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La resistenza sudtirolese #parte 3

Per Giuseppe e per Josef 

di Tommaso Baldo

Ringrazio per i consigli bibliografici e le traduzioni dal tedesco Anselmo Vilardi senza il quale non avrei mai potuto scrivere questo testo.

Qui la parte 1 e parte 2.

Giuseppe Prono aveva 19 anni ed era un partigiano del XI Brigata Garibaldi, quelli con il fazzoletto rosso al collo. Catturato dai nazifascisti venne fucilato assieme a tre compagni nel marzo 1944.

Il 23 maggio 2015 sul muro della scuola elementare «Sandro Pertini» di Montanaro (Torino), il paese natale di Giuseppe, viene disegnato, previa autorizzazione municipale, un murales che lo raffigura. Ad organizzare l’iniziativa è stato il comitato «Restiamo sani», mentre l’allestimento del murale è stato frutto del lavoro del collettivo grafico Volkswriterz, ma il disegno dell’opera lo si deve al fumettista Zerocalcare.

A questo punto però emerge un problema, un grosso problema. Alle spalle di Giuseppe nel murale compare una stella rossa, il simbolo di quella brigata Garibaldi nella quale egli combatté e morì.

Il murale dedicato a Giuseppe Prono. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito http://i0.wp.com/gabriellagiudici.it/wp-content/uploads/2015/06/montanaro-murales-600x400.jpg

Il murale dedicato a Giuseppe Prono. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito http://i0.wp.com/gabriellagiudici.it/wp-content/uploads/2015/06/montanaro-murales-600×400.jpg

Quella stella così scarlatta, così poco bipartisan non va giù al sindaco del paese, Giovanni Ponchia, eletto in una lista civica di «centrosinista», quella stella và cancellata.

«Ho chiesto che venga rimosso perché mi sono arrivate tante lamentele – spiega il primo cittadino – L’opera è stata autorizzata per onorare la memoria di un nostro giovane concittadino che è morto per la libertà di tutti. Invece qui qualcuno vuole spaccare il paese che io devo amministrare. Non si può restare fermi ai conflitti di 70 anni fa. Dobbiamo guardare al futuro»[1]

D’altronde il buon sindaco non fa che ripetere su scala locale il leit-motiv istituzionale delle celebrazioni per il 70° della liberazione: «la Resistenza non appartiene ad una fazione, appartiene alla Nazione».

E siccome è roba della «Nazione» (o del partito nazione?), si fanno sparire simboli, canti, parole e storie non abbastanza «nazionali». Via gli ideali in nome dei quali si combatté, via la complessità e le contraddizioni delle storie personali, via la ferocia e la durezza di una guerra civile combattuta senza esclusione di colpi. Al loro posto va in scena una resistenza fasulla, edulcorata e avvolta nel tricolore, con accompagnamento di fanfare istituzionali.

Ma sbaglia, e sbaglia di grosso, chi al coro dell’identità istituzionalizzata risponde con gli slogan di un’identità minoritaria ma altrettanto dogmatica. La frase «la resistenza è rossa e non democristiana!» oltre ad essere vintage è falsa. La resistenza è tutti quelli che l’hanno fatta e di tutti coloro che la ricordano e l’hanno resa parte indelebile della propria visione del mondo. Qualunque sia la loro fede o il loro ideale.

Non si tratta di contrapporre slogan a slogan, ma di difendere la complessità dell’esistente dalle semplificazioni propagandistiche del potere. Si tratta di ricordare che la resistenza venne combattuta proprio per conquistarsi il diritto di essere uomini e donne «completi», dotati di sogni, ideali, fedi e aspirazioni diverse per ciascuno e non ubbidienti e standardizzati strumenti della «Nazione».

Ad essere in pericolo non è solo la memoria della resistenza «cattiva», quella col fazzoletto rosso al collo. Anche la memoria della resistenza «buona», quella che non odora di zolfo e rivoluzione sociale, è ugualmente vittima della semplificazioni di stato. È in pericolo perché viene privata di complessità e contraddizioni, perché viene decontestualizzata e semplificata, perché di fatto viene falsificata.

Proprio per contrastare questo tipo di falsificazioni, vorrei qui raccontare la storia di una resistenza che più «buona» di così non si può: disarmata, solitaria, tragica e cattolica, molto cattolica. Il protagonista di questa storia infatti lo stanno addirittura per beatificare.

«Il Sepp non cambiò idea»

Josef Mayr Nusser necque il 27 dicembre 1910 presso Bolzano in una famiglia di viticoltori. Dopo aver frequentato l’istituto tecnico commerciale lavorò come impiegato presso le ditte «Eccel» e «Ammon». A 20 anni prestò servizio militare nell’esercito italiano. Nel 1934 divenne il primo dirigente della Gioventù diocesana (la giovanile dell’Azione Cattolica) per la popolazione di lingua tedesca dell’odierno Alto Adige/Sudtirol.

Il suo approccio alla fede religiosa è forse espresso al meglio nell’articolo «testimoni della Sua gloria», che pubblicò il 15 gennaio 1938 sulla rivista Jugendwacht:

«È stato detto che l’uomo di oggi può essere convinto di una cosa sola, non dai libri, conferenze o prediche, ma solo dalla vita dei cristiani, questo è l’unico libro nel quale si vuole leggere e nel quale si crede oppure no. Comprendiamo allora il significato della parola di Cristo? Dobbiamo essere testimoni! L’essere mossi dalla fede è dunque la prima condizione di ogni testimonianza. La testimonianza senza parole, vissuta quotidianamente dal cristiano attivo, a casa, al lavoro, sui campi, nell’officina davanti agli uomini. Quale forza emana da un giovane che semplicemente vive in modo cristiano, che deriva tutta la forza vitale dalla recondita fonte della vita cristiana, della vita di Cristo»[2].

Secondo Mayr-Nusser tra i doveri del cristiano vi era anche quello di opporsi al nazismo. Egli scelse nel 1939 di mantenere la cittadinanza italiana rifiutando «l’opzione» per il Reich ed entrò a far parte dell’Andreas Hofer Bund, il piccolo movimento clandestino di opposizione al nazifascismo organizzato tra i sudtirolesi da Hans Egarter e Friedl Volgger[3].

Anche per merito suo, oltre che di sacerdoti antinazisti come Josef Ferrari, nelle riunioni della Gioventù diocesana si leggeva e si confutava il «Mein Kampf» mettendone in risalto i contenuti anticristiani[4].

Nel maggio 1942 Josef Mayr-Nusser sposò Hildegard Straub, che aveva collaborato con lui nella Gioventù diocesana, il primo agosto 1943 nacque il loro figlio Albert. Poco più di un mese dopo la provincia di Bolzano e l’intera Italia settentrionale furono occupate dall’esercito tedesco. Agli inizi del settembre 1944 Josef Mayr-Nusser venne chiamato al servizio militare nell’esercito occupante. Inviato con altri 80 sudtirolesi a Konitz, nella Prussia occidentale, si ritrovò inquadrato in un reparto delle SS[5].

Il 4 ottobre 1944 agli uomini del reparto venne annunciato che il giorno dopo avrebbero dovuto prestare giuramento. Quello che accadde allora preferisco lasciarlo raccontare dalle testimonianze di chi c’era[6].

Intervista a Matthias Götsch. Lagundo (Merano) 31.1.1979

Vorrei sapere perché secondo Lei, siete stati richiamati alle SS?

«Non c’era proprio scelta, non glene importava se avevi l’altezza giusta o no, se si era abili o no – c’era addirittura della gente che non sapeva neanche bene il tedesco – tutti quelli che erano indispensabili e sono stati richiamati sono stati messi automaticamente nelle SS. Nell’autunno 1944 infatti non hanno formato nessun’altra unità»

 

Hans Karl Neuhauser, lettera a Hildegard Mayr. Brunico 15.11.1946

«Per il 5 settembre 1944 eravamo stati convocati nella caserma della polizia di Gries. Se (Josef Mayr Nusser) fosse presente già il 5 o solo il 6 non Glielo posso dire e neanche se in questi primi giorni avesse il permesso di tornare brevemente a casa, come alcuni altri. Il 7 sera siamo partiti da Bolzano e la mattina dell’11 siamo arrivati a Konitz dove ci hanno sistemati in un manicomio. Quando arrivammo, quasi tutta la casa era piena di questi disturbati mentali, poi sono diminuiti sempre di più, e alla fine non ne rimase neanche uno. Non so dove avessero “trasportato” tutte queste persone. Eravamo sistemati tutti in un’unica grande sala, tutti gli 80 sudtirolesi arrivati insieme a suo marito.

Presto furono distribuite le uniformi e in quell’occasione ebbi il primo contatto con suo marito poiché noi due avevamo il numero di scarpe più grande e in tutto il guardaroba non si trovavano che due paia di quel numero. Comunque abbiamo scambiato al massimo qualche parola a proposito delle scarpe. Poi cominciò l’addestramento».

Franz Treibenreif, memorandum in ricordo di Josef Mayr Nusser. Bolzano 20.2.1946

«Dopo un riposo di due giorni cominciò l’addestramento, inoltre ogni giorno era in programma un indottrinamento politico di due ore con il risultato che noi tutti, ma particolarmente Peppi [Josef Mayr Nusser], diventammo degli antinazisti sempre più convinti. Nel tempo libero noi bolzanini stavamo insieme e naturalmente con noi c’era anche Peppi, che era molto stimato e accettato da tutti a causa del suo carattere calmo e gentile. In quei momenti avevamo l’occasione di scambiarci le nostre opinioni, in generale tutti la pensavamo allo stesso modo, ma mai Peppi ha accennato al fatto che avesse in mente di fare qualcosa di particolare. Il tempo passava velocemente e si avvicinava il giorno in cui avremmo dovuto prestare giuramento. Peppi era taciturno e depresso al punto di dare dell’occhio».

Intervista a Matthias Götsch. Lagundo (Merano) 31.1.1979

Ha notato qualcosa di particolare in Josef Mayr-Nusser, si è tenuto in disparte da voi, era diverso?

«Ha partecipato a tutto come noi, anche se ha avuto qualche difficoltà perché era già un po’ più corpulento a causa della sua carriera da impiegato. Certamente degli esercizi in campo ha avuto dei problemi, ma ha fatto finta di niente, non si è lamentato o altro, ha fatto tutto insieme a noi, strisciare sul terreno ecc. Non si può dire niente. […]».

Signor Götsch, come si è svolto all’epoca l’atto del giuramento a Konitz, come sono andate le cose? Cosa ricorda del rifiuto del giuramento da parte di Josef Mayr-Nusser?

«È andata così. Alcuni giorni prima di prestare giuramento vero e proprio dovevamo imparare il testo, era un canto che abbiamo imparato altre volte: giuriamo davanti al sole, alla luna, alle stelle. Il giorno prima di prestare giuramento lo abbiamo cantato di nuovo e in quell’occasione ho notato più che altro che il Sepp [Josef] Mayr aveva una bella voce. Alla fine il sottufficiale disse che domani doveva essere prestato il giuramento. Che per così dire dobbiamo cantare di nuovo il canto. E allora il Sepp, che stava vicino a me perché eravamo della stessa altezza, alzò la mano. Il sottufficiale gli chiese cosa avesse da dire. Si non poteva prestare giuramento per motivi religiosi. Il sottufficiale voleva convincerlo che finora tutti lo avevano prestato e perché doveva essere proprio lui a non poterlo prestare. Il Sepp disse che il giuramento per la Wehrmacht [l’esercito regolare] lo presterebbe, ma non per le SS. Il sottufficiale andò a cercare il comandante della compagnia; anche questi cercava a modo suo di convincere il Sepp, che tutti gli altri lo avevano prestato, che non era niente di speciale. Ma il Sepp non cambiò idea»

Hans Karl Neuhauser, lettera a Hildegard Mayr. Brunico 15.11.1946

«Il sottufficiale ovviamente non sapeva cosa pensare della faccenda; per lui soldato di carriera, un tale comportamento era inimmaginabile. Naturalmente come succede nel servizio militare, il sottufficiale si è messo a urlare, e tutti hanno voluto vedere cosa succedeva. Per prima cosa il sottufficiale spiegò a Suo marito, che dichiarava che non avrebbe prestato giuramento per motivi religiosi, che per i soldati il giuramento era una cosa di nessun peso, che lui sarebbe pronto a prestare un giuramento ogni giorno. Quando vide che non riusciva a far cambiare idea a Suo marito, tentò di tutto e credo volesse agire nell’interesse di Suo marito. La cosa che mi è rimasta impressa come la più importante era la domanda del sottufficiale, se Suo marito sarebbe stato disposto a prestare giuramento alla Wehrmacht, ma non alle SS. Quando lui dichiarò che l’avrebbe fatto, gli spiegò che per la Wehrmacht si giuravano le stesse cose che per le SS (per quanto ne sappia questo è vero). Ma quando Suo marito dichiarò di non essere d’accordo con le idee del nazionalsocialismo per motivi religiosi, e tale accordo era visto come condizione per il giuramento – allora naturalmente tutto era chiaro.

Credo di ricordare che in seguito Suo marito fosse stato chiamato nella cancelleria dal capo della compagnia, da lì uscì dopo diverso tempo per fare una dichiarazione scritta che si rifiutava di prestare giuramento nelle SS per motivi religiosi. In quel momento prima che consegnasse questa dichiarazione, sono andato da lui nella sua branda e ho detto “Non credo che il signore ci chieda questo”. Al che lui rispose (non sono del tutto sicuro di riportarlo testualmente): “Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai”. Mi disse anche che era ben consapevole del fatto che questo gli sarebbe costato la libertà, forse anche la vita, ma che ciò non lo avrebbe indotto ad agire diversamente».

Giuramento delle SS

Giuro a Te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a Te e ai superiori designati da Te l’ubbidienza fino alla morte, che Dio mi assista.

Giuramento della Wehrmacht

Davanti a Dio presto questo solenne giuramento di assoluta ubbidienza al Führer del Reich e del popolo tedesco, Adolf Hitler, sommo comandante della Wehrmacht; giuro che da soldato coraggioso sarò sempre pronto a tener fede a questo giuramento con la vita.

 

Manifesto propagandistico delle SS. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  http://www.bytwerk.com/gpa/posters/waffenss.jpg

Manifesto propagandistico delle SS. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito
http://www.bytwerk.com/gpa/posters/waffenss.jpg

Intervista a Hans Karl Neuhauser, Brunico 5.2.1979

«Noi all’epoca eravamo parecchio giovani, io avevo soltanto 20 anni, e non conoscevamo granché bene l’aspetto giuridico, perché oggi in retrospettiva direi: non era così certo che, dal punto di vista del diritto internazionale, potessimo essere richiamati. In fondo eravamo rimasti cittadini italiani, sia coloro che avevano optato per l’Italia che quelli che avevano optato per la Germania. Ma nessuno di noi era sufficientemente informato e nessuno si era opposto alla chiamata alle armi. Per noi in Sudtirolo c’era il fatto che siamo stati perseguitati sotto il fascismo perché eravamo tedeschi e non italiani, perseguitati sia dal punto di vista linguistico che nella scuola e nell’associazionismo. Perciò per noi la distinzione tra tedesco e nazionalsocialista non era così semplice come adesso che si conoscono meglio le varie differenze delle istituzioni e delle ideologie».

Intervista a Matthias Götsch. Lagundo (Merano) 31.1.1979

Come ha giudicato allora? Era dell’avviso che Josef Mayr-Nusser avesse agito nel modo giusto o sbagliato?

«Ero dell’avviso che avesse agito nel modo sbagliato perché metteva in pericolo la sua vita. Io credo che non sia stato di aiuto a nessuno che un singolo si opponesse. Siamo tutti stati obbligati a fare quello che dicevano, nessuno di noi voleva farlo».

Cosa crede che sarebbe successo se tutti gli altri avessero agito come Josef Mayr-Nusser?

«Non lo so. Forse ci avrebbero messi in un campo di concentramento o in una truppa di lavoro o ci avrebbero assegnato a missioni senza ritorno …»

Hans Karl Neuhauser, lettera a Hildegard Mayr. Brunico 15.11.1946

«Ciò che preoccupava ognuno di noi che ci teneva era la conservazione della fede una volta arruolati nelle famigerate SS. Penso di poterLe garantire che Suo marito non si sarebbe ritrovato solo se ci fosse stato chiesto di uscire dalla Chiesa. Di questo se ne discuteva anche talvolta. Che in quel caso avremmo dovuto rifiutarci sarebbe stato chiaro per molti di noi, ma che si potesse rifiutare il giuramento stesso per i motivi per i quali lo rifiutava Suo marito, a questo nessuno di noi ci avrebbe pensato, perché non ci si rendeva conto che l’uomo ha dei diritti anche da soldato».

Intervista a Matthias Götsch. Lagundo (Merano) 31.1.1979

Lei ha detto prima che è dell’avviso che Josef Mayr-Nusser non abbia agito nel modo giusto. Voi avete mai riflettuto all’epoca o dopo che è possibile che uno dica: Per me quello che fanno i nazionalsocialisti è talmente grave che ritengo che nessuno debba mai aderire a queste cose, perché io sono in grado di giudicarne la gravità. Ne avete mai discusso?

«Una questione può essere quella se uno si impegna per il partito nazista, e un’altra questione è se si è pronti a difendere la patria tedesca come soldato. Queste sono, dal mio punto di vista, due cose differenti. Quando all’epoca ci hanno richiamati non si trattava di conquistare un paese perché il nemico era già dentro il proprio paese, si trattava al massimo di difendere il proprio paese per quanto possibile e già per questo eravamo ormai troppo deboli, di questo ognuno si era già reso conto».

[N.D.R. In realtà l’esercito nazista occupava ancora alcuni paesi europei e proprio quando il reparto di Nusser terminò l’addestramento l’Armata Rossa stava per liberare Auschwitz. ]

Hans Karl Neuhauser, lettera a Hildegard Mayr. Brunico 15.11.1946

«Quella sera ci fu letto l’ordine d’arresto di Suo marito e, se ricordo bene, il giorno seguente fummo chiamati all’appello di mezzogiorno. Venne il sottufficiale e ci esortò a fare delle dichiarazioni a sfavore dell’arrestato Josef Mayr. Dissero che ne avevano già trovato uno che aveva viaggiato con lui nel vagone da Bolzano fino a lì e che avrebbe sentito che Mayr diceva agli altri, penso, più o meno, che non avesse più senso combattere, che la guerra fosse già persa. Poiché nessuno si faceva avanti il sottufficiale dichiarò che il cameratismo in questo caso era fuori luogo, che il cameratismo era una bella cosa e faceva parte delle forze armate tedesche ma che un tipo come Mayr era dannoso per il popolo tedesco, che si era escluso dalla comunità etnica […] e perciò non meritava più il nostro cameratismo. Perciò decidetevi a parlare (ognuno che testimonia negativamente contro di lui rende un servizio l popolo tedesco). Quando anche questa manovra non ebbe successo chiese chi avesse viaggiato insieme a Mayr nel vagone e chiese a loro se avessero sentito qualcosa. Poiché tutti negavano la cosa finì lì. In base alla testimonianza di quel singolo venne protocollato che Suo marito veniva incriminato per “attività disgregante nei confronti della truppa”».

Dopo essere stato incriminato Josef Mayr-Nusser venne incarcerato a Danzica nella prigione delle SS, pare che non sia mai stato processato. Dinnanzi all’avanzata dell’armata rossa Mayr-Nusser venne destinato al campo di concentramento di Dachau. Non vi giunse mai. Nel caos dei trasporti causato dal conflitto il convoglio prigionieri su cui viaggiava rimase fermo per un certo periodo nella stazione di Erlangen. Il 24 febbraio 1945 Josef Mayr-Nusser morì a bordo del vagone in cui era rinchiuso. Il referto medico indicò come causa della morte «edema da fame»[7].

Gli era toccata la stessa sorte subita da migliaia e migliaia di persone. Un altro resistente sudtirolese Fridl Volgger, all’epoca prigioniero a Dachau e impiegato presso l’amministrazione del lager, scrisse nelle sue memorie di aver aiutato a scaricare migliaia di cadaveri, interi treni. Si trattava di migliaia e migliaia di prigionieri provenienti da altri lager o dalle carceri, caduti vittime della denutrizione e delle malattie durante il viaggio. Fu proprio il ritrovamento di uno di questi convogli della morte che spinse le prime truppe statunitensi appena entrate a Dachau a fucilare seduta stante tutti gli uomini delle SS trovati nel lager[8].

Cadaveri di prigionieri di Dachau fotografati subito dopo la liberazione. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito http://www.ushmm.org/wlc/en/media_ph.php?ModuleId=10006237&MediaId=4037

Cadaveri di prigionieri di Dachau fotografati subito dopo la liberazione. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito http://www.ushmm.org/wlc/en/media_ph.php?ModuleId=10006237&MediaId=4037

Prima che iniziasse la sua tragedia, il 27 settembre 1944, Mayr Nusser scrisse a sua moglie avvisandola che presto sarebbe stato chiamato a prestare giuramento nelle SS:

«Non ho dubitato nemmeno un attimo su come mi comporterei in una simile situazione e tu non saresti mia moglie se ti aspettassi qualcosa di diverso da me. La coscienza di ciò, carissima sposa, questa spontanea concordanza riguardo a quanto abbiamo di più sacro, è per me un’indicibile consolazione. Ciò che affligge il mio cuore di più è che la mia testimonianza possa causare a te, fedelissima compagna, disgrazia temporale. L’impellenza di tale testimonianza è ormai ineluttabile, due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato troppo chiaramente di rifiutare e odiare quanto per noi cattolici vi è di sacro e intangibile. Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza. Il fatto che sono cittadino italiano potrà forse essere, nel momento decisivo un’attenuante agli occhi dei giudici. In ogni caso sarà bene essere preparati anche per le peggiori evenienze. Ma tu sei una donna coraggiosa, una donna cristiana, e nemmeno i sacrifici personali che forse saranno richiesti ti potranno indurre a condannare tuo marito perché ha preferito perdere la vita piuttosto che abbandonare la via del dovere. Qualunque cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non fallire nell’ora della prova»[9].

Parole che mostrano chiaramente quanto egli fosse consapevole dei rischi cui andava incontro. La sua decisione non venne meno neppure dopo esser stato incarcerato. Il 12 novembre scrisse infatti alla moglie: « “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né fuoco né spada …” mai prima d’ora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole».

Mayr-Nusser e sua moglie il giorno del loro matrimonio. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  http://www.rivistamissioniconsolata.it/new/articolo.php?id=3330

Mayr-Nusser e sua moglie il giorno del loro matrimonio. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito
http://www.rivistamissioniconsolata.it/new/articolo.php?id=3330

I complici e i ribelli

Se ci limitiamo a parlare solo di Mayr-Nusser è facile raccontare la sua storia con i toni della denigrazione («era un fanatico, un matto») o dell’agiografia («era un eroe, un santo»). Il realtà il suo fu il più noto ed eclatante di una serie di casi simili che testimoniano l’opposizione al nazifascismo anche tra quei sudtirolesi costretti a vestire la divisa degli eserciti di Hitler.

Durante la seconda guerra mondiale i giovani in età di leva le cui famiglie o loro stessi avevano optato per divenire cittadini del Reich nazista furono tenuti ad arruolarsi nell’esercito tedesco. Chi aveva conservato la cittadinanza italiana doveva invece prestare servizio nel Regio Esercito. Le autorità italiane largheggiarono in esenzioni nei confronti di questi ultimi; di fatto vennero esentati dal servizio militare tutti i dableiber che risultavano «conduttori di fondi agricoli», numerosissimi in una popolazione di contadini piccoli proprietari. Si trattava una sorta di parzialissima «riparazione» decisa dal prefetto di Bolzano Agostino Podestà per quella minoranza dei sudtirolesi rimasti cittadini italiani[10].

Le cose cambiarono dopo l’occupazione nazista seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943. Le province di Bolzano, Trento e Belluno vennero solo formalmente inserite all’interno della Repubblica Sociale Italiana, in realtà erano direttamente amministrate dal Gauleiter nazista del Tirolo Franz Hofer. Egli era stato nominato commissario supremo per la Zona d’Operazione delle Prealpi (Alpenvorland), costituita dalle tre province. Il 6 novembre 1943 la direttiva N.30 emanata da Hofer imponeva a tutti gli appartenenti nelle classi 1924 e 1925 l’arruolamento nella macchina bellica nazifascista. Poteva capitare loro di essere chiamati nella TODT (servizio lavorativo alle dipendenze dei nazisti), nel SOD (servizio di polizia attivo in provincia di Bolzano), nell’esercito tedesco, nel CST (Corpo di Sicurezza Trentino, in cui erano arruolati i giovani residenti in provincia di Trento) o nei corpi del RSI (a cui però le autorità tedesche non consentirono di stabilire uffici di reclutamento o presidi nell’Alpenvorland). Il 7 gennaio 1944 la chiamata alle armi venne estesa a tutti i «cittadini italiani maschi delle classi 1894-1926 (incluso) aventi dimora nella zona operativa Alpenvorland senza riguardo di appartenenza etnica». Chiunque avesse opposto resistenza alla leva con la renitenza o l’autolesionismo sarebbe stato punito con la reclusione in un campo di concentramento (in molti casi Dachau). Se non fosse stato possibile arrestare il renitente la pena sarebbe stata estesa ai suoi famigliari prossimi: genitori, moglie, fratelli e sorelle conviventi o figli sopra i 18 anni[11].

In tal modo a spregio del diritto internazionale i cittadini italiani dell’ Alpenvorland si ritrovarono arruolati nell’esercito tedesco. Il provvedimento colpi in primo luogo i sudtirolesi germanofoni che nel 1939 avevano scelto di mantenere la cittadinanza italiana. Se infatti i trentini erano arruolati unicamente nel CST (impiegato solo all’interno dell’ Alpenvorland), ai dableiber sudtirolesi (spesso convinti antinazisti), e anche a qualche altoatesino di lingua italiana, toccò l’inquadramento nella Wehrmacht, nelle SS e nei reggimenti di polizia (Polizeiregimenter).

Questi ultimi erano reparti di polizia militare utilizzati soprattutto per attività di repressione antipartigiana nei paesi occupati. Il 24 febbraio 1943 Heinrich Himmler, l’onnipotente Reichsführer delle SS decise di rinominarli SS-Polizeiregiment, ma essi rimasero dipendenti dai comandi della polizia e non dalle Waffen-SS, anche se spesso vennero utilizzati per inquadrare i reparti ufficiali provenienti dalle SS. Vennero creati in tutto quattro reggimenti di polizia formati da Sudtirolesi: Bozen, Brixen, Alpenvorland, Schlanders. Ciascuno era composto da tre battaglioni, a loro volta ripartiti in quattro compagnie, per un totale  di circa 2.000 uomini in ogni Polizeiregiment.

Il primo ad essere formato fu il Polizeiregiment Bozen, noto perché furono 33 dei suoi uomini, inquadrati nell’undicesima compagnia del terzo battaglione, a cadere nell’attacco partigiano di via Rasella a Roma il 23 marzo 1944, cui seguì l’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine.

La pubblicistica neofascista e anche alcuni esponenti dell’SVP (il partito di raccolta dei sudtirolesi) dopo la guerra hanno descritto gli uomini del Bozen come anziani riservisti, innocui padri di famiglia in addestramento, «innocenti» vittime del fanatismo dei partigiani comunisti. In realtà i caduti di via Rasella avevano tra i 26 ed i 42 anni, erano i soldati di un reparto nel pieno delle sue capacità militari che aveva già terminato il proprio addestramento a Colle Isarco (in provincia di Bolzano), ricevendo una preparazione militare persino più intensa di quella che riceveranno gli altri tre Polizeiregimenter sudtirolesi. La loro preparazione li rendeva particolarmente adatti alle attività di controguerriglia. Il giorno dell’attacco partigiano essi stavano marciando per le vie di Roma al comando di ufficiali delle SS ed in perfetto assetto da guerra[12].

Erano giunti nella capitale italiana per presidiare la città, cioè per contribuire a quell’apparato militare e repressivo che aveva reso possibile la deportazione degli ebrei romani e che continuava ad operare la deportazione in Germania, come lavoratori coatti, di migliaia di persone. L’azione di Via Rasella non fu un caso isolato bensì un episodio dello scontro tra le truppe nazifasciste e la resistenza romana. Uno scontro in cui le imboscate, gli attentati e i rastrellamenti si susseguivano già da diversi mesi. Dunque gli uomini del Bozen non stavano pacificamente passeggiando per le vie di Roma, ma erano truppe occupanti che si muovevano per le vie di una città contesa, di un campo di battaglia[13]. Tant’è che tra i reduci del Polizeiregiment scampati all’attacco partigiano si diffuse la convinzione (mai provata) di esser stati deliberatamente mandati al macello dai comandi nazisti[14].

Via Rasella dopo l'attacco partigiano. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  http://www.ilmessaggero.it/HOME_INITALIA/PRIMOPIANO/via_rasella_fu_legittimo_atto_di_guerra/notizie/6654.shtml  ATTENZIONE!! da cui ho tratto l'immagine dà conto della sentenza della Corte di Cassazione che stabilì la legittimità dell'attacco di via Rasella, da leggere e conservare.

Via Rasella dopo l’attacco partigiano. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito
http://www.ilmessaggero.it/HOME_INITALIA/PRIMOPIANO/via_rasella_fu_legittimo_atto_di_guerra/notizie/6654.shtml
ATTENZIONE!! da cui ho tratto l’immagine dà conto della sentenza della Corte di Cassazione che stabilì la legittimità dell’attacco di via Rasella, da leggere e conservare.

Benché la maggioranza di loro nel 1939 avesse «optato» per la Germania di Hitler e fossero parte dell’apparato militare nazista, gli uomini del terzo battaglione del Bozen in molti casi non erano nazisti fanatici né assassini abituati ad uccidere a sangue freddo centinaia di persone. Dopo l’attentato di via Rasella si rifiutarono di prender parte all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Secondo lo storico Lorenzo Barater che ha consultato e raccolto diverse testimonianze dei presenti:

«Fu il maggiore Dovek [il comandante del battaglione], la sera stessa del 23 marzo, a raggiungerli nelle soffitte del Viminale dove erano alloggiati, per chiedere il loro personale contributo alla vendetta. Ne discusse con questi uomini per una ventina di minuti, cercò di convincerli che era stata data disposizione affinché fossero loro a vendicare i compagni uccisi il giorno seguente. Essi rifiutarono di prendere parte alla vendetta, adducendo la motivazione della loro fede. “Feige Hunde!”, ovvero “Cani vili!” gridò il maggiore Dovek abbandonando le soffitte del Viminale»[15].

Anche tra chi aveva scelto nel 1939 di divenire cittadino della Germania nazista rimaneva fortissimo l’attaccamento alla fede cattolica. Questo fu uno dei motivi per cui quella sera gli uomini del terzo battaglione del  Polizeiregiment ebbero la forza di negare la propria complicità all’eccidio delle Fosse Ardeatine.

La fede religiosa non impedì però ad altri uomini del Bozen di prendere parte ad operazioni di repressione antipartigiana ed anche ad eccidi di civili inermi nel corso di rastrellamenti. Il primo e secondo battaglione del Polizeiregiment (il terzo era quello a Roma) vennero infatti destinati ad operazioni di repressione antipartigiana rispettivamente in Istria e nel Bellunese.

Sul primo battaglione, inviato nel litorale adriatico, grava il sospetto di essersi reso responsabile dell’orrenda strage di Lipa, un paese nell’allora provincia di Fiume, alle pendici del Monte Nevoso, dove furono uccisi 269 civili, in massima parte donne e bambini, molti dei quali vennero bruciati vivi dopo essere stati rinchiusi in un edificio[16].

Il secondo battaglione partecipò invece ai rastrellamenti che si svolsero nel Bellunese e prese parte al massacro nella Valle del Biois, in cui morirono almeno 38 civili e centinaia di case furono bruciate. Nel 1979 si tenne un processo per questi fatti ma i due ufficiali responsabili della strage vennero condannati in contumacia perché Austria e Germania, dove risiedevano, non concessero mai l’estradizione[17].

La valle del Biois dopo i rastrellamenti nazifascisti. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  https://fc.cab.unipd.it/fedora/get/o:6212/bdef:Content/get

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Sulle stragi di Lipa e del Biois si parla (tra le tante cose) anche questo post sul blog «Alpinismo Molotov».

Anche altri due Polizeiregimenter, L’Alpenvorland e lo Schlanders, vennero impiegati nella tarda primavera del 1944 nel Bellunese, nel Feltrino, nel Trentino orientale e anche in Alto Adige/Südtirol. In tutti questi luoghi furono impegnati in azioni di repressione antipartigiana e nella caccia ai renitenti alla leva[18].

Vi fu però anche chi si rifiutò di uccidere e morire per «il Führer, la Patria e il popolo». Il quarto Polizeiregiment in cui vennero arruolati dei sudtirolesi fu il Brixen, costituito nell’ottobre 1944. Il reparto terminò il suo addestramento nella caserma di Bressanone (Brixen) nel febbraio 1945. Arrivò così per gli uomini che ne facevano parte il momento del giuramento. La cerimonia doveva svolgersi alla fine del mese alla presenza del Gauleiter del Tirolo e commissario supremo dell’Alpenvorland Franz Hofer.

 Quando il Brixen fu schierato, dopo una lunga attesa dovuta al ritardo di Hofer, la pioggia cadeva fitta e gelata. Il giuramento venne letto a voce alta, al termine della lettura gli uomini avrebbero dovuto rispondere « Ja!». Ma dalle loro fila si levò solo un mormorio indistinto. Gli ufficiali sbraitarono a quegli «stupidi contadini» che dovevano rispondere «Ja!» e la formula del giuramento venne ripetuta ancora. Ma di nuovo nessuno rispose. A quel punto ufficiali e sottufficiali fuori di sé disarmarono la truppa e sotto la minaccia dei mitra spianati la rinchiusero nelle camerate.

La punizione per questo atto di obiezione di massa fu terribile: due giorni dopo il mancato giuramento gli uomini del Brixen vennero caricati sui treni. Anziché nel Bellunese per dare la caccia ai partigiani vennero inviati in Slesia, contro l’ormai vittoriosa Armata Rossa. Furono utilizzati come carne da cannone. Vennero loro distribuite armi tedesche che non sapevano usare, visto che erano stati addestrati con armi italiane catturate l’8 settembre, poi vennero spinti in prima linea, sotto il fuoco dei sovietici. Il primo dei due battaglioni che formavano il Polizeiregiment venne completamente annientato, il secondo subì gravissime perdite prima di riuscire a disertare in massa consegnandosi alle truppe dell’Armata Rossa[19].

Nel corso della seconda guerra mondiale i cittadini sovietici morti a causa dell’aggressione nazifascista furono oltre 26 milioni. Non dovette esser facile per i superstiti del Brixen spiegare ai soldati con la stella rossa in fronte che la denominazione SS-Polizeiregiment con cui era indicato il loro reparto non li rendeva dei nazisti né dei criminali di guerra. Secondo la testimonianza di uno dei superstiti del Brixen, Luis Gögele, egli dapprima rischiò di essere fucilato e poi fu inviato ai lavori forzati in Siberia. Venne liberato e rimpatriato nel dicembre 1946 grazie al fatto di essere cittadino italiano in quanto dableiber, come molti arruolati nel reparto di cui faceva parte[20].

Su 1.200 uomini del Brixen solo poche centinaia riuscirono a sopravvivere.

Perché avevano rifiutato di giurare? Dalle testimonianze raccolte tra i pochi superstiti sembra che si sia trattato per molti di un atto spontaneo, dovuto all’amarezza nata dai maltrattamenti subiti nel corso dell’addestramento dagli ufficiali nazisti, dal pasto saltato quel giorno, dal fatto di essere tenuti ore sotto la pioggia ad attendere il Gauleiter, dal divieto di poter vedere i familiari che si assiepavano fuori dai cancelli della caserma. Ma i testimoni raccontano anche di commilitoni particolarmente contrari all’idea di giurare fedeltà ad Hitler. Tra gli uomini del Brixen molti erano dableiber, antinazisti convinti che nel 1939 avevano rifiutato di assumere la cittadinanza tedesca. I fattori politici si intrecciavano con quelli religiosi, visto che tra i sudtirolesi la resistenza al nazifascismo era guidata dagli esponenti del clero e del laicato cattolico raccolti nel movimento clandestino Andreas Hofer-Bund.

Secondo uno dei superstiti, Peter Pöder: «certamente si rifiutava Hitler dal punto di vista politico, ma erano presenti anche molti giovani sudtirolesi che lo rifiutavano a causa della loro convinzione religiosa interiore»[21].

Una memoria difficile

I caduti sudtirolesi nell’esercito nazista durante il secondo conflitto mondiale, sia optanten che dableiber, furono in tutto 8.025[22]. Vi furono però anche almeno 276 (ma potrebbero esser stati in realtà quasi un centinaio in più) sudtirolesi, sia optanten che dableiber, che disertarono dall’esercito tedesco o non risposero alla chiamata di leva dandosi alla macchia. Più di 300 loro familiari o favoreggiatori vennero rinchiusi nel lager di Bolzano o in altri campi di concentramento[23].

Tra questi renitenti e disertori alcuni pagarono con la vita la loro ribellione alle autorità naziste. Alcuni dei casi più significativi furono quelli che riguardarono:

  • Alois Alfreider, arruolato nell’estate 1944 nel Polizeiregiment «Schlanders» disertò nell’autunno ma fu costretto a consegnarsi l’11 novembre per paura di rappresaglie sulla sua famiglia. Internato nel lager di Buchenwald vi morì il 23 febbraio 1945.
  • Anton Inderst, arruolato nella Wehrmacht ed inviato nel bellunese per partecipare ad operazioni di repressione antipartigiana cercò di prendere contatto con i resistenti del posto. Il 20 aprile 1945 venne ucciso durante un tentativo di diserzione.
  • Johann Öttl venne fucilato il 29 agosto 1944 dopo esser stato catturato il 21 giugno nel corso di un’azione di rastrellamento nei pressi del suo paese natale, Fleres. Si era dato alla macchia per evitare l’arruolamento nell’esercito tedesco.
  • Richard Reitsamer venne fucilato l’11 luglio 1944 a Bolzano per essersi rifiutato di presentarsi alla chiamata di leva. Arrestato e processato sostenne di aver agito per motivi religiosi ripetendo le parole di Pio XII «con la pace c’è tutto da guadagnare, con la guerra c’è tutto da perdere»[24].

Furono in tutto 25 gli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano che vennero giustiziati o morirono nei lager nazisti[25].

Vi fu anche chi disertò portando con sè le proprie armi e decise di usarle  per difendere la propria vita e la propria libertà contro i nazisti che lo braccavano. In Val Passiria alcune decine di disertori e renitenti formarono una vera e propria banda partigiana legata all’Andreas Hofer Bund, l’organizzazione clandestina della resistenza sudtirolese. Essi non solo accolsero a fucilate e raffiche di mitra gli uomini del SOD, del reggimento di polizia Alpenvorland e delle SS che davano loro caccia nei boschi, ma passarono anche al contrattacco con furti, incendi e agguati ai danni dei più noti nazisti del posto.

È possibile vi sia stata anche un’attività cospirativa e resistenziale nelle fila dei quattro reggimenti di polizia sudtirolesi. Hans Egarter, che dopo l’8 settembre 1943 aveva assunto la guida dell’Andreas Hofer Bund trasformandolo da organizzazione clandestina in una vera e propria struttura di resistenza in contatto con gli alleati, scrisse in una relazione redatta nell’immediato dopoguerra:

  «I reggimenti di polizia Alpenvorland, Bozen e Schlanders furono nel frattempo inviati nelle vecchie provincie del Nord Italia. All’organizzazione della resistenza afferiva l’80% delle truppe degli ultimi due reggimenti sopra richiamati e il 100% del reggimento Alpenvorland e dei suoi comandanti. Furono in tal modo sabotati ordini, furono presi contatti con patrioti e partigiani italiani, che furono avvisati in anticipo, nei casi in cui stavano per essere effettuate operazioni contro di loro. In tal modo si poté salvare la vita di un gran numero di italiani. Di questo si ricorda con gratitudine la popolazione dei territori coinvolti; anche il vescovo di Belluno, con il quale si strinsero forti relazioni, volle esprimersi in questo senso, rilasciando una dichiarazione scritta, della quale allego qui una copia.

Il reggimento Brixen si rifiutò inoltre di prestare giuramento dopo avvisi e minacce. Esso fu infine disarmato, consegnato in caserma e deportato in Alta Slesia. Anche questo reggimento fece atti di sabotaggi sul campo, ai danni di materiali bellici, le singole persone fecero propaganda disfattista e disertarono. Purtroppo solo per pochi di loro è stato possibile tornare in patria dopo la guerra»[26].

Non è dato sapere il metodo con cui Egarter calcolava il numero degli antinazisti presenti nei Polizeiregimenter. Le sue percentuali di militari «afferenti alla resistenza» paiono quantomeno esagerate e fantasiose, frutto di un particolare momento politico in cui gli antinazisti sudtirolesi avevano la necessità di legittimarsi agli occhi degli alleati in concorrenza con le autorità italiane. La percentuale di antinazisti nei reparti citati risulta incredibile soprattutto se si pensa alle stragi di Lipa e della Val del Biois; oppure al fatto che  il reggimento Schlanders restò compatto anche attraverso la ritirata della primavera 1945, nel corso della quale commise le ultime fucilazioni di partigiani e civili. In una relazione sui crimini nazisti inviata al comando alleato nel maggio 1945 il prefetto di Belluno attribuirono «speciale crudeltà al fatto che le truppe occupanti fossero alto atesine»[27].

Vi è però almeno un caso in cui una fonte di «parte italiana» testimonia la presenza di antinazisti sudtirolesi tra le fila delle truppe occupanti. Il 26 settembre 1945 il vescovo di Belluno Girolamo Bortignon scrisse una lettera di raccomandazione per favorire nella sua azione di assistenza ai prigionieri di guerra un ex militare del reggimento di polizia Alpenvorland Josef Nock:

«Raccomando vivamente il signor Nock Giuseppe e prego che venga favorito nell’opera che svolge per i prigionieri di guerra. È un giovane che conobbi durante l’occupazione tedesca di questa città. Non solo evitò qualunque azione di violenza, ma rivelò sempre un animo antinazista e fu sempre corretto e favorevole verso la popolazione»[28].

Nock era stato un militante della Gioventù Diocesana, amico e collaboratore di Mayr-Nusser.

La valle del Biois dopo i rastrellamenti nazifascisti. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  https://fc.cab.unipd.it/fedora/get/o:6211/bdef:Content/get

La valle del Biois dopo i rastrellamenti nazifascisti. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito
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Tirando le somme si può dire che pare caricaturale sia la visione dei sudtirolesi come blocco monolitico di feroci nazisti, sia l’auto rappresentazione di sé stessi come «vittime di due regimi». Con buona pace di chi crede all’immutabilità e compattezza delle identità etnico-nazionali, non si può che osservare come la popolazione germanofona della provincia di Bolzano, come molte altre comunità in Europa, tra il 1939 ed il 1945 venne attraversata da violenti conflitti interni che portarono ad episodi di violenza commessi da sudtirolesi contro altri sudtirolesi.

La memoria di questo conflitto «ideologico» all’interno di una piccola comunità che ha a lungo dovuto lottare per veder riconosciuto il proprio diritto alla difesa della propria esistenza è stata spesso negata. Persino il martirio di Josef Mayr-Nusser è stato a lungo taciuto o considerato fonte di imbarazzo.

Solo nel 1958 la salma di Nusser venne traslata da Erlagen in Baviera al cimitero di Renon in Alto Adige/Südtirol. Si dovette aspettare sino al 1975 perché il quotidiano «Dolomiten», fondato dal sacerdote antinazista Michael Gamper e giornale più letto dalla comunità sudtirolese, scrivesse riguardo alla sua vicenda. Ancora nel 1979 il caporedattore del «Dolomiten», J.Rampold pubblicò sul quotidiano un proprio commento in cui scriveva «Chi può paragonare il coraggio di J. Mayr-Nusser con quello di un decorato al valor militare, sicuramente non ha mai annusato un pizzico di polvere da sparo».

Secondo Rampold infatti i soldati al fronte avevano «arginato l’ondata rossa dell’est», cosa che Nusser a causa dei suoi scrupoli di coscienza si era rifiutato di fare:

«E proprio in ciò consiste l’effettiva tragicità: Mayr-Nusser e la maggior parte dei soldati al fronte volevano allora – per quanto sembri strano – la stessa cosa: opporsi all’anticristo. Mayr-Nusser capì che era il diavolo a combattere Belzebù, e disse di no al diavolo. I soldati al fronte se ne infischiarono di tutti gli “ismi”, essi si impegnarono in prima persona, affinché tutta Europa non cadesse in mano ai rossi»[29].

Con questo ragionamento si «dimenticava» che era stata la Germania nazista ad aggredire l’URSS (ammazzando 26 milioni di abitanti di quel paese) e non viceversa. Si «dimenticava» anche senza le vittorie dell’Armata Rossa l’Europa sarebbe rimasta nelle mani di Hitler, con conseguenze che possiamo ben immaginare, anche per quanto riguarda la libertà effettiva o addirittura la sopravvivenza stessa della Chiesa cattolica.

Dalle parole di Rampold emergeva chiaramente quale fosse la «colpa» che aveva comportato la damnatio memoriae di Josef Mayr-Nusser: non odiava abbastanza «i diversi» (in primo luogo i comunisti) da rendersi complice dei nazisti. Questo per molti cattolici era (e temo per alcuni sia ancora) un peccato imperdonabile.

Oggi queste posizione paiono fortunatamente superate, Mayr-Nusser è ormai in procinto di essere beatificato, lo scorso 24 febbraio, nel settantesimo della sua morte è stata inaugurata la targa fatta apporre dal comune di Bolzano sulla sua casa natale.

L'inaugurazione della lapide apposta dal comune di Bolzano sulla casa natale di Josef Mayr Nusser. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sitohttp://www.comune.bolzano.it/stampa_context.jsp?ID_LINK=426&area=295&id_context=26783&COL0008=48

L’inaugurazione della lapide apposta dal comune di Bolzano sulla casa natale di Josef Mayr Nusser. Immagine tratta il 20.6.2015 dal sitohttp://www.comune.bolzano.it/stampa_context.jsp?ID_LINK=426&area=295&id_context=26783&COL0008=48

Dunque sia la damnatio memoriae che le accuse di «non aver difeso l’occidente dalle orde rosse» sembrano appartenere ormai al passato. Ma forse, proprio oggi che sta per venire beatificato, la memoria di Nusser corre un nuovo rischio: la banalizzazione, la trasformazione in innocuo santino che non divide più, che non provoca più polemiche e che proprio per questo rischia di non dire più niente a nessuno. Proprio per questo è necessario raccontare la sua vita e la sua morte all’interno del loro contesto storico. Sottrarle all’agiografia per inserirle nella storia della resistenza sudtirolese.

Quando Josef Mayr-Nusser sarà beatificato (pare che non manchi molto) sarà interessante vedere come i giornali nazionali riporteranno la notizia.

Chissà se si limiteranno al santino del «martire per a fede» o se emergerà anche la sua appartenenza all’Andreas Hofer Bund, ad un organizzazione resistenziale che aveva come scopo non solo la cacciata dei nazisti, ma anche il ritorno dell’Alto Adige/Südtirol all’interno di un’Austria libera e indipendente. Non è faccenda di poco conto.

Senza dubbio Mayr-Nusser fu spinto alla lotta contro il nazifascismo soprattutto dalla propria fede religiosa, ma egli rivendicò sempre il fatto che quella fede non riguardava solo «le cose del cielo», ma anche «le cose della terra». Ai suoi commilitoni che gli dicevano «non credo che Dio voglia questo da noi», egli rispose ricordando loro la responsabilità di ciascuno: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai». Una responsabilità religiosa che diventava politica.

La sua scelta di fede lo aveva condotto ad una scelta politica nel senso più alto del termine, ad una scelta rivoluzionaria. Perché è sempre rivoluzionario chi rivendica l’emancipazione morale dell’uomo comune nei confronti del potere, chi ritiene di dover obbedire alla propria coscienza prima che a qualunque gerarchia o a qualunque istituzione.

Ed è per questo che la memoria di Mayr-Nusser, proprio nel momento in cui assurge alla gloria degli altari, è in pericolo quanto quella di Giuseppe Prono. Se la fede e gli ideali dei comunisti vengono cancellati dalla narrazione «nazionalizzata» della resistenza, la fede e gli ideali dei cattolici e degli altri resistenti «rispettabili» vengono invece trasformati in innocuo santino negandone i riflessi politici e gli aspetti «sovversivi», come l’idea che sia dovere di ciascuno non farsi complice del male. Questo rischio è ovviamente tanto più forte se si parla di un sudtirolese di lingua tedesca, una figura quindi totalmente estranea alla narrazione «nazionalizzata» della resistenza.

Per i tricolorati in doppio petto, interessati unicamente ad «amministrare» l’esistente senza porsi troppe domande riguardo a cosa sia giusto o sbagliato («le ideologie sono cose del passato!»), le storie di Giuseppe Prono e di Josef Mayr-Nusser devono parere egualmente inspiegabili e pericolose. Lor signori, si sa, odiano i conflitti e quindi odiano i rompiscatole che rifiutano «il compromesso» in nome del rispetto di sé stessi. Di qui il rischio sempre presente che le storie conflittuali e ribelli vengano falsificate o rimosse.

Occorre che difendiamo i nostri morti, che li difendiamo tutti, quelli che caddero recitando una preghiera e quelli che accolsero la scarica del plotone d’esecuzione alzando al cielo il pugno chiuso. Occorre che difendiamo i nostri morti ricordando per cosa sono morti, che ricordiamo la loro fede in un’«altrove», che fosse il regno dei cieli o il socialismo, così diverso dal futuro fasullo cui il potere vorrebbe condannarci eterizzando il presente.

Occorre che ricordiamo che le mutevoli «opinioni» da politicanti vanno bene per quelli che si accontentano di «amministrare» il mondo, chi lo vuole cambiare ha bisogno di fedi e di ideali per i quali andare fino in fondo.

continua…

Da sinistra a destra: - Hans  Egarter, leader del'Andreas Hofer Bund dal 1943 al 1945. - Josef Mayr Nusser. - Manlio Longon, del Partito d'Azione e leader del CLN (italiano) di Bolzano, assassinato dai nazisti nel dicembre 1944. -  Ada Buffulini partigiana socialista e poi comunista, medico e organizzatrice della resistenza tra i detenuti del lager di Bolzano . Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito  http://antifameran.blogspot.it/2012/04/sudtirolo-antifascista.html

Da sinistra a destra:
– Hans Egarter, leader del’Andreas Hofer Bund dal 1943 al 1945.
– Josef Mayr Nusser.
– Manlio Longon, del Partito d’Azione e leader del CLN (italiano) di Bolzano, assassinato dai nazisti nel dicembre 1944.
– Ada Buffulini partigiana socialista e poi comunista, medico e organizzatrice della resistenza tra i detenuti del lager di Bolzano .
Immagine tratta il 20.6.2015 dal sito
http://antifameran.blogspot.it/2012/04/sudtirolo-antifascista.html

[1] JACOPO RICCA. Partigiani, nel Torinese bufera sul murales di Zerocalcare. Il sindaco: “Troppo comunista”. «La Repubblica» del 5.6.2015. Consultata il 17.6. 2015 sul sito http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/06/05/news/partigiani_in_piemonte_un_paese_litiga_sul_murale_di_zerocalcare-116106078/

[2] «Josef Mayr-Nusser: il personaggio». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 28.

[3] FRIEDL VOLGGER. Intervista del 8.2.1979, Bolzano. In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 180-181.

[4] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 52.

[5] «Josef Mayr-Nusser: il personaggio». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 13.

[6] Le seguenti testimonianze sono tratte da: «Konitz: i compagni di guerra. Ricordi difficili». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 116-145.

[7] JOSEF KöGL. «Folle o eroe?». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 167.

[8] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.130-148.

[9] «Josef Mayr-Nusser: il personaggio». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 14-15.

[10] FRIEDL VOLGGER. Sudtirolo al bivio, ricordi di vita vissuta. Bolzano: Praxis 3, 1985. P.74-75.

[11] LORENZO BARATTER. Dall’Alpenvorland a via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux, 2003. P. 36-37

[12] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 53- 68-92.

[13]  SANTO PELI. Storie di Gap. Terrorismo urbano e resistenza. Torino: Einaudi, 2014. P. 260-261.

[14] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 81.

[15] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 86.

[16] Strage di Lipa. Del 19 gennaio 2011. Consultato il giorno 17.5.2015 sul sito http://www.anpi.it/strage-di-lippa/ .

[17] LORENZO BARATTER. Dall’Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 60-67.

[18] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 97-105.

[19] PAOLO VALENTE. Il reggimento Brixen. In  «Altrestorie, rivista periodica a cura del Museo Storico in Trento», N. 12, A. 2003. P.6.

[20] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 111-112.

[21] LORENZO BARATTER. Dall’ Alpenvorland  a Via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux 2003. P. 111.

[22] FRANZ THALER. Dimenticare mai : opzione, campo di concentramento Dachau, prigionia di guerra, ritorno a casa. Bolzano: SONO, 1990. P. 245.

[23] LEOPOLD STEURER, MARTHA VERDORFER, WALTER PICHLER. «Obiezione e diserzione nel Sudtirolo 1943-1945». In Archivio Trentino, N.3 A.1993. P. 55-70

[24] AA.VV. Option, Heimat, Opzioni. Una storia dell’Alto Adige. Innsbruck: Tiroler Gheschichtsverein, 1989. Pp 294-296

[25] CLAUS GATTERER. «Sudtirolo 1930-1945, schizzo di un paesaggio politico». In: Non giuro a questo Führer. A cura di Reinhold Iblacker. Bolzano: Edizioni SONO, 1990. P. 59.

[26] Traduzione di Anselmo Vilardi di un passo originariamente in lingua tedesca tratto da una relazione sull’attitività dell’Andreas Hofer Bund redatta da Hans Egarter (pubblicato in Option: Südtirol 1939-1945: Option, Umsiedlung, Widerstand. Bolzano Sturzflüge, 1989: 137-138).

[27] LORENZO BARATTER. Dall’Alpenvorland a via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux, 2003. P.105-117.

[28] LORENZO BARATTER. Dall’Alpenvorland a via Rasella, storia dei reggimenti di polizia sudtirolesi (1943-1945). Trento: Publilux, 2003. P.101-102.

[29] LEOPOLD STEURER, MARTHA VERDORFER, WALTER PICHLER. «La resistenza antinazista in Sudtirolo dopo il 1945». In Archivio Trentino, N.2 A.1994. P. 27-71.

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