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Residente non cittadina #2

Viaggio senza ritorno

Di Dorina Lile

Italia Razzista

L’autrice di questa rubrica è una giovane donna immigrata, vive in Italia da circa 12 anni ma ancora non ha ottenuto la cittadinanza italiana. Il titolo della rubrica rimanda appunto a questo stato in cui vivono centinaia di migliaia di persone che da anni risiedono in Italia. Persone che lavorano, studiano e pagano le tasse, sempre però rimando esclusi dai diritti assicurati dalla cittadinanza. Persone che anche quando non subiscono gli aspetti più drammatici del fenomeno migratorio vivono comunque sulla propria pelle tutte le contraddizioni figlie della distinzione tra i diritti «dell’uomo» e quelli del «cittadino».

Le puntate precedenti qui

Trasferirsi in Italia, in Trentino, non è stata la scelta più facile che la mia famiglia potesse prendere. È stata la scelta più sofferta. Dietro di noi, ad esempio, abbiamo lasciato i nonni anziani, un pezzo fondamentale della nostra famiglia.

Avevo sentito spesso di persone che non riuscivano ad integrarsi nel nuovo paese e ogni volta che tornavano in Albania erano in lacrime. Non volevo essere così, avevo deciso che avrei fatto come in quella canzone di Irene Grandi “Prima di partire per un lungo viaggio” , avrei portato con me la voglia di non tornare più. Poco prima di partire però mi sono resa conto che la cantante probabilmente non si riferiva a un viaggio lungo come il mio.

Il mio era un viaggio senza ritorno. Sapevo che se un giorno fossi tornata in Albania sarebbe stato da straniera. Quando te ne vai da un posto sai che anche se un giorno ci tornerai niente sarà più come prima. Quindi è inutile sognare di tornare, se dovevo fare la fatica di integrarmi in un posto tanto valeva farlo una volta per tutte in Italia .

Ho capito il dolore che comportava questa scelta nel 2006, dopo due anni che vivevo in Italia, quando mio zio morì in Albania per un incidente sul lavoro. Lo avevo visto l’ultima volta mentre mi sorrideva dal vetro del taxi che ci portava ad imbarcarci per Bari. La sua morte fu un momento molto difficile per mio padre, aveva perso il lavoro qualche mese prima ed aveva appena trovato un nuovo impiego. Era in prova. Quando ha chiesto se poteva avere dei giorni di permesso per andare a seppellire il fratello gli hanno risposto che doveva portare il certificato di morte, che doveva presentare una serie di documenti per giustificare l’assenza. La tempistica è lunga per fare dei documenti in Albania e portarli in Italia. Non puoi farlo in un giorno. Mio padre scelse di tenersi il lavoro e di non andare al funerale del fratello. Non credo si perdonerà mai questo.

Il mio primo impatto in Italia è stato con la scuola. Per me era importante finire le superiori in tempo. Venivo da una realtà dove l’età, soprattutto l’età di una donna ha un valore differente rispetto all’Italia.  Finire le superiori a 20 anni, come ho fatto io, era motivo di forte imbarazzo in Albania, dove sarei stata considerata vecchia per ogni cosa. Infatti a causa delle differenze tra i due sistemi scolastici e dell’anno perso alle medie a causa della guerra civile, mi sono diplomata nel 2006.

In Italia mi sono iscritta al terzo anno dell’indirizzo “Tecnico dei Servizi Sociali” presso l’istituto “Don Milani-Depero” di Rovereto.  Per motivi burocratici ho cominciato la scuola ad Aprile, anche se avevo fatto richiesta di iscrizione a Marzo. Nonostante io avessi tutta la documentazione necessaria la burocrazia in questo passaggio mi rese la vita difficile.

 Solo dopo il mio arrivo in Italia ho scoperto che qui le scuole superiori non sono di 4 anni ma di 5. Io ero arrivata nel secondo quadrimestre del terzo anno e nell’istituto in cui ero iscritta per essere promossa avrei dovuto superare un esame di abilitazione. Avevo pochi mesi per mettermi in pari con il programma in una scuola nuova, in una lingua straniera.

Tra Aprile e Giugno, con l’aiuto di professori come Giancarlo Caroli (diritto) e Gian Piero Golinelli (lettere e storia) ho potuto prepararmi in modo decente per l’esame d’abilitazione e superarlo con 74/100. Questi due docenti in particolare, ma non furono gli unici, mi hanno sostenuta e mi hanno incoraggiata a proseguire i miei studi. Io sono stata molto fortunata. All’esame di stato sono uscita con il voto di 82/100; quell’anno ero stata eletta rappresentante d’istituto, avevo un lavoretto estivo e facevo anche un po’ di volontariato.

Per mio fratello è stato diverso.

Mio fratello ha incontrato il razzismo a scuola.

Lui ha sempre desiderato diventare un elettricista, da piccolo il suo divertimento era montare e smontare tv, radio e tutto ciò che gli capitava tra le mani.  Era molto bravo in questo. Aveva la passione ed il talento. Quando arrivammo in Italia aveva 14 anni e decise di iscriversi ad una scuola professionale ma l’iscrizione gli venne rifiutata: «Non possiamo accettarlo, abbiamo già troppi stranieri in questa scuola. Provi da un’altra parte». Le sue capacità e le sue passioni non importavano, a 14 anni era già «Uno straniero di troppo».

Si iscrisse ad un’altra scuola, dove però si resero subito conto della sua passione per i circuiti elettrici e gli consigliarono di cambiare scuola, di ritentare al professionale, dove alla fine riuscì finalmente ad iscriversi e a diventare un elettricista.

Mio fratello ha incontrato il razzismo in amore.

Dopo un po’ che eravamo in Italia si è innamorato di una ragazza italiana, si sono fidanzati ma poi lei lo ha lasciato perché ai suoi genitori non andava che stesse con un albanese.

Mio fratello ha incontrato il razzismo al lavoro.

Quando ha iniziato a lavorare mio fratello ha avuto delle persone fantastiche come colleghi,  persone che gli hanno insegnato tanto riguardo al suo mestiere, ma non sempre è andato tutto liscio. È cresciuto in Trentino e parla meglio il dialetto che l’italiano o l’albanese, per questo viene scambiato per un bravo ragazzo autoctono al 100%, «un dei nossi». E a volte è capitato che i clienti o qualche collega attaccassero bottone prendendosela con … «questi maledetti immigrati, soprattutto gli albanesi»!

Di qui la sua diffidenza verso il paese in cui vive da più di dieci anni.

Come posso far cambiare idea a mio fratello su l’Italia e gli italiani? Per quanto io possa dire che non tutti sono così, che l’Italia è fatta di brave persone, che ogni nazione ha le sue pecore nere. Per quanto lui creda in sua sorella, nessuno gli potrà mai far cambiare idea totalmente su questo. La sua esperienza di vita e la storia dei nostri due paesi non è di aiuto.

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1 commento

  1. enrico ha detto:

    Brava Dorina, se anche gli italioti leggessero il bel libro “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, direbbero meno stupidaggini e luoghi comuni.

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