianizzazione forzata i nazisti versarono addosso del liquame. A Josef Pallhuber, un altro stimato dableiber incendiarono la casa[16].

Fu spesso il clero di lingua tedesca ad essere in prima linea nell’opposizione alla propaganda nazista. Molti furono infatti i sacerdoti che misero coraggiosamente in guardia i loro parrocchiani avvisandoli del carattere anticristiano del nazismo. Il 90% dei preti germanofoni della diocesi di Trento (allora comprendente diversi territori di lingua tedesca) e l’80% di quelli della diocesi di Bressanone optò per l’Italia. Ma la frattura tra optanten e dableiber aveva diviso anche il clero in modo evidente. Il vescovo di Bressanone Johannes Geisler optò per la Germania tra gli applausi dei funzionari nazisti[17].

Alla fine, la notte del capodanno 1940 vennero resi pubblici i risultati dell’opzione. Ad optare per la Germania erano state 213.000 persone (10.000 avrebbero poi ri-optato per l’Italia), l’86% dei sudtirolesi [18]. Nazisti e fascisti festeggiarono insieme il risultato in un ballo presso il circolo ufficiali di Bolzano organizzato per volontà del sottosegretario agli interni Buffarini-Guidi, il futuro ministro degli interni della Repubblica Sociale che nel 1943 avrebbe ordinato l’arresto e la consegna ai nazisti degli ebrei italiani[19].

In realtà solo 75.000 optanti lasciarono effettivamente la loro terra, la metà dei quali nel 1940, poi il trasferimento subì uno stallo. Anche perché i primi a trasferirsi iniziarono a scrivere raccontando una realtà ben diversa dalle promesse dei nazisti: altro che «zona d’insediamento»! altro che nuove case e nuovi campi! Gli optanten si ritrovarono in un paese in guerra, costretti per sopravvivere a fare lavori ben diversi dalle tradizionali attività agricole[20].

Intanto in sudtirolo cresceva il potere dei nazisti. Nel 1940 il VKS venne legalizzato dalle autorità italiane prendendo il nome di Arbeitsgemeinschaft der Optanten für Deutschland (Ado), «Comunità di lavoro degli optanti per la Germania». Questa struttura agiva apertamente come rappresentante locale del partito nazista, costruendo una capillare rete di inquadramento e spionaggio della popolazione. All’Ado venne concesso di riaprire la scuola tedesca per i figli degli optanten. L’obiettivo di tale attività era la nazificazione dei sudtirolesi e venne perseguito anche aprendo in Germania sin dal 1940 due scuole medie appositamente create per ospitare ed istruire i figli di chi aveva scelto la cittadinanza tedesca[21].

Concedendo ai nazisti di creare di fatto una amministrazione parallela e di riaprire le scuole tedesche lo stato italiano aveva di fatto consegnato loro il controllo di buona parte della popolazione Germanofona della «Venezia Tridentina». Secondo Claus Gatterer:

«Gli italiani si ritrovarono così ad essere prigionieri della loro politica: se avessero ammesso anche in forma limitata la lingua tedesca negli uffici e nei tribunali, se avessero concesso qualche ora di insegnamento del tedesco, la propaganda dell’opzione per la Germania sarebbe stata in larga misura vanificata. Ma siccome essi consideravano l’opzione per l’Italia anche necessariamente come una scelta per l’italianità, simili concessioni erano impensabili. In alcuni comuni rurali del Sudtirolo furono nominati dei sindaci (podestà) della zona, ma ciò avvenne in misura troppo limitata e troppo tardi per avere un effetto consistente. Inoltre quei sindaci praticamente non avevano potere: l’amministrazione parallela dei tedeschi li esautorava del tutto, lo stato italiano abdicò, specialmente nei comuni rurali e nei capoluoghi di comprensorio»[22].

Le case di molti sud tirolesi iniziarono ad essere decorate con un quadretto che raffigurava l’immagine di un geranio (elemento tipico del folklore locale chiamato «amore ardente»), accompagnata da una poesia del poeta bolzanino Karl Felderer.

«Strappate dunque dai balconi assolati

 l’ultimo amore ardente;

la fedeltà per la Germania fu più forte,

la cosa più sacra che ci sia rimasta.

Ce lo portiamo via nel cuore,

per altri una volta simbolo;

esso plachi il dolore della nostalgia,

addio o mio Sudtirolo!»

In risposta a questi versi i dableiber esponevano quadretti anch’essi raffiguranti un geranio, ma accompagnato da un’altra poesia.

«Sul balcone fiorisce come sempre

Il luminoso amore ardente

la fedeltà alla patria fu più forte,

 come esultiamo, ch’essa sia ancora nostra.

Fiorisci e splendi , o fiore

un segno di fedeltà tu sei!

E annuncia che fede e patria

 sono la cosa più grande per noi»[23].

La fedeltà alla terra su cui si era nati e alla propria fede cattolica come contraltare al fanatismo nazista dei cantori della «Grande Germania» . L’autore di questi versi era Hans Egarter, un giornalista trentenne della casa editrice cattolica Athesia. Egli era, assieme a Friedl Volgger e Josef Mayr-Nusser, uno dei giovani e combattivi dableiber  raccolti attorno a Michael Gamper. Sotto la sua guida essi avevano lottato in clandestinità perché la lingua e la cultura dei sudtirolesi potessero sopravvivere all’oppressione fascista. Antinazisti convinti si erano opposti alla propaganda del VKS sulle opzioni. Avevano percorso su ogni tipo di mezzo tutte le valli della loro terra per incoraggiare e coordinare gli sparuti gruppi di dableiber , sempre circondati dall’ostilità della loro stessa gente e spesso sfidando le bastonate dei nazisti locali. Erano tutti patrioti sudtirolesi di lingua e cultura tedesca, legatissimi alla chiesa cattolica. La loro lotta al nazifascismo nasceva in primo luogo dall’amore per la propria terra e dall’attaccamento alla propria fede.

Nel novembre 1939 una trentina di giovani dableiber fondò l’Andreas Hofer Bund. Si trattava di un’organizzazione clandestina intenzionata ad opporsi sia al nazismo che al fascismo. Prendeva il nome da Andreas Hofer, l’oste della val Passiria che nel 1809 aveva guidato la rivolta tirolese contro Napoleone. Il primo capo del gruppo fu Friedl Volgger ma, come scrisse egli stesso, fin dall’inizio la vera guida carismatica del gruppo fu Hans Egarter.

Sarebbe stato lui a guidare l’Andreas Hofer Bund nel momento più duro.

(Continua…)

Stretta di mano tra Hitler e il prefetto di Bolzano Mastromattei al Brennero. Immagine tratta il 15.4.2015 dal sito  http://it.wikipedia.org/wiki/Opzioni_in_Alto_Adige#/media/File:Giuseppe_Mastromattei_incontra_Hitler_presso_il_Brennero.jpg

Stretta di mano tra Hitler e il prefetto di Bolzano Mastromattei al Brennero. Immagine tratta il 15.4.2015 dal sito
http://it.wikipedia.org/wiki/Opzioni_in_Alto_Adige#/media/File:Giuseppe_Mastromattei_incontra_Hitler_presso_il_Brennero.jpg

[1] BORIS PAHOR, TATJANA ROJC. Così ho vissuto, biografia di un secolo. Milano: Bompiani, 2013. P.82. [2] FABRIZIO RASERA. Dal regime provvisorio al regime fascista (1919-1937). (Saggio da p.75 a p.131). In «Storia del Trentino: VI: L’età contemporanea. Il Novecento». A cura di Andrea Leonardi e Paolo Pombeni. Bologna: Il Mulino, 2005. P. 88-89. [3] FABRIZIO RASERA. Dal regime provvisorio al regime fascista (1919-1937). (Saggio da p.75 a p.131). In «Storia del Trentino: VI: L’età contemporanea. Il Novecento». A cura di Andrea Leonardi e Paolo Pombeni. Bologna: Il Mulino, 2005. P. 90-91. [4] VINCENZO CALì. Lo stato liberale e l’avvento del fascismo (saggio da p.1 a p.102). In: «Storia del Trentino contemporaneo, dall’annessione all’autonomia». Vol I.Direzione di Ottavio Brié. Trento: associazione trentina di scienze umane, 1978. P.88. [5] FABRIZIO RASERA. Dal regime provvisorio al regime fascista (1919-1937). (Saggio da p.75 a p.131). In «Storia del Trentino: VI: L’età contemporanea. Il Novecento». A cura di Andrea Leonardi e Paolo Pombeni. Bologna: Il Mulino, 2005. P.102. [6] ROLF STEININGER. La questione sudtirolese. (Saggio da p.159 a p.201). In «La regione Trentino – Alto Adige/ Südtirol nel XX secolo: I: Politica e istituzioni». A cura di Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver. Trento: Museo storico in Trento, 2007. P.160-161. [7] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 45-46. [8] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 51. [9] CARLO ROMEO. Alto Adige/ SudTirol, XX secolo. Cent’anni e più in parole e immagini. Bolzano: Raetia, 2003: 132. [10] CARLO ROMEO. Alto Adige/ SudTirol, XX secolo. Cent’anni e più in parole e immagini. Bolzano: Raetia, 2003: 139. [11] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 59. [12] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 47. [13] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 55. [14] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 54. [15] ROLF STEININGER. La questione sudtirolese. (Saggio da p.159 a p.201). In «La regione Trentino – Alto Adige/ Südtirol nel XX secolo: I: Politica e istituzioni». A cura di Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver. Trento: Museo storico in Trento, 2007. P.163-164. [16] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.64-66. [17] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 58. [18] ROLF STEININGER. La questione sudtirolese. (Saggio da p.159 a p.201). In «La regione Trentino – Alto Adige/ Südtirol nel XX secolo: I: Politica e istituzioni». A cura di Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver. Trento: Museo storico in Trento, 2007. P.165. [19] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.71. [20] ROLF STEININGER. La questione sudtirolese. (Saggio da p.159 a p.201). In «La regione Trentino – Alto Adige/ Südtirol nel XX secolo: I: Politica e istituzioni». A cura di Giuseppe Ferrandi e Günther Pallaver. Trento: Museo storico in Trento, 2007. P.165. [21] CARLO ROMEO. Alto Adige/ SudTirol, XX secolo. Cent’anni e più in parole e immagini. Bolzano: Raetia, 2003: 213-214. [22] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 56. [23] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.70.

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