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Residente non cittadina #1

L’orco della porta accanto

Di Dorina Lile

L’autrice di questa rubrica è una giovane donna immigrata, vive in Italia da circa 12 anni ma ancora non ha ottenuto la cittadinanza italiana. Il titolo della rubrica rimanda appunto a questo stato in cui vivono centinaia di migliaia di persone che da anni risiedono in Italia. Persone che lavorano, studiano e pagano le tasse, sempre però rimanendo esclusi dai diritti assicurati dalla cittadinanza. Persone che anche quando non subiscono gli aspetti più drammatici del fenomeno migratorio vivono comunque sulla propria pelle tutte le contraddizioni figlie della distinzione tra i diritti «dell’uomo» e quelli del «cittadino».

La Campana della Pace di Tirana, realizzata con i bossoli della guerra civile di fine anni '90. Immagine tratta il 6.10.2015 dal sito http://itimoni.it/albania-il-paese-di-fronte-3/

La Campana della Pace di Tirana, realizzata con i bossoli della guerra civile di fine anni ’90.
Immagine tratta il 6.10.2015 dal sito http://itimoni.it/albania-il-paese-di-fronte-3/

Avevo 17 anni quando la mia famiglia ha deciso di cambiare vita e trasferirsi in Italia. Questo cambiamento non mi dispiaceva, era la mia occasione per un nuovo inizio. Sono sempre stata una persona con una personalità molto chiusa, con 3-4 amici di numero. Questa poteva essere una buona occasione per ricominciare da capo in un posto nuovo, dove non mi conosceva nessuno. Nascere in un piccolo quartiere vicino Tirana con la mentalità del piccolo paese, dove tutti ti conoscono, tutti sanno chi sei ma nessuno lo sa veramente, non è una passeggiata. Per quanto tu cerchi di passare inosservata, per quanto tu cerchi di non esistere, le persone in un modo o nel altro credono di sapere tutto di te e della tua famiglia. Per una personalità come la mia, vivere in una società simile era schiacciante come un sasso portato tutti i giorni sulle spalle.

Sono nata nel 1986. Gli eventi che hanno segnato l’inizio della mia adolescenza furono la guerra civile del ’97 in Albania e la guerra nel Kosovo del ’99.  Non molti lo sanno, ma nel 1997 in Albania molte società finanziarie (dette «piramidali») sostenute fortemente dal governo destroide di allora, arrivarono al fallimento trascinando con sè tutta l’Albania. Il capitale investito di queste società era fatto principalmente dai risparmi delle famiglie che si ritrovarono tradite da quelli cui avevano affidato i propri soldi con la speranza di vederli magicamente moltiplicati e abbandonate dal governo. Una dura lezione di capitalismo applicato per un popolo appena uscito da cinquant’anni di «socialismo» autoritario. La gente tentò di riprendersi i propri soldi con ogni mezzo possibile. Il governo all’inizio aveva sostenuto queste società dicendo che erano più che affidabili, quando fallirono però se ne lavò le mani peggio di Ponzio Pilato dicendo che «così vanno gli investimenti».

Una buona parte del popolo non si arrendeva a questa ingiustizia. Persone che avevano lottato tanto per arrivare ad avere uno stato democratico anche in Albania scendevano tutti i giorni in piazza per chiedere un governo che si facesse carico dei problemi del paese.

Si dice che il Comandante in Capo delle Forze Armate, avesse deciso di zittire una di queste proteste con il gas. Si dice anche che il pilota ed il copilota incaricati, una volta riempito l’aereo (un vecchio «Mig 15» di fabbricazione cinese) di tutte le bombe contenenti gas disponibili, invece di sganciarle sopra la popolazione di Argirocastro, una città del sud dell’Albania, volarono in Italia chiedendo asilo politico. Si trova traccia di questo fatto su «La Repubblica» e su «Il corriere della Sera» del 5 Marzo 1997. I giornali italiani parlano genericamente di «bombe» e dell’ «ordine di sparare sulla folla», mentre secondo i giornali albanesi degli stessi giorni si era corso davvero il rischio di veder usate armi chimiche sulla popolazione. Non sono riuscita a capire se si trattava di una delle leggende metropolitane di quel periodo o se ci fu davvero l’intenzione di usare armi chimiche sulla folla.

Di fronte al disinteresse del governo per il disastro economico, il popolo reagì con rabbia, distruggendo ogni cosa. In primis furono presi d’assalto i depositi militari per armarsi, poi l’amministrazione pubblica. Ad ogni passaggio della folla inferocita dietro rimanevano solo distruzione e morte. La legge perse totalmente qualsiasi valore, le regole non esistevano più. Polizia, esercito e stato erano diventate solo parole. Tutto aveva smesso di funzionare, tutti coloro che ricoprivano un incarico pubblico si congedavano dai propri ruoli. La figlia della mia vicina di casa era sposata con il comandante della polizia di Durazzo. Un giorno mentre erano in visita da noi, ci disse che aveva paura, aveva paura per la propria famiglia e aveva deciso di dimettersi. I suoi colleghi sorvegliavano la sua casa 24 ore su 24 anche dopo che lui aveva preso questa decisione, volevano proteggere la famiglia del loro comandate. La paura vinse anche lui, ed insieme alla sua famiglia decisero di trasferirsi in Italia.

Regnava la legge del più forte. Avevamo paura di tutto e di tutti.

Così abbiamo smesso di andare a scuola, abbiamo smesso di giocare fuori, abbiamo smesso di frequentare i nostri amici, abbiamo smesso di guardare la tv, abbiamo smesso di mangiare sul terrazzo, abbiamo smesso di mangiare seduti al tavolo. Si mangiava per terra, lontano dalle finestre, lontano dai proiettili vaganti e mio padre per consolarci diceva che così mangiavamo come i nostri antenati. Infine, la mia famiglia decise di portarci in campagna dai nonni, dove gli incidenti erano minori.

La società in cui sono cresciuta era una società dominata dalla paura, in cui c’era sempre un qualche tipo di orco cui stare attenti.  Dal ’90 al ’97 l’orco era il criminale che rapiva le ragazze e le faceva prostituire in Europa. Nel ’97 l’orco è diventato il vicino di casa armato. Si poteva morire per un non niente. Morivi per strada per un proiettile vagante, morivi in casa per lo stesso motivo.

L’Albania era nel caos più totale. La fiducia verso lo stato non esisteva e di conseguenza nemmeno il rispetto delle leggi. L’unica legge vigente era quella della forza. Arrivarono i caschi blu, ma erano praticamente inutili perché tutto rimase uguale. La normalità arrivo solo verso la metà del 1998, quando lo stato iniziò a ritirare le armi in mano alle popolazioni dando in cambio del denaro. Ma si raccolse poco rispetto a quello che era uscito dai depositi. Si dice che in parte fu perché le armi albanesi servirono ad alimentare la guerra del Kossovo del 1999.

Quando è cominciata la guerra per l’indipendenza del Kossovo tutti gli albanesi si sentirono in obbligo di aiutare quelli che consideravano dei compatrioti ingiustamente perseguitati dalla Serbia.

Tutte le case furono aperte ai profughi. Si aprirono le chiese per ospitare, le moschee, le palestre delle scuole, le caserme dismesse dell’esercito e della polizia, si aprirono le case dei semplici cittadini dal povero che non aveva niente al ricco che aveva un capannone dell’azienda. L’Albania tiro fuori tutto quello che aveva per accogliere i profughi della guerra del Kossovo, aprì il suo cuore prima di tutto.

Ma come accade in tutte le guerre vi fu anche chi decise di approfittarne. Chi del male vive, approfitta sempre delle situazioni caotiche, dell’afflusso di uomini, donne e bambini disperati, della possibilità di trafficare in droga e armi. Dopo una breve parentesi in Albania tornammo a sentir parlare di sparatorie per le strade, di rapine a mano armata e di sequestri di persona. Tornò la paura, che fondamentalmente non era mai andata via.

Solo a partire dal 2000 la situazione virò finalmente verso la «normalità». Vale a dire che avevamo meno paura dei banditi e delle sparatorie. Ora bisognava temere «solo» i sequestri di persona, in massima parte il rapimento di donne e ragazze che venivano portate all’estero e costrette a prostituirsi. Ma anche quello era un settore in evoluzione. Negli anni ’90 le ragazze venivano rapite con la forza. Negli anni 2000 le ragazze venivano ingannate con la prospettiva di una famiglia felice, basata sull’amore anziché sul tradizionale matrimonio combinato. Conosco molte ragazze, che hanno seguito i loro fidanzati in Italia, per poi scoprire che erano state ingannate e passare anni sui marciapiedi italiani. Non mi sento di parlare molto di loro, perché io potevo essere una di loro. Anche io ho rischiato di essere rapita con la forza nel 2001, ma sono stata molto più fortunata.

In questo clima, i miei genitori hanno deciso che la soluzione migliore per tutti era trasferirsi in Italia. Decine di migliaia di albanesi avevano già varcato l’Adriatico prima di noi nel corso degli anni ’90. Anche allora in Italia si parlava di «invasione» e gli albanesi occupava nelle paure degli italiani il posto che sarebbe stato poi preso da mediorientali e africani. Anche allora si moriva inghiottiti dal mare, come accadde ai circa 100 passeggeri della nave Kater I Rades, affondata dopo esser stata speronata da una corvetta della Marina militare italiana il 28 marzo 1997, vale a dire nel periodo di massima recrudescenza della guerra civile in Albania.

Io arrivai dopo il grande esodo degli anni ’90, da «regolare» e non su un gommone, per mia fortuna non ho vissuto gli aspetti peggiore dell’emigrazione dal mio paese. Andai a vivere in una delle zone d’Italia dove il tenore di vita è più alto, la Provincia di Trento, ma anche così le difficoltà non mancarono.

(continua…)

Il relitto della Kater I Rades. Immagine tratta il 6.10.2015 dal sito http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-33992224-d4f4-4e61-9db4-5797a1d65dce.html

Il relitto della Kater I Rades. Immagine tratta il 6.10.2015 dal sito http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-33992224-d4f4-4e61-9db4-5797a1d65dce.html

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