Home » Sovversivi e ribelli di frontiera » La resistenza sudtirolese #parte2

La resistenza sudtirolese #parte2

L’8 settembre di Friedl Volgger

Di Tommaso Baldo

Ringrazio per i consigli bibliografici e le traduzioni dal tedesco Anselmo Vilardi senza il quale non avrei mai potuto scrivere questo testo.

Puntata precedente: https://avanguardiedellastoria.wordpress.com/2015/04/17/la-resistenza-sudtirolese-parte-1/#more-304

I sudtirolesi festeggiano l'ingresso a Bolzano delle truppe naziste l'8 settembre 1943 . Immagine tratta dal sito http://www.ejournal.at/Kritik/austriaca/austriaca.html il 26.4.2015.

I sudtirolesi festeggiano l’ingresso a Bolzano delle truppe naziste l’8 settembre 1943 .
Immagine tratta dal sito
http://www.ejournal.at/Kritik/austriaca/austriaca.html il 26.4.2015 .

La sera del’8 settembre 1943 Friedl Volgger  viaggiava in treno tra Bolzano e Soprabolzano sul Renon (Oberbozen). Aveva 29 anni ed era un giornalista assunto presso la casa editrice cattolica Athesia, diretta dal canonico Michael Gamper, dai primi anni ‘20 l’anima dell’ opposizione clandestina all’«italianizzazione» forzata dei sudtirolesi. Dal 1939 il sacerdote era diventato il personaggio più rappresentativo dei dableiber, quella piccola minoranza dei sudtirolesi di lingua tedesca e ladina che avevano rifiutato di prendere la cittadinanza tedesca e di trasferirsi nel Reich di Hitler.

Volgger e altri giovani dableiber seguaci di Gamper, tra cui spiccava Hans Egarter (un altro giornalista dell’Athesia), avevano fondato nel novembre 1939 la Andreas Hofer Bund (lega Andreas Hofer). Si trattava di un’organizzazione clandestina che intendeva opporsi sia al nazismo tedesco che al fascismo italiano. Le loro attività consistevano soprattutto nel rincuorare e sostenere i dableiber, duramente emarginati dai ben più numerosi optanten, cioè da quei sudtirolesi che avevano «optato» per la cittadinanza tedesca e che consideravano Hitler il loro salvatore dopo un ventennio di angherie subite ad opera dei fascisti italiani.

L’Andreas Hofer Bund cercava di far comprendere, soprattutto attraverso la diffusione clandestina di libri e giornali importati nella «Venezia Tridentina» dalla Svizzera, che passare dal regime fascista a quello nazista era come passare dalla padella alla brace. Perché abbandonare la propria terra e trasferirsi in Germania? Solo per trovare un oppressore che ti dava ordini nella tua lingua? Per di più i nazisti erano un oppressore «pagano» che calpestava la libertà della chiesa. No, tanto valeva tener duro e aspettare che qualcosa spazzasse via sia Hitler che Mussolini, restituendo ai sudtirolesi la loro terra ed il diritto di riunirsi a quella che consideravano loro vera patria, all’Austria.

Grazie all’appoggio di una parte importante del clero gli aderenti all’organizzazione potevano sfruttare i piccoli spazi di libertà di stampa e associazione che il regime fascista garantiva ai cattolici in base ai Patti Lateranensi. Nelle riunioni della  Gioventù Cattolica (movimento giovanile dell’Azione Cattolica), guidata Josef Mayr-Nusser, si leggeva e si confutava il «Mein Kampf» di Hitler denunciandone la natura anticristiana[1]; mentre sulle pagine del «Dolomiten» e del «Volksbote» (rispettivamente il quotidiano ed il settimanale diretti da Gamper) si cercava «di non dire mai una parola di troppo, ma neppure una di meno»[2].

Lo stesso canonico Gamper nel dicembre 1940 si spinse a denunciare sul «Volksbote», con l’articolo «Un orribile sospetto», l’uccisione sistematica di disabili e malati di mente messa in atto nella Germania di Hitler. La coraggiosa denuncia comportò la chiusura del settimanale il 18 ottobre 1941, a causa delle pressioni attuate dai nazisti sui loro sempre più succubi alleati italiani[3].

Quella sera dell’8 settembre 1943 Volgger sapeva che tempi bui erano in arrivo, ma non si aspettava arrivassero così in fretta. «Ci muovevamo in modo troppo lento» scriverà nelle sue memorie[4].

Friedl Volgger. Immagine tratta dal sito http://www.andreas-hofer-bund.de/pressemitteilung_tit_25062012.htm il 26.4.2015.

Friedl Volgger. Immagine tratta dal sito http://www.andreas-hofer-bund.de/pressemitteilung_tit_25062012.htm
il 26.4.2015.

Il 10 giugno 1940, quando Mussolini aveva annunciato l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Germania lui e altri aderenti alla  Andreas Hofer Bund avevano ascoltato il discorso nella redazione del  «Dolomiten». «Ci guardammo negli occhi, saltammo su, ci abbracciammo e cominciammo a ballare». Ne erano certi: i nazifascisti avrebbero perso la guerra ed il fatto che Hitler trascinasse con sé Mussolini era un bene, così dopo la sconfitta ci sarebbe stata la possibilità che il Sudtirolo venisse tolto all’Italia e restituito all’Austria. Anche Gamper la pensava allo stesso modo: «Ora abbiamo vinto, ora non ci può succedere più nulla, ora perderanno tutti e due la guerra»[5].

In realtà da quel giorno molte cose terribili erano successe e molte di più dovevano ancora succedere.

Nella stazione di Soprabolzano sul Renon Volgger trovò la moglie di suo fratello David, Carla Calzà, agitatissima. «Hai sentito la radio? Badoglio ha firmato l’armistizio con gli angloamericani».

Nella casa estiva della famiglia Calzà Friedl poté ascoltare il comunicato dalla radio. Probabilmente in quel momento gli venne in mente un episodio di alcune settimane prima. Viaggiava in treno da Bolzano a Bressanone e nel suo scompartimento vi erano due giovani sudtirolesi arruolati nell’esercito tedesco. Chi infatti aveva optato per la cittadinanza germanica era tenuto a combattere nella Wehrmacht mentre i dableiber servivano nel Regio Esercito al pari di tutti i cittadini italiani. Quando il treno era giunto nei pressi di Bressanone uno dei due soldati si era sporto dal finestrino e aveva indicato all’altro un reparto tedesco lì accampato: «Vedi, i nostri ci sono già, adesso gliela faremo vedere»[6].

Sono già qui…

Friedl Volgger  decise di tornare subito a Bolzano. Doveva fare in fretta. Doveva essere sicuro che i nazisti non mettessero le mani sul canonico Gamper, senza di lui i dableiber avrebbero perso la loro guida. E poi bisognava distruggere tutti i documenti compromettenti per sé per gli altri, conservati presso la redazione del «Dolomiten».

Sono già qui…

Alcuni mesi prima, nel marzo 1943 lo stesso Volgger aveva consegnato in Vaticano al cardinale irlandese O’Flaherty un memoriale redatto da Gamper e destinato al presidente Roosevelt. In quello scritto si testimoniava la presenza di una componente antifascista e antinazista tra le popolazioni germanofone della «Venezia Tridentina» e si chiedeva che a guerra finita i sudtirolesi avessero la possibilità di decidere del proprio destino tramite un referendum. Nel Giugno 1943 Volgger incontrò ancora una volta O’Flaherty che gli disse di aver consegnato personalmente il memoriale al presidente statunitense. Roosevelt si era detto molto toccato del fatto che i membri di una popolazione tedesca si opponessero a Hitler e chiedessero il suo aiuto. Intanto un altro tra i dableiber più in vista, il commerciante Erich Amonn, aveva preso contatto con le missioni dei  servizi segreti inglesi e americani in Svizzera[7].

Stringere contatti con gli anglo-americani ed ottenere il loro riconoscimento era vitale se si voleva aver voce in capitolo su quanto sarebbe accaduto dopo la guerra. Dopo l’arresto di Mussolini e la sua sostituzione con Badoglio il 25 luglio 1943 era chiaro che presto le truppe di Hitler avrebbero invaso l’Italia, a quel punto tra i loro bersagli vi sarebbero stati anche i leader dei dableiber.  Gamper doveva andarsene, scappare verso sud e aspettare l’arrivo delle truppe alleate «affinché nel mondo libero potesse levare la sua voce in difesa della nostra terra»[8].

Alcuni documenti e carte erano già stati inviati al sicuro, ma il canonico era ancora a Bolzano, nel suo alloggio .

Sono già qui…

Nella stazione di soprabolzano sul Renon Volgger riuscì a prendere l’ultimo treno per il capoluogo. Assieme a lui erano salite solo due donne. Erano agitate e parlavano sottovoce. Erano la moglie e la figlia di un medico ebreo, il professor Polacco.

Sono già qui…

Quella dei sudtirolesi non era certo una forma di religiosità particolarmente tollerante.

Il Tirolo era stato il baluardo del cattolicesimo controriformista, la terra consacrata nel 1796 al Sacro Cuore di Gesù perché la proteggesse da Napoleone e dai suoi «diavoli rivoluzionari». Gli insorti di Andreas Hofer come i contadini della Vandea impugnavano gli stendardi bianchi con il cuore rosso e la croce al centro. Quasi settant’anni dopo, in occasione della celebrazione del Sacro Cuore del 1876, c’erano stati i fuochi accesi sulle montagne, fuochi di devozione e di protesta contro il permesso accordato ai protestanti dalle autorità imperiali di aprire i loro luoghi di culto anche nel cattolicissimo Tirolo[9].

Non erano certo memorie che predisponevano ad avere buoni rapporti con chi pregava un altro Dio, tanto meno con gli ebrei, «i perfidi Giudei» come venivano chiamati nella preghiera del Venerdì Santo allora in vigore. A dar retta alla devozione popolare nel territorio del Tirolo storico c’erano stati ben due martiri che si riteneva fossero stati vittime del «popolo deicida»: il Beato Simonino di Trento e il Beato Anderl Oxner von Rinn di Innsbruck.

Ma tutto questo prima. Prima di Mussolini e Hitler. Quella sera dell’8 settembre 1943, gli ebrei, come i testimoni di Geova, gli omosessuali e i comunisti erano esattamente ciò che erano anche i cattolicissimi dableiber sudtirolesi: nient’altro che bersagli, animali braccati dai segugi nazisti.

Sono già qui…

All’arrivo a Bolzano Volgger si avvicinò alle due donne. «Consiglio a al professor Polacco di sparire stanotte stessa se tiene alla propria pelle». «Perché dice questo? Chi è lei?». «Questo non ha importanza, importante è che il professore scappi immediatamente».

Il professor Polacco seguirà il consiglio, se ne andrà quella notte stessa e riuscirà a salvarsi.

Sono già qui…

Gamper era nella sua stanza presso il collegio cattolico Marieninternat, dove risiedeva. Era già d’accordo con Walther Ammon (il fratello di Erich, il commerciante che in Svizzera aveva preso contatto con i servizi segreti alleati). Il giorno dopo sarebbe venuto a prenderlo in macchina per portarlo al sicuro. Chiese a Volgger se voleva venire con lui. «No, resto. Che vengano pure».

Dopo aver lasciato Gamper si recò presso la redazione del «Dolomiten» e bruciò nella stufa tutti i documenti compromettenti[10].

Intanto attorno alle 22 era iniziato l’attacco tedesco contro le caserme italiane della provincia di Bolzano. A mezzanotte e venti gli ufficiali del Regio Esercito ricevettero il dispaccio del Generale Ambrosio, il Capo di Stato Maggiore che invitava «a non prendere iniziative di atti ostili contro i germanici». Quaranta minuti dopo iniziò l’attacco nazista contro il comando di corpo d’armata di Bolzano. Si trattava di un edificio massiccio che sorgeva al di là del ponte Talvera, vicino a quel «Monumento alla Vittoria» su cui era scritto che lì gli italiani erano venuti a insegnare «la lingua, il diritto e le arti».

Il comando di corpo d'armata di Bolzano il 9 settembre 1943 con davanti un carro armato

Il comando di corpo d’armata di Bolzano il 9 settembre 1943 con davanti un carro armato “Tiger” tedesco.
Immagine tratta dal sito
http://www.emscuola.org/labdocstoria/storiae/Rivista/Rivista08/img/galleria02/pages/ta07.htm il 26.4.2015

Alle 4 e 10, dopo tre ore di combattimenti le truppe tedesche si impadronirono dell’edificio facendo prigioniero il generale Gloria, comandante dell’ottavo corpo d’armata. Le caserme e postazioni italiane in Alto Adige erano già quasi tutte in mano agli attaccanti, i pochi reparti del Regio Esercito che ancora resistevano sarebbero stati sopraffatti in poco tempo. I prigionieri catturati dall’esercito tedesco furono migliaia, vennero radunati nello stadio «Druso» prima di essere caricati sui carri bestiame diretti a nord. Alcuni dovettero marciare incolonnati tra le baionette tedesche proprio davanti al «Monumento alla Vittoria»[11]. Finiva così ingloriosamente il primo ventennio di dominazione italiana.

Soldati italiani avviati verso la deportazione dinnanzi al

Soldati italiani avviati verso la deportazione dinnanzi al “Monumento alla Vittoria” di Bolzano. Immagine tratta dal sito http://gonzaga.iobloggo.com/252/ricordi-di-prigionia—9-settembre-1943/&cid=131702 il 26.4.2015

(È possibile leggere il diario di uno dei soldati del Regio Esercito rastrellati a Bolzano trascritto sul blog:  http://gonzaga.iobloggo.com/cat/ricordi-di-prigionia/131702 )

Sono già qui…

Il giorno dopo a mezzogiorno Volgger ed il suo collega Vinzenz Oberhollenzer decisero di recarsi al lavoro nella redazione del «Dolomiten». Per strada notarono alcuni uomini in borghese armati e con una fascia al braccio con su scritto «SOD»[12].

Sono già qui… Sono sempre stati qui…

SOD stava per Sicherheits und Ordnungsdienst, «sicurezza e ordine». Era la nuova milizia organizzata segretamente dai nazisti nei mesi precedenti armando gli optanten dell’Ado (Arbeitsgemeinschaft der Optanten für Deutschland, «Comunità di lavoro degli optanti per la Germania»), l’organizzazione che riuniva i sudtirolesi fedeli al regime hitleriano. Le autorità italiane dopo aver perseguitato per decenni ogni forma di associazionismo tra la popolazione germanofona avevano legalizzato nel 1940 l’interfaccia sudtirolese del partito nazionalsocialista.

«Tanto questi ‘sò i crucchi amici nostri, ‘sò camerati no?».

Dopo l’arresto di Mussolini il 25 luglio 1943 l’esercito tedesco iniziò ad armare gli uomini dell’Ado ed ordinò loro di tenersi pronti. I rapporti dei carabinieri registrarono questo fenomeno e vennero eseguiti alcuni arresti, ma si trattava di una misura decisamente inutile per evitare quello che stava per scatenarsi. Per i molti sudtirolesi che si sentivano «liberati» dai nazisti, stava per arrivare il momento di sfogare vent’anni di rancore accumulato contro gli occupanti. Nella notte tra l’8 ed il 9 settembre i nazisti sudtirolesi collaborarono attivamente con le truppe tedesche facendo loro da guide e affiancandole nell’attacco ai presidi del Regio Esercito. Nei giorni successivi, oltre ad abbattere alcuni monumenti-simbolo della dominazione fascista, contribuiranno alla caccia ai soldati italiani sbandati e fuggiaschi[13].

Si occuparono anche della caccia ai dableiber più in vista. Una volta giunti alla redazione dell’Athesia Volgger e Oberhollenzer seppero dal portinaio che avevano arrestato il redattore capo Rudolf Posch. Poco dopo seppero anche dell’arresto dell’avvocato Josef Raffeiner e del sacerdote Josef Ferrari[14].

Quella mattina all’alba il canonico Gamper aveva lasciato Bolzano nascosto nel’auto di Walther Ammon, quando alcune ore dopo i nazisti si recarono al Marieninternat per arrestarlo di lui trovarono solo gli abiti. Il sacerdote trovò rifugio presso la canonica del parroco di Vanga sul Renon (Wangen am Ritten). Ma i nazisti continuavano a cercarlo e la sua situazione si faceva sempre più pericolosa. Il 31 ottobre 1943, alle prime luci del giorno, Gamper scese attraverso i boschi sino alla strada della Val Sarentina. I suoi amici lo attendevano con un auto e una divisa dell’esercito tedesco con cui travestirlo. Riuscirà a raggiungere Firenze dove troverà rifugio in un convento e lì aspetterà l’arrivo degli angloamericani per ripetere loro, tramite un nuovo memoriale, le aspettative dei sudtirolesi riguardo alla  propria autodeterminazione nel dopoguerra[15].

Dachau

Dopo aver saputo di quanto stava accadendo Volgger e Oberhollenzer decisero che non era il caso di farsi arrestare subito rimanendo in città e si recarono a Soprabolzano sul Renon (Oberbozen). Tornarono in redazione il giorno dopo, quando venne loro comunicata la chiusura del giornale ed il commissariamento della casa editrice da parte delle autorità naziste. Volgger nei giorni successivi si recò in visita presso alcune famiglie dableiber in Val d’Isarco e in Val Pusteria.

Presso il maso della famiglia Hellsteiner di Anterselva (Rasen-Antholz), probabilmente la sera del 18 settembre, apprese dalla radio che Mussolini era stato liberato e che aveva intenzione di ricostruire uno stato fascista in Italia[16].

Formalmente l’Alto Adige sarebbe entrato a far parte della Repubblica Sociale Italiana, in realtà assieme al Trentino e al Bellunese avrebbe fatto parte dell’Alpenvorland, la «Zona d’operazione delle Prealpi». Si trattava di un’area di fatto annessa al Reich, amministrata da funzionari scelti dalle autorità tedesche. Vi era proibita la stessa ricostruzione del partito fascista.

L’Alpenvorland rientrava sotto il controllo del Gauleiter del Tirolo Franz Hofer, un grasso, gioviale e spietato nazista che compare eternamente sorridente nelle foto che lo ritraggono mentre tiene sottobraccio ragazze in abito tradizionale o partecipa alle feste campestri degli Schützen[17].

Il Gaulaiter Franz Hofer. Immagine tratta dal sito http://www.dietiwag.org/index.php?id=4290 il 26.4.2015

Il Gaulaiter Franz Hofer. Immagine tratta dal sito http://www.dietiwag.org/index.php?id=4290 il 26.4.2015

Quella di Hofer era «la via tirolese al totalitarismo», fatta di svastiche e costumi tradizionali, fedeltà al Führer e specificità locali, al punto che nel crollo del Reich arriverà a sognare per un attimo un Tirolo indipendente sotto il suo dominio. La sua linea era quella di non creare tensioni, evitare contrasti e se occorre lasciare alle popolazioni occupate l’illusione di una qualche forma di autonomia che lusingasse pulsioni particolaristiche, localismi e micro-nazionalismi. Ad esempio arriverà a nominare Commissario prefettizio per la provincia di Trento Adolfo De Bertolini, un notabile liberale mai compromesso col fascismo che svolgerà il ruolo di «volto umano» dell’occupante rivolto alla popolazione. «Sotto i tedeschi c’era l’ordine, c’era il pane» ripetono ancor oggi molti anziani trentini[18].

Hofer ad una festa campestre degli Schutzen Immagine tratta dal sito http://www.dietiwag.org/index.php?id=4290 il 26.4.2015

Hofer ad una festa campestre degli Schutzen Immagine tratta dal sito http://www.dietiwag.org/index.php?id=4290 il 26.4.2015

In realtà il Tirolo e l’ Alpenvorland erano pienamente coinvolti nelle politiche genocide del regime nazista. Come si è visto in provincia di Bolzano i nazisti procedettero fin da subito con l’arresto dei dableiber più noti, alcuni dei quali finiranno in campo di concentramento. In Trentino il 28 giugno 1944 verrà soffocato nel sangue il tentativo di organizzare una resistenza armata. Nel Bellunese ad una diffusa guerriglia partigiana si risponderà con una durissima repressione, condotta anche da Polizei Regiment formati da altoatesini e da reparti del Corpo di Sicurezza Trentino (CST), in cui erano arruolati i giovani trentini. A Bolzano venne istituito un apposito «tribunale speciale» che avrebbe condannato a morte 30 partigiani sia italofoni che germanofoni, altre decine di persone vennero uccise in modo assolutamente extralegale.

Il 16 settembre 1943 25 ebrei della piccola comunità meranese vennero arrestati da membri del SOD sotto il comando della Gestapo. Quasi tutti morirono nei campi di sterminio. Anche centinaia di malati psichici e disabili sudtirolesi vennero portati in Germania e non fecero più ritorno.

Nel giugno del 1944 venne inoltre istituito il «campo di transito e di pubblica sicurezza di Bolzano», un lager entro cui passarono almeno 11.000 prigionieri, tra ebrei, resistenti, prigionieri di guerra e renitenti alla leva. Molti di loro sarebbero stati uccisi nei campi di sterminio in Germania e Polonia, ma non mancarono nello stesso «campo di transito» decine e decine di morti per fame, malattie e torture[19].

Anche Fridl Volgger divenne vittima dal sistema concentrazionario nazista. Il giorno dopo aver saputo dalla radio della liberazione di Mussolini venne arrestato alla stazione di Valdaora (Olang)  da uomini del SOD[20]. Dopo un periodo di detenzione venne rinchiuso prima nel campo di lavoro forzato di Reichenau presso Innsbruck e poi, dalla fine del marzo 1944 sino al 29 aprile 1945, nel lager di Dachau. Lì Volgger riuscì a sopravvivere perché venne adibito al lavoro presso l’amministrazione del lager, entrò pertanto a far parte delle «persone di riguardo» destinate ai lavori meno duri. Inoltre poté ricevere i pacchi con generi di conforto che riuscirono a fargli giungere parenti e amici a prezzo di notevoli sforzi.

Venne impiegato come dattilografo e archivista al servizio dell’amministrazione del lager, compito che gli consentì di salvare alcune persone dal trasferimento nei campi di sterminio veri e propri.

Il lager di Dachau dopo la liberazione. Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c9/Prisoner's_barracks_dachau.jpg il 26.4.2015

Il lager di Dachau dopo la liberazione. Immagine tratta dal sito
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c9/Prisoner’s_barracks_dachau.jpg
il 26.4.2015

A Dachau vi erano resistenti e oppositori provenienti da tutta l’Europa. Tra le persone con cui si ritrovò rinchiuso vi erano alcuni sloveni con i quali strinse un forte legame di solidarietà. «Con gli sloveni strinsi subito amicizia. Eravamo infatti uniti da un legame naturale, quello di aver cioè lottato contro l’Italia fascista»[21].

In alcuni casi si trattava di cattolici antifascisti che avevano pagato la scelta di partecipare alla resistenza con l’ostilità di molti loro correligionari, a cominciare dal vescovo Gregorij  Rožman, solerte collaboratore degli occupanti tedeschi.

In particolare Volgger strinse un profondo legame d’amicizia con Novak Bogdan, nipote dell’ex ministro jugoslavo Drago Marušič, esponente del moderato Partito dei contadini. Nel carcere di Lubiana Novak era stato torturato dagli uomini della «bela garda», la guardia bianca collaborazionista formata dai seguaci del vescovo[22].

Decisamente il nazifascismo e la guerra avevano rimescolato tutte le identità e le appartenenze precedenti. Tedeschi perseguitavano e deportavano altri tedeschi, cattolici torturavano altri cattolici; mentre nelle formazioni partigiane e nei lager uomini e donne di fedi e nazionalità diversa lottavano e soffrivano insieme.

Dopo la guerra lo zio di Bogdan, Drago Marušič divenne nuovamente ministro, ma questa volta non più del Regno di Jugoslavia bensì della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (senza mai abdicare alle sue convinzioni, visto che non si iscrisse mai al partito comunista). Grazie al suo aiuto nel 1946 Volgger, divenuto nel frattempo esponente della Südtiroler Volkspartei (SVP), il partito di raccolta della popolazione sudtirolese in Alto Adige/Südtirol poté incontrare il maresciallo Tito e sottoporgli la richiesta di liberazione e rimpatrio anticipato per i soldati sudtirolesi prigionieri di guerra degli jugoslavi. La richiesta venne accolta e così entro la fine nel 1948 tutti i sudtirolesi detenuti in Jugoslavia che non si erano macchiati di crimini di guerra poterono tornare a casa.

Ciò fu possibile anche grazie all’aiuto del ministro degli interni sloveno, il comunista Boris Kraigher, cui Volgger a Dachau aveva salvato il padre Lojze da un  treno diretto ad un campo di sterminio.

Queste amicizie jugoslave valsero a Volgger l’accusa di essere un comunista in incognito.

«Sacerdoti particolarmente devoti misero in guardia contro di me anime altrettanto particolarmente devote. Andarono anche a cercare la mia futura sposa e le sconsigliarono di sposarmi»[23].

 Superare quale passato?

 Negli anni successivi Friedl Volgger diventerà uno degli uomini più rappresentativi della minoranza germanofona in Italia. Divenne deputato al parlamento di Roma dal 1948 al 1953; vicepresidente dell’SVP; consigliere regionale dopo il 1960 e rappresentante dei sudtirolesi presso l’Assemblea dell’ONU dal 1959 al 1960, durante i dibattiti sull’Alto Adige. Venne anche eletto senatore della Repubblica Italiana nel 1968. Diresse inoltre a lungo il quotidiano «Dolomiten» ed il settimanale «Volksbote».

Friedl Volgger in un comizio. Immagine tratta dal sito http://www.televignole.it/trentino-e-alto-adige-province-del-reich-2/reichbz-124/ il 26.4.2015

Friedl Volgger in un comizio. Immagine tratta dal sito http://www.televignole.it/trentino-e-alto-adige-province-del-reich-2/reichbz-124/ il 26.4.2015

L’SVP venne fondata da una dirigenza di dableiber antinazisti, ma nel giro di pochissimi mesi accolse un gran numero di ex-nazisti, compresi coloro che avevano ricoperto posizioni di responsabilità durante l’occupazione tedesca. Tra loro vi erano Karl Tinzl, nominato nel 1944 prefetto della provincia di Bolzano da Franz Hofer e Fritz Führer, già sindaco di Bolzano insediato dai nazisti.

Le persecuzioni e le sofferenze inflitte dai nazisti ai dableiber e a tutti i sudtirolesi che osarono ribellarsi al loro volere vennero dimenticate in nome dell’unità del proprio gruppo etnico contrapposto agli italiani. Come scrisse nelle sue memorie Voggler:

«Non si poteva rimanere prigionieri di un triste passato. Dovevamo mirare alla sopravvivenza della nostra gente, guardare al futuro. Se in quel momento non ci fossimo presentati uniti, se non avessimo serrato le fila saremmo rimasti tanti gruppi e gruppuscoli in lotta fra loro»[24].

Il richiamo all’unità di tutti i sudtirolesi a discapito di qualunque considerazione etica e politica divenne sempre più forte con l’andar del tempo. Dopo la metà degli anni ’50 gli ex-optanten ed ex-nazisti assunsero la guida dell’SVP. A ciò contribuì senza dubbio la politica nazionalistica dello stato italiano, che di fatto, sino alla promulgazione del secondo statuto della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige/Südtirol del 1972, negò ogni vera autonomia amministrativa alla provincia di Bolzano.

Negli anni ’60 e ‘70 lo scontro tra la popolazione italofona e quella germanofona tornò a farsi violento. Vi furono decine di morti negli attentati effettuati dagli indipendentisti sudtirolesi. Da parte sua lo stato italiano non mancò di imporre il coprifuoco a intere vallate, di compiere arresti arbitrari (alcuni terminati con strane morti in carcere) e di utilizzare infiltrati all’interno dei gruppi indipendentisti. Infiltrati come Christian Kerbler che il 7 settembre 1964 uccise a sangue freddo in una malga in Val Passiria l’indipendentista ricercato Luis Amplatz e ferì Georg Klotz. Insomma l’Alto Adige/ Südtirol fu uno dei laboratori di prova su piccola scala della «strategia della tensione» che avrebbe seminato morti e devastazione in tutta Italia[25].

Militari italiani dopo l'uccisione di due carabinieri da parte degli indipendentisti nel 1964. Immagine tratta dal sito http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=2101&codset=NAT&pagina=71 il 26.4.2015

Militari italiani dopo l’uccisione di due carabinieri da parte degli indipendentisti nel 1965. Immagine tratta dal sito http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=2101&codset=NAT&pagina=71 il 26.4.2015

Il conflitto altoatesino venne fortunatamente risolto con le trattative iniziate nel 1961 tra l’SVP e i vari governi italiani. Trattative che portarono allo Statuto d’autonomia del 1972, sancendo la delega delle più importanti funzioni amministrative alle province di Trento e Bolzano in modo da consentire alla popolazione germanofona di preservare la propria identità linguistica e culturale, nonché di avere un reale accesso al pubblico impiego, regolamentato dalla «proporzionale etnica». Si tratta però di una pace nella separazione, italofoni e germanofoni ancor oggi spesso convivono sulla stessa terra ma in due mondi diversi.

Dopo il 1945 nella concezione di Friedl Volgger la difesa del proprio «gruppo etnico» ebbe la meglio sui valori universali dell’antifascismo. Nel marzo 1981, commemorando i 33 sudtirolesi arruolati nel Polizei Regiment «Bozen» dell’esercito nazista ed uccisi nell’attacco partigiano di Via Rasella a Roma nel 1944, scrisse in un articolo sul settimanale «Volksbote»:

«Sulle tombe delle innocenti vittime delle Fosse Ardeatine brillano ininterrottamente i ceri e vengono deposte sempre nuove corone. Per i folli fanatici che nella città eterna senza alcuna necessità hanno provocato un bagno di sangue in una compagnia di innocui poliziotti ci sono state medaglie d’oro e posti in parlamento. Le Fosse Ardeatine sono diventate per gli italiani luogo di commemorazione nazionale. I sudtirolesi si inchinano con il massimo rispetto davanti ai morti. Ceri e corone dovrebbero però essere stati innalzati da tempo anche per i poliziotti sudtirolesi proditoriamente uccisi. Nella pubblica opinione essi sono stati purtroppo per lungo tempo dimenticati. Per loro non ci sono state né medaglie d’oro, né onori»[26].

Parole che avrebbero potuto benissimo condividere quei neofascisti che ancor oggi vorrebbero togliere alla sua gente il diritto di vivere sulla propria terra.

È bene ricordare alcune cose. Innanzitutto come fa notare lo storico Santo Peli nel suo saggio «Storie di Gap. Terrorismo urbano e resistenza», la contrapposizione tra «folli fanatici» autori del’attacco di Via Rasella e le «vittime innocenti» delle Fosse Ardeatine è una palese falsità:

«la maggior parte di coloro che vengono uccisi per rappresaglia non sono “vittime innocenti”, travolte dal caso. Sono quasi sempre partigiani, staffette, membri dei Cln, gappisti, collaboratori o dirigenti del movimento di resistenza che affollano le carceri».[27]

Così come è una palese falsità che l’attacco di Via Rasella si stato svolto «senza alcuna necessità». Si è trattato infatti di uno dei molti attacchi condotti dalla resistenza romana contro le truppe occupanti per rispondere alle decine e decine di fucilazioni, alla deportazione verso i campi di sterminio di duemila ebrei, tra cui donne e bambini, al rastrellamento di altre migliaia abitanti nei quartieri popolari per condurli ai lavori forzati in Germania. L’attacco ai militari del «Bozen» si configura quindi non come un atto isolato, ma come episodio di un conflitto tra un esercito occupante e i patrioti di un paese occupato. Isolarlo dal contesto significa mistificare il passato[28].

Quelli che Volgger chiama «innocui poliziotti» erano un reparto dell’esercito nazista che aveva ricevuto l’addestramento necessario per essere impiegato in azioni di repressione del movimento partigiano. Altri battaglioni dello stesso reggimento vennero impiegati nel bellunese e sul litorale adriatico a tal scopo. Tra loro vi erano degli antinazisti che fecero il possibile per evitare violenze sulla popolazione civile o addirittura per avvisare i partigiani delle azioni di rastrellamento, ma non mancò neppure chi eseguì gli ordini uccidendo senza pietà decine e decine di uomini, donne e bambini[29].

Ma in fondo non è questo il punto. Fossero o meno brave persone o nazisti fanatici in definitiva poco importa. Gli uomini del «Bozen» erano nel posto sbagliato con la divisa sbagliata indosso e questo, purtroppo, quando si è in guerra basta per essere uccisi. D’altronde se milioni di soldati degli eserciti nazifascisti, «innocenti» esattamente quanto quelli di Via Rasella, non fossero caduti sotto i colpi delle truppe alleate e dei partigiani lo stesso Fridl Volgger non sarebbe mai uscito dai cancelli di Dachau.

Ciò che è importante notare era che quella fatta nel suo articolo sul «Volksbote» era una ricostruzione dei fatti puramente a scopo «identitario», finalizzata a serrare le fila del proprio «gruppo etnico» lanciando due messaggi utili a dividere un noi «i sudtirolesi» da un loro «gli italiani».

Definire «vittime innocenti» gli uomini caduti con la divisa nazista indosso significava rassicurare il proprio uditorio, negandone le contraddizioni e gli scheletri nell’armadio. Il messaggio tra le righe era in sostanza: «ma no che non siete stati davvero nazisti, ve lo assicuro io che sono stato deportato a Dachau. Tutti noi sudtirolesi siamo indistintamente vittime».

Mentre il ricordare che «per loro [i soldati del «Bozen»] non ci sono state né medaglie d’oro, né onori» era come dire «ecco vedete, gli italiani piangono i loro morti e noi i nostri, ciascuno per conto suo. Noi siamo noi, loro sono loro».

In tal modo l’ansia di superare un conflitto ideologico tra i membri di una comunità che si voleva unita su base «etnico-linguistica» aveva portato un valoroso oppositore al nazifascismo a divenire complice del perpetuarsi in forme «soft» di quello stesso nazionalismo che aveva subito sulla propria pelle.

Superare il conflitto ideologico aveva portato a perpetuare quello etnico-nazionalista.

Un atteggiamento che è forse la malattia più grave dell’intera Europa.

(Continua…)

Manifesto neofascista tratto dal sito http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14174 il 26.4.2015

Malattie d’Europa: Manifesto neofascista tratto dal sito http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14174 il 26.4.2015

Manifesto schutzen che ringrazia gli attentatori indipendentisti. Immagine tratta dal sito http://wwww.ansa.it/trentino/notizie/2014/12/01/schuetzen-dicono-grazie-a-kerschbaumer_170c81bb-adc6-428f-af20-de99f1ccbba7.html il 26.4.2015

Malattie d’Europa: Manifesto schutzen che ringrazia gli attentatori indipendentisti. Immagine tratta dal sito http://wwww.ansa.it/trentino/notizie/2014/12/01/schuetzen-dicono-grazie-a-kerschbaumer_170c81bb-adc6-428f-af20-de99f1ccbba7.html il 26.4.2015

[1] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 52. [2] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.15. [3] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.79. [4] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.94. [5] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.73-74. [6] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.93. [7] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.89-90. [8] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.94. [9] CARLO ROMEO.  I fuochi del Sacro Cuore. In: «Il Corriere dell’Alto Adige». 8 giugno 2004. Consultato il 19.4.2015 sul sito http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=55:i-fuochi-del-sacro-cuore-&catid=35:storia&Itemid=54 [10] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.95. [11] MARIO RIZZA. «Bolzano in grigioverde» in Non abbiamo più caffè : Bolzano 1940-43 : una città in guerra. Bolzano: La fabbrica del tempo, 2003. Pp.174-188 [12] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.96. [13]AA.VV. Option, Heimat, Opzioni. Una storia dell’Alto Adige. Innsbruck: Tiroler Gheschichtsverein, 1989. Pp 281-284. [14] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.96. [15] ALFONS GRUBER. Storia del Sudtirolo. Bolzano:Athesia, 2001. P.65-66. [16] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.97. [17] AA.VV. Option, Heimat, Opzioni. Una storia dell’Alto Adige. Innsbruck: Tiroler Gheschichtsverein, 1989. Pp 279-293. [18] SERGIO BENVENUTI. La patria incerta: contributi per una biografia di Adolfo Bertolini. Trento: Fondazione Museo storico del Trentino, 2013. [19] AA.VV. Option, Heimat, Opzioni. Una storia dell’Alto Adige. Innsbruck: Tiroler Gheschichtsverein, 1989. Pp 292-293. [20] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.97. [21] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.126. [22] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.115-146. [23] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.285-297. [24] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.153. [25] ROBERTO BIANCHIN. «Quel Killer fu pagato dai servizi». In La Repubblica del 7.11.1991. Consultato il 25.4. 2015 sul sito http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/11/07/quel-killer-fu-pagato-dai-servizi.html . Vedi soprattutto GIANNI FLAMINI Brennero Connection: alle radici del terrorismo italiano. Roma: Editori Riuniti, 2003. [26] Cerimonia a Bolzano per i 33 sudtirolesi morti in via Rasella. «La Stampa», 23 marzo 1981. Consultato il 25.5.2015 sul sito http://www.archiviolastampa.it . [27] SANTO PELI. Storie di Gap. Terrorismo urbano e resistenza. Torino: Einaudi, 2014. P. 261. [28] SANTO PELI. Storie di Gap. Terrorismo urbano e resistenza. Torino: Einaudi, 2014. P. 259. [29] AA.VV. Option, Heimat, Opzioni. Una storia dell’Alto Adige. Innsbruck: Tiroler Gheschichtsverein, 1989. Pp 285.

Annunci

2 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: