Home » Commemorazioni e anniversari » «Aspettami»: una poesia per il «Giorno della Vittoria» sul nazismo

«Aspettami»: una poesia per il «Giorno della Vittoria» sul nazismo

9 Maggio, in memoria degli uomini e delle donne che sconfissero Hitler

Ringraziamo  il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki per il contributo di idee e pareri alla stesura di questo testo.

Mosca 9 maggio 1945, i popoli dell'URSS festeggiano la vittoria. Immagine tratta il 6.5.2015 dal sito http://retromoscow.livejournal.com/21776.html

Mosca 9 maggio 1945, i popoli dell’URSS festeggiano la vittoria.
Immagine tratta il 6.5.2015 dal sito http://retromoscow.livejournal.com/21776.html

Il 22 giugno 1941 iniziò l’aggressione nazifascista all’URSS. Le risorse umane e materiali di quasi tutta l’Europa occidentale (dove continuava a resistere solo l’Inghilterra) vennero messe al servizio del tentativo di annientare o ridurre in schiavitù i 160 popoli dell’Unione Sovietica. I cittadini sovietici morti nel secondo conflitto mondiale furono 26 milioni e 600.000. Di loro solo 8 milioni erano combattenti dell’Armata Rossa, gli altri erano civili inermi, in massima parte donne, vecchi e bambini[1].

Profittatori, razzisti, psicopatici e fanatici religiosi di vario tipo si erano raccolti all’ombra della svastica per aggredire quello che consideravano un abominio: il primo stato socialista. Uno stato che ritenevano abitato da «orde asiatiche», da «sub-umani» slavi ed ebrei.

Siamo abituati a parlare soltanto dei crimini dell’esercito tedesco. Dimentichiamo che accanto ai soldati di Hitler vi erano militari italiani, ungheresi, rumeni e finlandesi; vi erano (arruolati nelle SS) volontari francesi, belgi, olandesi, danesi e norvegesi; vi era anche una divisione di fascisti spagnoli, convinti (a ragione!) di proseguire la propria guerra civile nelle steppe sovietiche; vi erano soprattutto i collaborazionisti ucraini, lettoni, estoni, lituani e di altri popoli dell’URSS che furono tra i più sanguinari complici dei nazisti e a cui si deve buona parte della manovalanza necessaria a perpetrare la Shoah[2].

Siamo abituati a parlare dei crimini del nazismo. Dimentichiamo che i vari fascismi europei non furono da meno e proprio sul fronte orientale diedero il peggio di sé. Dimentichiamo che la guerra di sterminio razziale dei «pagani» nazisti fu esplicitamente benedetta da una parte maggioritaria della chiesa cattolica. «Famiglia Cristiana» e «Civiltà Cattolica» scrivevano cose che non lasciano adito a dubbi:

«E così la guerra santa è incominciata! Tutto il mondo cattolico e cristiano, ha guardato alla Germania e all’Italia e agli altri stati che hanno impugnato le armi contro la Russia, come a dei difensori della civiltà cristiana. Il “branco dei delinquenti” – come diceva Hitler – che da venticinque anni ha imposto a quasi cento ottanta milioni di uomini l’ateismo e l’idiozia spirituale in compenso di uno straccio rosso e del bieco materialismo marxista deve sentire che, invece della rivoluzione mondiale, s’avvicina la riscossa europea della civiltà e della libertà di religione. Preghiamo quindi Iddio, che faccia presto arridere la vittoria alle forze dell’ordine, nella certezza che essa segnerà il ritorno della croce di Cristo, sulle cupole d’oro delle cento chiese del Kremlino, ignominiosamente profanate dal bolscevismo»

La spada a difesa della civiltà. In «Famiglia Cristiana», 6 luglio 1941[3].

E tutto questo mentre migliaia di cattolici erano già stati incarcerati dal regime hitleriano, quando già i membri più coraggiosi del clero tedesco avevano pubblicamente messo in guardia i fedeli dal programma nazista di sterminio dei disabili[4].

I nazifascisti credevano in una facile vittoria. Dio, la razza e l’ideologia concordavano: l’URSS sarebbe stata annientata.

Come può reggersi uno stato abitato da 160 popoli diversi che vivono insieme senza una netta divisione basata sulla gerarchia delle razze? I bianchi (se così si possono definire gli slavi) accanto ai gialli e ai marroncini. Fortuna che almeno non ci stanno pure i negri, ma in compenso abbondano i giudei; che, si sa, nella sovversione ci sguazzano. Come può reggersi un paese in cui le donne, invece che occuparsi delle loro attività naturali (figliare-cucinare-pregare), fanno le ingegnere, le trattoriste, le operaie e addirittura pilotano aerei da guerra. Sono tutte allieve di quella Alexandra Kollontoj che con la rivoluzione d’ottobre era diventata la prima donna ministro al mondo; una «comunista sessualmente emancipata» così sfacciata da scandalizzare lo stesso Lenin[5].

No l’URSS non poteva che essere annientata.

Ma gli aggressori avevano fatto male i loro conti. In tutto il territorio sovietico si levarono milioni e milioni di uomini e donne (l’URSS fu il primo paese ad impiegare le donne nei reparti combattenti) decisi a non cedere dinnanzi a chi voleva sterminarli. Erano marxisti, cristiani, mussulmani ed ebrei; molti erano stalinisti convinti, molti altri dissidenti irriducibili. Non mancava chi aveva scelto di lasciare il gulag per essere inviato al fronte, né chi vi sarebbe finito dopo la guerra. Moltissimi di loro avevano perduto qualcuno dei propri cari nelle sanguinarie «purghe» volute da Stalin negli anni ’30. Ma qualunque fosse la loro fede ed il loro passato tutti combatterono per la bandiera rossa e per l’umanità intera.

Furono questi uomini e queste donne ad annientare più del 70% delle armate tedesche dando il contributo principale alla sconfitta del male che divorava l’Europa e il mondo[6]. La sera dell’8 maggio di 70 anni fa la Germania nazista si arrese senza condizioni alle truppe alleate. Quando la resa venne firmata a Mosca era già il 9 maggio. Da allora questa data divenne in URSS «Il Giorno della Vittoria» nella «Grande Guerra patriottica». Ancora oggi questa data è celebrata in Russia con festeggiamenti ufficiali e con parate militari, ma anche con spontaneo entusiasmo popolare e con la mobilitazione di tutti gli antifascisti.

Partecipare nel nostro piccolo, sia pur a distanza, a questi festeggiamenti è oggi quanto mai necessario.

È necessario perché oggi, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale,  è stata approvata in Ucraina una legge voluta dall’attuale governo di estrema destra (appoggiato da USA e UE) che parifica l’URSS alla Germania nazista e mette fuorilegge la diffusione di idee comuniste. Efraim Zuroff direttore del Centro Wiesenthal di Gerusalemme  ha affermato che tale legge è «grande bugia che trasforma i carnefici in vittime», in quanto «cerca di deviare l’attenzione dai crimini dell’Ucraina durante la Shoah ed equipara falsamente nazismo e comunismo»[7].

È necessario perché oggi, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, i governanti della sedicente «Europa Unita» armano e sostengono, assieme agli USA, il governo oligarchico e fascistoide che si è impadronito del potere in Ucraina scatenando la guerra nell’Est del paese[8].

È necessario perché oggi, a settantenni dalla fine della seconda guerra mondiale, il governo russo cavalca il più retrivo nazionalismo tradizionalista e non si fa scrupolo di sostenere i movimenti razzisti e i gruppi di estrema destra presenti nei paesi UE, cioè gli eredi dei seguaci e degli alleati di Hitler.

Festeggiare «Il Giorno della Vittoria» non significa rimpiangere l’URSS, né avvallare il nazionalismo russo di marca putiniana che nei prossimi giorni userà la memoria della vittoria sovietica del 1945 per portare acqua al proprio mulino. Significa invece riconoscersi accanto ai popoli dello spazio ex-sovietico in una comune cornice di valori basati sull’antifascismo e sul rifiuto di ogni nazionalismo. Si tratta di dire forte e chiaro che ogni tentativo di parificare nazismo e comunismo costituisce di fatto una banalizzazione e una negazione dei crimini hitleriani, un avvallo al razzismo e alle pulsioni guerrafondaie.

Ci uniamo quindi ai festeggiamenti per il settantesimo «Giorno della Vittoria» e non intendiamo farlo postando qualche vecchio inno sovietico o qualche video che mostra le parate dell’Armata Rossa. Non ci interessa celebrare lo stato sovietico o il suo esercito, ma ricordare gli uomini e le donne, i cittadini e le cittadine sovietiche che combatterono contro il nazismo. E vorremmo ricordarli non come soldati, non come figure stereotipate di una qualche forma di propaganda, ma come uomini e donne. Uomini e donne che per salvare sé stessi e i propri cari combatterono e vinsero contro il militarismo, lo sfruttamento e il razzismo.

Vorremmo ricordarli con la poesia di Kostantin Simonov, «Aspettami». Quando scrisse questa poesia Simonov era un corrispondente di guerra che condivideva le fatiche e i rischi dei soldati dell’Armata Rossa nei primi convulsi mesi dell’aggressione nazista. La scrisse per la propria ragazza senza nessuna intenzione di pubblicarla, ritenendola troppo «intimista» e lontana dai canoni del «realismo socialista» per comparire sulla stampa. Ma quando era al fronte la leggeva ai soldati che aveva intorno e molti di loro la trovavano così bella da trascriverla o da impararla a memoria. Fu proprio per insistenza degli uomini e delle donne della prima linea che Simonov decise di pubblicare «Aspettami» sul giornale dell’Armata Rossa «Krasnaja Zvezda». Nel dicembre 1941 alcune sue poesie vennero lettere alla radio e pubblicate sulla «Pravda». «Aspettami» fu quella di maggior successo. Apparve centinaia di volte sui giornali e ne vennero tratti anche una canzone ed un testo teatrale. Venne trascritta migliaia e migliaia di volte da soldati e civili. Alcuni la modificarono creando delle versioni più aderenti alla propria esperienza personale da inviare alla persona amata. Ci fu anche chi se ne tatuò un brano o lo incise sulla corazza del proprio carro armato. Simonov venne sommerso da migliaia di lettere, in una di queste un soldato gli scrisse «Tutti conosciamo a memoria “Aspettami”. Dice esattamente come ci sentiamo».

Il testo della poesia è questo[9]:

Aspettami ed io tornerò,

ma aspettami con tutte le tue forze,

aspettami quando le gialle piogge

ti ispirano tristezza,

aspettami quando infuria la tormenta,

aspettami quando c’è caldo,

quando più non si aspettano gli altri,

obliando tutto ciò che accadde ieri.

Aspettami quando da luoghi lontani

non giungeranno mie lettere,

aspettami quando ne avranno abbastanza

tutti quelli che aspettano con te.

Aspettami ed io tornerò,

non augurare il bene

a tutti coloro che sanno a memoria

che è tempo di dimenticare.

Credano pure mio figlio e mia madre

che io non sono più,

gli amici si stanchino di aspettare

e, stretti intorno al fuoco,

bevano vino amaro

in memoria dell’anima mia …

Aspettami. E non t’affrettare

a bere insieme con loro.

Aspettami ed io tornerò,

ad onta di tutte le morti.

E colui che oramai non mi aspettava,

dica che ho avuto fortuna.

Chi non aspettò non può capire

come tu mi abbia salvato

in mezzo al fuoco

con la tua attesa.

Solo noi due conosceremo

come io sia sopravvissuto:

tu hai saputo aspettare semplicemente

come nessun altro.

Stella rossa vince! (anche oggi). I partigiani kurdi alzano la bandiera della rivoluzione su Kobane liberata. Immagine tratta il 6.5.2015 dal sito  http://www.internazionale.it/foto/2015/01/27/la-vittoria-dei-curdi-a-kobane

Stella rossa vince! (anche oggi). I partigiani kurdi alzano la bandiera della rivoluzione su Kobane liberata dall’Is.
Immagine tratta il 6.5.2015 dal sito http://www.internazionale.it/foto/2015/01/27/la-vittoria-dei-curdi-a-kobane

[1] QUINTO ANTONELLI, GIORGIO SCOTONI, LORENZO GARDUMI. Ritorno sul Don, la guerra degli italiani in Unione sovietica. Trento: Museo Storico del Trentino, 2012.

[2] Si veda la pagina dedicata all’inizio della «soluzione finale» dal museo Yad Vashem di Gerusalemme, in inglese. In italiano è invece disponibile on line questo articolo di «Repubblica» sull’eccidio di Babi Yar, il luogo nei pressi di Kiev dove i nazisti ed i loro complici ucraini massacrarono 100.000 persone, in massima parte ebrei. La natura antisemita del massacro fu a lungo minimizzata dalle autorità sovietiche e venne coraggiosamente rivelata al grande pubblico solo nel 1961 dal poeta Evtushenko con la poesia «Babi Yar » (in inglese qui).

[3] QUINTO ANTONELLI, GIORGIO SCOTONI, LORENZO GARDUMI. Ritorno sul Don, la guerra degli italiani in Unione sovietica. Trento: Museo Storico del Trentino, 2012.

[4] Si veda a titolo di esempio la biografia del Conte Clemens August von Galen , vescovo di Münster, riportata nel sito della Santa Sede.

[5] Sul pensiero di Alexandra Kollontaj si legga il suo scritto del 1923 «Largo all’Eros alato».

[6] Per una bibliografia minima sulla seconda guerra mondiale in URSS si vedano i testi:

  • CATHERINE MERRIDALE. I soldati di Stalin, vita e morte nell’Armata Rossa: 1939-1945. Milano: Mondadori, 2007.
  • CHRIS BELLAMY. Guerra assoluta: la Russia sovietica nella seconda guerra mondiale. Torino: Einaudi, 2011.
  • ORLANDO FIGES. Sospetto e silenzio, vite e private nella Russia di Stalin. Milano: Mondadori, 2009.

[7] Ucraina, nazismo e comunismo equiparati per legge dal Parlamento. In «Il Corriere della Sera» del 9.4.2015. Consultato sul sito http://www.corriere.it/esteri/15_aprile_09/ucraina-nazismo-comunismo-equiparati-legge-parlamento-fddfbbba-dec3-11e4-9169-2cdb2836f1f0.shtml .

[8] Sulla pericolosità per tutti noi della crisi ucraina si veda questo articolo di Lucio Caracciolo su «Limes, rivista italiana di geopolitica» .

[9] Il testo e la storia della poesia «Aspettami» sono tratti da:  ORLANDO FIGES. Sospetto e silenzio, vite e private nella Russia di Stalin. Milano: Mondadori, 2009. P. 346-347.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: