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E il nazionalismo salì in cattedra…

Vita quotidiana e ideologia al liceo Scipione Maffei di Verona durante la Grande guerra

Di Tommaso Baldo

Verona nel 1914 contava meno di 90.000 abitanti e si andava sviluppando come centro industriale in cui il settore manifatturiero contava nel 1911 circa 10.000 addetti. Dal luglio 1914 l’amministrazione municipale era retta da socialista Tullio Zanella mentre le elezioni politiche dell’anno precedente avevano avuto (se prendiamo la provincia nel suo complesso) un esito favorevole ai liberali giolittiani sostenuti dai cattolici. Allo scoppio della guerra europea nell’estate 1914 Verona venne letteralmente sommersa dagli emigranti che tornavano in patria abbandonando la Germania e l’Austria-Ungheria, paesi in cui avevano lavoravano prima dello scoppio delle ostilità. Il 12  agosto 1914 erano già 132.000 i profughi transitati per Verona, si trattava di un esodo caotico che trasformò la stazione di Porta Vescovo in un bivacco e costrinse l’amministrazione comunale e la cittadinanza (come avvenne anche a Bologna) a mobilitarsi per soccorre quelle decine e decine di migliaia di persone che giungevano in molti casi stremate e digiune dopo aver dovuto abbandonare all’improvviso i paesi in cui vivevano e lavoravano da anni.

Il 16 ottobre 1914 Cesare Battisti, già deputato socialista eletto dai trentini al parlamento viennese ed in quel momento esule in Italia, espose le ragioni dell’intervento in un comizio organizzato a Verona dall’associazione «Trento e Trieste». Il giorno dopo furono i socialisti «ufficiali» a tenere un comizio, questa volta contro la guerra, l’evento registrò una prima baruffa tra interventisti e neutralisti. In seguito i comizi si susseguirono: il 19 ottobre parlò il deputato belga Georges Lorand che perorò la causa del suo paese invaso dai tedeschi; il 22 fu la volta di Filippo Corridoni, sindacalista rivoluzionario divenuto interventista. Il 5 dicembre si tenne un drammatico confronto tra le due anime del socialismo italiano: da un lato il nuovo corifeo dell’interventismo, l’ex-ultra rivoluzionario Benito Mussolini, dall’altro Giacinto Menotti Serrati che ne era stato amico e lo aveva da poco sostituito alla direzione del quotidiano «L’Avanti!». La disfida verbale tra i due si tenne nel palazzo della Gran Guardia, in sala volarono insulti e cazzotti tra socialisti «ufficiali» e aderenti ai mussoliniani «Fasci d’azione rivoluzionaria», in buona parte ex-socialisti di fresca espulsione. Sul palco Serrati difese le ragioni della neutralità, ma non mancò di ricordare a Mussolini i comuni trascorsi: «è con te che stetti insieme nei momenti più tristi e più belli, e feci la fame»[1].

Nel corso dell’anno scolastico 1914-1915 gli studenti delle scuole superiori e dell’università furono una delle componenti essenziali delle dimostrazioni interventiste che si svolsero nelle città italiane. Nei mesi dal febbraio all’aprile 1915 a Verona si succedettero manifestazioni e comizi interventisti che culminarono in alcune giornate di scontri alla metà di aprile. Il 12 vi furono i primi tafferugli tra neutralisti e fautori dell’intervento, i disordini culminarono con vandalismi a targhe, vetrine di negozi e ditte dal nome germanico. Il giorno dopo si tenne una manifestazione interventista a cui parteciparono un gran numero di studenti, il corteo si scontrò con gruppi di neutralisti ed il comizio che avrebbe dovuto concluderlo trasformò Piazza Bra in un campo di battaglia. Il 15 aprile nuovo corteo interventista e nuovi scontri sedati dalla polizia. Il 24 maggio 1915 il Regno d’Italia fece il suo ingresso nella Grande guerra, «L’Arena», il quotidiano liberale e interventista di Verona poté titolare trionfante «Il sogno è divenuto realtà»[2].

Per chi abitava a Verona la guerra fu una realtà terribilmente immediata, tanto da poterla vedere e toccare con mano quotidianamente. La città era infatti posta nelle immediate retrovie del fronte. Nel luglio 1915 i cronisti di guerra la descrissero come una sorta di grande e allegro accampamento formicolante di uomini e mezzi. In breve però la guerra si premurò di mostrare i suoi lati meno «allegri», furono ben 15 gli ospedali militari aperti tra città e provincia; tra loro l’Ospedale Militare Principale e l’Ospedale Territoriale del Seminario, allestito dal Comitato regionale della Croce Rossa presso alcuni locali del seminario vescovile. Venne creato anche un comitato incaricato di dare le onoranze funebri ai soldati deceduti negli ospedali, esso organizzava i funerali e raccoglieva volontari per accompagnare il feretro di chi era morto lontano dai propri amici e parenti.

La guerra colpì anche i civili, Verona fu una delle prime città a subire un bombardamento aereo. Il 14 novembre 1915, mentre in Piazza Erbe era in corso il mercato cittadino, tre aerei austroungarici comparvero nel cielo. Venne dato l’allarme ma il suono delle campane e delle trombette elettriche (che i più confusero con quelle delle corriere) non mise in allarme i veronesi, evidentemente non si aspettavano di divenire i bersagli di un’ azione bellica. Gli aerei, debolmente ostacolati da un’improvvisata contraerea, sganciarono 25 ordigni che lasciarono sul terreno un centinaio tra morti e feriti. Tra le vittime anche un professore del liceo Maffei, Enrico Sicher, ucciso da una scheggia mentre affacciato al poggiolo della sua abitazione cercava di capire cosa stesse accadendo. Ma la vera strage fu in Piazza Erbe, lì un ordigno seminò la morte tra la folla che si era rifugiata sotto le logge della Camera di commercio. Dopo il bombardamento occorsero i carri-pompa dei Vigili del Fuoco per lavare dalla pavimentazione della piazza il sangue e la materia celebrale.

Questi fatti provocarono un’ondata di isteria, il 17 novembre una donna accusata di essere una spia rischiò il linciaggio perché accusata di aver offerto caramelle ad alcuni ragazzini in cambio di informazioni sulle caserme. Le autorità militari si premurarono di disciplinare i segnali d’allarme in modo che fossero più chiari (si utilizzarono colpi di cannone, fischi di sirena e suono a martello del Rengo, la campana posta sulla centralissima Torre dei Lamberti), oltre che stabilire norme di comportamento per la popolazione. I monumenti cittadini vennero protetti con sacchi di sabbia e travature mentre un’ordinanza del sindaco impose ai proprietari di case di tenere pronte riserve d’acqua e sabbia. L’aviazione austroungarica tentò altre incursioni su Verona ma con effetti assai meno micidiali, anche perché i caccia e l’artiglieria italiana facevano buona guardia; il fuoco delle batterie contraeree per esempio mise in fuga i sei aerei nemici che tentarono di colpire la città il 27 marzo 1916[3].

Nei tre anni del conflitto i veronesi conobbero alcuni momenti di timore in cui corse voce di un imminente l’arrivo degli austro-tedeschi; ad esempio nel maggio 1916 in occasione dell’offensiva nemica in Trentino, e ancor più dopo Caporetto, quando la città venne inclusa nella zona d’operazioni e si riempì di profughi in fuga dai territori occupati. Ma Verona continuò anche ad essere teatro di manifestazioni patriottiche e mantenne vivo un clima di costante mobilitazione. Non si registreranno ad esempio, molto probabilmente proprio per la vicinanza del fronte, né proteste contro la guerra e la fame, né aggressioni degli interventisti contro la municipalità retta dai socialisti (cosa all’epoca assai frequente in altri centri come Milano e  Bologna).

Man mano che la guerra proseguiva la situazione della città peggiorò ancora. Anche se non vi furono sommosse per il pane come avvenne a Torino, vivere a Verona durante la prima guerra mondiale fu comunque assai difficile, soprattutto a partire dall’inizio del 1917. Mancavano i combustibili, il pane (nel 1917 si venderà solo pane raffermo), lo zucchero, il latte e la carne. Le code davanti ai negozi o alla cucine popolari si allungavano mentre commercianti senza scrupoli accaparravano i generi alimentari o adulteravano il latte annacquandolo. La guerra e l’afflusso di truppe moltiplicarono d’altro canto sia gli spettacoli teatrali e cinematografici sia la prostituzione. Il 21 settembre 1916 «L’Arena» avvisava che «il numero delle libere professioniste minorenni non controllate né registrate da alcuna autorità aumenta in modo impressionante»; il 19 maggio 1917 lo stesso quotidiano definiva Verona «Un grande postribolo»[4].

Postribolo militare. Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/i-postriboli-militari/28762/default.aspx

Postribolo militare. Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito
http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/i-postriboli-militari/28762/default.aspx 

Il liceo classico nell’ordinamento scolastico italiano

Agli inizi del Novecento si era considerati «giovinetti» cioè adolescenti, almeno per quanto riguardava chi poteva andare a scuola, sino ai 16 anni; mentre dai 16 ai 25 si era considerati «giovani adulti» e solo dopo i 25 pienamente adulti[5].

Il percorso di istruzione secondaria classica era sostanzialmente strutturato sulla base della «Legge Casati», un Regio Decreto del 13 novembre 1859. L’istruzione classica durava all’epoca otto anni, dalla odierna prima media alla fine dell’odierna quinta superiore; essa rimase il  canale esclusivo di accesso all’università sino alla legge del 21 luglio 1911 che istituì un nuovo indirizzo di studi: il «Liceo Moderno»[6].

Per essere ammessi alla prima classe ginnasiale (la nostra prima media) occorreva sostenere un esame in tutte le materie delle elementari. Al Maffei nei primi due anni di ginnasio inferiore si studiava italiano, latino, storia, geografia, matematica ed educazione fisica; mentre solo il terzo anno ci si approcciava ad una lingua straniera (il francese). In quarta ginnasio si iniziava lo studio di due nuove materie: greco e storia naturale (scienze e biologia)[7]. In prima liceo (terza superiore) si smetteva di studiare francese e si iniziavano filosofia e fisica[8].

I voti all’epoca andavano da 0 (ampiamente utilizzato) a 10, la sufficienza era 6; le ore di lezione settimanali erano 28, circa 5 al giorno. Vi era l’esame di licenza ginnasiale inferiore (quello che oggi definiremmo l’ esame di terza media) ed un nuovo esame al termine del ginnasio[9].

I privatisti e gli studenti del primo e secondo anno di liceo potevano presentarsi alla sessione straordinaria d’esami di stato per l’ottenimento della licenza liceale classica, una possibilità di diplomarsi anticipatamente che nel corso della guerra colsero in molti[10]. Essere ammessi ad una sessione d’esame straordinaria significava venire esaminati in tutte le materie; se invece si seguiva il normale corso di studi si era dispensati da quelle in cui si era riportata una valutazione pari o superiore ad 8. In ogni caso per diplomarsi occorreva risultare almeno sufficienti in tutte le materie. Si poteva ripetere nella sessione autunnale l’esame nelle materie in cui non si era raggiunta la sufficienza[11].In italiano, latino e greco si veniva esaminati sia allo scritto che all’orale. In latino occorreva svolgere sia traduzioni dall’italiano al latino che traduzioni dal latino all’italiano[12].

Ad esaminare i diplomandi era, come prevedeva la «Legge Casati», una «Commissione nominata dal Ministro», composta sia da docenti dell’istituto frequentato che da «esterni». Ad esempio La commissione che esaminò i diplomandi del Liceo Maffei dell’anno scolastico 1923-1924 (l’ultimo prima che la «Riforma Gentile» regolamentasse strettamente l’esame di maturità) era composta dal preside dell’istituto, da professori della scuola e di altri licei, da docenti universitari e dal direttore del Museo Civico di Verona[13].

Il Liceo Scipione Maffei di Verona

Come si svolgeva la vita all’interno del Liceo Scipione Maffei? Per trovare le risposte è utile scorrere l’annuario scolastico 1924-1925. Si tratta di uno stampato risalente a dieci anni dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, ma l’ambiente che descrive era in buona parte immutato. Ad esempio l’edificio, posto nel centro di Verona, in quella che oggi è Via Abramo Massalongo, sarà completamente ristrutturato solo negli anni’60. Ecco come lo descrive nella sua relazione sull’anno scolastico 1923-1924 Antonio Fajani, preside dal 1917.

«Il vecchio fabbricato ha tutti gli acciacchi della vecchiaia, cadente ormai, quantunque pieno di poesia e di storia: locali forse visitati da Dante, certo dal primogenito suo Pietro e dai nipoti del poeta divino, i quali nipoti, non il figlio primogenito morto in Treviso, aspettano la resurrezione in uno dei cortili dell’istituto, già convento dei PP. Domenicani, e prima rovine di un palazzo patrizio, atterrato dalle ire di fazione e prima ancora parte del circo romano. Papi e imperatori lo visitarono, ma si tratta di un passato lontano, che non rende certo migliori, con le storiche memorie, le condizioni igieniche dell’edificio. Quasi tutte le aule non corrispondono alle norme più elementari dell’igiene: io chiamo questi locali ripostigli o cantine o granai d’anime. Non bastano più acconcimi e riparazioni; nessuna unità di edificio; sparpagliamento di aule fra cortili, pianterreno e primo piano, perché via via si è proceduto, come nei cimiteri, per ampli azioni. Bisogna avere il coraggio di demolire e riedificare. Lo so: tre o quattro milioni inevitabili; ma non si possono spendere per la scuola che ha così gloriose tradizioni?»[14].

Quanto esposto potrebbe sembrare un esagerazione, magari una richiesta di fondi al nuovo regime da parte di un preside di note simpatie fasciste quale era Fajani; ma bisogna considerare che le prime lamentele sullo stato dell’edificio risalivano al 1877 e che nel 1918 un’inchiesta ministeriale aveva segnalato anch’essa la necessità di un nuovo edificio[15].

Vista la minaccia di bombardamenti austroungarici si dovette trasformare il sotterraneo dell’istituto in rifugio antiaereo. Il locale era privo di illuminazione elettrica e per di più il presidente della Deputazione Provinciale, responsabile della manutenzione dell’edificio, scrisse in una sua comunicazione del 23 ottobre 1917 che «può essere dubbio se in caso d’incursione con eventuale lancio di bombe a liquidi speciali, il ricovero nel sotterraneo sia consigliabile». Le norme di comportamento in caso di attacco aereo erano state emanate dal preside Giacomo Pagan (in carica dal 1909 al 1917) il 4 maggio 1916. Esse stabilivano che se l’allarme era dato prima delle lezioni, queste avrebbero dovuto cominciare almeno mezzora dopo la cessazione del pericolo; se l’allarme risuonava invece durante le lezioni alunni e docenti avrebbero dovuto rifugiarsi nel sotterraneo e rimanervi sino a che non fosse segnalato il cessato pericolo. Le attività didattiche sarebbero riprese solo se rimanevano da svolgere almeno due ore di scuola.

Ma per danneggiare l’edificio dell’istituto non occorrevano le bombe nemiche; le condizioni di degrado dello stabile erano tali che il 14 novembre 1917 le lezioni furono sospese a causa del crollo di due volte del porticato dell’istituto. Vennero riprese il 22 novembre, dopo lo sgombero delle macerie e il puntellamento dei muri. Dal 2 all’11 dicembre vi fu una nuova sospensione delle attività didattiche per effettuare un rafforzamento dei muri in corrispondenza della parte crollata. Per ovviare alla mancanza di aule in seguito al crollo delle volte del porticato, il liceo dovette occupare i locali del Convitto «già giudicati inutilizzabili pel servizio scolastico»[16].

Se lo stabile era cadente, nel vero senso della parola, in condizioni non migliori si trovavano gli arredi. Come affermò il preside Fajani nel 1924:

«Non pensi il Ministero a banchi di tipo recente: ce ne sono di più tipi, ma quasi tutti vecchi. Molte aule hanno infissi nelle pareti dei piuoli di ferro per attaccapanni: e, se ne togliamo i banchi, si pensa con nessuno sforzo di fantasia, a botteghe di macellaio. Ombrelliere non ci sono: onde nelle giornate nevose e piovose, rigagnoli d’acqua in molte aule formano spesso pozzanghere.

Naturalmente c’è modo per tutti di sedere fra scricchiolii e beccheggi o molleggi: ma da questo all’igiene ed al decoro ci corre. Certo qui dentro si spende malvolentieri per le riparazioni, perché si ha chiara coscienza che sono denari sciupati.

Il riscaldamento si fa per stufe, intorno a 38, e non c’è modo di fare diversamente: onde si possono immaginare gli inconvenienti che ne derivano per la qualità e l’ubicazione delle stufe: tiraggi più o meno deficienti; combustibile più d’una volta sordo a rispondere; nebbie o vortici di fumo che costringono spesso a sospendere le lezioni; e carrelli e cestoni di legna che vanno e vengono con l’inevitabile sporcizia di tritumi e terriccio durante la stagione invernale.

Acqua sufficiente; sufficienti le fontanine; sufficiente la illuminazione; più che sufficienti le suonerie elettriche. Non sufficienti le latrine, a cui non c’è modo di aggiungerne altre per le condizioni dei locali: onde la necessità di una cura assidua di disinfestazione e vigilanza. […]

I professori e gli alunni non si trovano nelle volute condizioni a bene insegnare e imparare. Qui né igiene, né decoro, se si guarda alla scuola, come la vogliono quelli che la amano; bisogna saper guardare in faccia alla realtà molto brutta per trarne una idealità molto bella: bisogna dare al Liceo Ginnasio ‘Scipione Maffei’, che ha tanta storia, una sede decorosa e decorosamente arredata»[17].

Per quanto riguardava «il materiale didattico-scientifico» esso risaliva all’epoca napoleonica, cui si erano aggiunti i «cimeli» del docente di fisica Giuseppe Zamboni, l’inventore della pila a secco morto nel 1846. Per lo studio della paleontologia ci si avvaleva della collezione di reperti rapporta da Abramo Massalongo, già docente di scienze naturali presso l’istituto deceduto nel 1860. Si era invece arricchita in tempi più recenti la biblioteca, giudicata nell’annuario 1924-1925 «una delle più preziose d’Italia».

Gli studenti

La guerra provocò un progressivo sfoltimento degli studenti del Maffei. Essi erano 663 nell’anno scolastico 1915-1916; 615 nel 1916-1917; 580 nel 1917-1918 e 557 nel 1918-1919. L’istituto aveva accolto nel gennaio 1916 un gruppo di studenti profughi, provenienti dal ginnasio di Ala, una cittadina trentina già occupata dall’esercito italiano; ma molti di più erano gli studenti veronesi che avevano chiesto il trasferimento in altri istituti o si erano ritirati. Già nel 1916 molti alunni e le loro famiglie avevano lasciato la città, molti di più lo avrebbero fatto nel novembre 1917 per timore dell’avanzata austroungarica che seguì la disfatta di Caporetto. Particolarmente falcidiate, nell’anno scolastico 1917-1918, furono le ultime classi liceali; con due seconde liceo (attuale quarta superiore) che erano state composte da 20 e 24 alunni si formò una sola terza di 7 alunni, quattro femmine e tre maschi[18].

A svuotare le ultime classi di scuola superiore contribuirono in modo determinante le chiamate alle armi, ma non tutti coloro che all’inizio dell’anno scolastico 1917-1918 mancavano dalle terze liceo erano già arruolati nell’esercito. I nati nel 1899 inizieranno ad essere immessi nei reparti combattenti alla fine del 1917, mentre i 260.000 giovani della classe 1900 vennero arruolati solo agli inizi del 1918 ma non vennero impiegati in battaglia a causa della fine delle ostilità. Il Capo di Stato Maggiore italiano, il generale Armando Diaz, non intendeva sprecare l’unica classe di coscritti che gli rimaneva, la teneva da parte per un’eventuale offensiva che avrebbe potuto rendersi necessaria nella primavera 1919, se la guerra non fosse terminata prima[19].

Vista la situazione, all’inizio dell’estate 1917 i nati nel 1900 sapevano che prima che fosse trascorso un altro anno sarebbero stati arruolati; tanto valeva approfittare della sessione straordinaria di luglio e diplomarsi subito. In diversi molto probabilmente scelsero di uscire un anno prima dal liceo, ancora diciassettenni, anziché rimanere in aule semideserte.

Per tracciare un quadro della vita all’interno delle aule del Maffei occorre ricordare che, contrariamente a quanto avveniva nell’impero austroungarico[20], esse erano aperte anche alle ragazze che frequentavano le medesimi classi dei ragazzi (anche perché erano troppo poche per creare classi separate). La prima ragazza a diplomarsi nell’istituto fu Fiorina Salvoni nel 1883; nel 1896 le studentesse erano ancora solamente 13; nel 1902 in tutta Italia le iscritte al liceo erano 287[21]. Il numero delle studentesse era però destinato a moltiplicarsi con l’andar del tempo: nell’anno scolastico 1924-1925 l’istituto veronese contava al ginnasio 353 alunni e  84 alunne, al liceo 141 alunni e 23 alunne.

Questo naturalmente non significava che la scuola italiana coltivasse l’emancipazione femminile nella sua accezione contemporanea; ad esempio nella sua relazione sull’anno scolastico 1923-1924 il preside Fajani diceva di aver fatto «qualche lavata di capo alle mamme che chiudono gli occhi a qualche abito troppo estivo delle figlie»[22].

Fucina di anime

Un altro elemento da tener presente era l’indirizzo del Maffei, si trattava infatti di un liceo classico; quello che allora, secondo le parole di Valentina Colombi, era la «scuola di patria della borghesia italiana»[23]. Il 7 maggio 1921, durante la cerimonia di inaugurazione del monumento dedicato agli alunni dell’istituto caduti durante il conflitto mondiale, il professor Floriano Grancelli, docente di storia nel liceo veronese sin dal 1896, così espose quella che egli riteneva essere «l’alta missione» della scuola.

«La Scuola non è, come taluni si vorrebbe, solo palestra di studi, o fucina dove si preparano gli uomini all’esercizio delle diverse professioni. No; essa è – e fu veramente – preparazione alla vita, fucina dove si tempra l’anima del popolo.

Quando pertanto si afferma che i grandi problemi che agitano la Nazione non hanno a varcare la soglia della Scuola, si afferma cosa che contrasta alla parte più nobile ed alta della missione che spetta appunto alla Scuola. Se è vero che le controversie politiche e le gare di parte non hanno  a turbare il tempio austero degli studi, altrettanto è vero che deve risuonare viva in esso e penetrare nell’animo degli alunni la voce che parli delle più alte idealità della Patria, la voce che narrando la storia del passato ammonisca sulle necessità del presente ed illumini le vie dell’avvenire, affinché i giovani ne escano consapevoli del proprio dovere, temprati ad operar virilmente, come gli interessi della Patria richiedono»[24].

Questa educazione alle «più alte idealità della Patria» era svolta dalla scuola anche prima della Grande guerra e si spingeva sino ad incitare gli alunni a partecipare ad iniziative che oggi definiremmo «di partito»; beninteso sempre di partiti borghesi e «patriottici». Ad esempio il preside del Maffei Giacomo Pagan firmò l’8 maggio 1914 una circolare alle classi in cui comunicava l’invito delle «Associazioni liberali della città» alla commemorazione dei caduti nella battaglia risorgimentale di Santa Lucia, esprimendo il desiderio che ogni classe inviasse una propria rappresentanza, composta però da non più di sei studenti[25].

Fajani, che nel 1917 succederà a Pagan nel ruolo di preside, nel dopoguerra non farà altro che fornire al fascismo il supporto prima riservato alle «Associazioni liberali della città». D’altronde il fascismo si poneva essenzialmente come milizia volontaria al servizio proprio di quelle «idealità» patriottiche che da decenni la scuola italiana cercava di inculcare ai propri alunni. Tanti «bravi ragazzi» liceali avrebbero messo in pratica nel corso delle spedizioni squadriste le «più alte idealità della Patria» apprese sui banchi di scuola.

I valori «nazionali» trasmessi dalla scuola, i loro simboli e linguaggi venivano ripresi, e spesso portati alle estreme conseguenze, dagli studenti stessi nei loro spazi di visibilità pubblica: l’associazionismo, le iniziative benefiche o la stampa studentesca. Ad esempio l’organizzazione dei Giovani Esploratori Veronesi, fondata il 2 maggio 1915, si presentò come struttura che voleva fornire ai propri aderenti una formazione premilitare. Non a caso l’appello alla «gioventù studiosa» e la sua mobilitazione furono momenti salienti dell’azione interventista, come nel dicembre 1914, quando Mussolini incitò i giovani interventisti alla violenza nei confronti dei docenti filo-tedeschi o neutralisti[26]. L’interventismo divenne un elemento fondamentale nel connotare l’identità generazionale dei giovani benestanti che frequentavano l’università o i licei. Proprio gli studenti furono il nerbo degli infuocati cortei interventisti ed anche tra le mura del Maffei gli alunni orientarono tra il 1914 ed il 1915 il loro entusiasmo patriottico in senso interventista.

Fece le spese di questo stato d’animo l’unica opera d’arte conservata tra le mura della scuola, un quadro raffigurante l’imperatore Francesco I d’Asburgo, eletto dagli studenti a bersaglio contro cui scagliare «più o meno innocui proiettili» come ricordò un testimone. Onde evitare che il dipinto venisse sfregiato l’amministrazione provinciale preferì collocarlo al sicuro nei propri uffici; evidentemente nessuno tra i docenti aveva ritenuto di dover frenare l’improvvisato tiro a segno dei giovani e «patriottici» vandali[27].

Manifestazione interventista a Milano. Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.storiaememoriadibologna.it/neutralismo-e-interventismo-151-evento

Manifestazione interventista a Milano. Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.storiaememoriadibologna.it/neutralismo-e-interventismo-151-evento

È interessante notare che tra i docenti del Maffei vi era il professor Enrico Sicher, come si è visto ucciso da una scheggia sul balcone di casa sua in Lungadige Sammicheli nel corso del bombardamento del 14 novembre 1915. Egli era un fuoriuscito trentino, cioè un ex-suddito austroungarico da anni rifugiatosi a Verona per la sua fede irredentista. Il giorno stesso della sua morte il Collegio dei professori del Maffei deliberò di dedicare a lui e agli studenti caduti nel conflitto un «ricordo marmoreo»; che verrà inaugurato il 25 maggio del 1919. Durante la cerimonia il principale discorso in onore di Sicher verrà tenuto dal professor Casimiro Adami, l’altro docente dell’istituto di origini trentine. La presenza di ben due «irredenti» nel corpo docenti dovette contribuire certamente a connotare l’ambiente in senso interventista[28]. Sicher era nato a Coredo, in Val di Non, il 2 febbraio 1865. Aveva intrapreso studi di biologia e zoologia presso l’università di Padova sotto la guida di suo zio Giovanni Canestrini, primo diffusore delle teorie di Darwin in Italia. Oltre ad insegnare al Maffei egli era Conservatore del Museo Civico di Verona. Nel nativo Trentino egli aveva avuto dei contrasti con le autorità austroungariche, che lo avevano arrestato due volte per motivi politici[29].  L’altro docente trentino, Casimiro Adami, era invece nato il 4 agosto 1874 a Pomarolo, nella bassa Val Lagarina. Conseguì la laurea in filosofia nel 1897 e quella in lettere l’anno successivo presso l’università di Pisa. Iniziò ad insegnare nel liceo veronese nel 1908, dove avrebbe lavorato sino alla pensione nel 1939. Professore di latino e greco, fu autore di decine di studi inerenti la storia dell’arte, l’ archeologia, la filologia e la poesia classica, oltre che di più di cento conferenze tenute in tutta Italia. Convinto interventista fondò nel 1915 il «Comitato d’azione per il Trentino» e nel 1917 il «Gruppo di difesa nazionale», per questa sua attività le autorità austriache ne ordinarono l’arresto per Alto Tradimento. Sarebbe morto nella nativa Pomarolo nel 1960[30].

Fossero o meno «irredenti» come Sicher e Adami, una volta scoppiato il conflitto i docenti di tutta Italia fecero tutto il possibile per far sentir «l’alto valore patriottico» del momento agli studenti. Ad esempio ecco le tracce assegnate per il tema scritto degli esami di licenza liceale  tenutisi tra il maggio ed il giugno 1915 al Ginnasio Liceo «Paolo Sarpi» di Bergamo:

«1. ‘Pola presso il Quarnaro/ che Italia chiude e i suoi termini bagna’. Meditando su questi versi, che tante vacillanti speranze sostennero rinvigorendole con ferma fede, si accenni al valore che può assumere il canto dei poeti per i destini d’una nazione.

  1. L’ora delle grandi prove spazza via certe frivole preoccupazioni della vita che sembravano per taluni quasi ragione dell’esistenza.
  2. Sventurato quel popolo, cui la storia delle grandezze passate è infaticabile rampogna nel grigio periodo della mediocrità».

Più semplici ma non meno patriottici i temi proposti per la licenza ginnasiale (l’esame che si teneva al termine dell’attuale seconda superiore):

«1. Pensando che questo edificio sarà fra qualche giorno trasformato in ospedale militare.

  2. ‘Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta!’

  3. La nostra guerra – fatti e discorsi altrui; pensieri vostri»[31].

Alla guerra la scuola italiana riservò appositi spazi istituzionali: il 24 maggio divenne l’anniversario «della IV guerra d’Italia»; venne riconosciuto come festività il 20 dicembre, data dell’impiccagione dell’irredentista triestino Guglielmo Oberdan. Nelle scuole del Regno si tennero sottoscrizioni e collette a scopo patriottico, in particolare gli alunni furono invitati a sottoscrivere e propagandare i sei «prestiti nazionali» che si avvicendarono nel corso del conflitto. Si raccolsero indumenti per i profughi, libri per i soldati al fronte, si invitarono le alunne a confezionare lavori di lana per le truppe. Il Maffei di Verona diede il suo contributo alle più svariate iniziative in questo senso. Ad esempio la collaborazione pomeridiana degli studenti nella fabbricazione di pallottole, la vendita di coccarde per aiutare le famiglie dei soldati bisognosi, le oblazioni a favore della croce rossa o destinate all’acquisto di aerei da guerra. Occorre notare che il preside dell’istituto Giacomo Pagan mantenne nelle sue circolari del periodo bellico un tono sostanzialmente formale e burocratico. Più che di natura propagandistica le sue preoccupazioni paiono di ordine pratico, vale a dire dirette in primo luogo a garantire il funzionamento dell’istituto. Anche quando incita gli studenti a compiere un dovere «patriottico» Pagan sembra non smarrire il senso della concretezza e della misura. Ad esempio nella sua circolare del 28 maggio 1917 egli scrive:

«agli atti eroici di sacrificio dei soldati deve corrispondere l’opera civile e umanitaria di aiuto ai poveri orfani dei caduti in guerra. Diano dunque gli studenti quel che più possono; concorrano largamente ad assicurare agli sventurati bambini i mezzi di sostentamento e il conforto della carità fraterna».

Ben diverso il tono che terrà Antonio Fajani divenuto preside il 1 ottobre 1917, in seguito al trasferimento di Pagan a Rovigo. Il 5 novembre il nuovo dirigente scolastico incitò gli studenti a versare oblazioni in favore dei profughi in fuga dinnanzi all’avanzata austroungarica indirizzando loro queste parole:

«Verona li 5 novembre 1917. Giovani, aiutate i profughi!

Metto davanti al vostro cuore quattro note scolastiche di un giornale berlinese:

1) Oblazione di uno studente: ‘Mi diverto un mondo a pipare: d’ora innanzi pipa e tabacco alla patria!’

2) Oblazione di un altro studente: ‘Ho bisogno di un paio di calzoni nuovi: i calzoni nuovi alla patria! Andrò alla scuola coi calzoni rappezzati di panno multicolore’.

… [seguono altri due esempi di ‘oblazione delle scarpe nuove alla patria’]..

Giovani, aiutate i fratelli: non vi parlo di obolo, di carità, di elemosina: vi parlo di diritto e di dovere. Il fratello ha il diritto d essere aiutato dal fratello: il fratello ha il dovere di aiutarlo.

Noi non dobbiamo imparare dal nemico l’amore forte, tenace, indomabile alla patria. Domani mattina si raccoglieranno le oblazioni»[32].

Il pathos patriottico del nuovo preside veronese appare del tutto in linea con le nuove e ancor più esplicite funzioni propagandistiche che nell’ultimo anno di guerra vennero assegnate alla scuola. Dopo le disfatte dell’autunno 1917 il Ministero della pubblica istruzione dispose che in tutto il Regno d’Italia si tenessero alle scolaresche settimanali conferenze «sulle ragioni della guerra, con uno speciale interessamento sulle condizioni ed esigenze dell’ora presente». Al Maffei queste lezioni vennero affidate al professor Floriano Grancelli; la prima si tenne 15 febbraio 1918, mentre il 14 giugno si tenne quella che secondo una circolare di Fajani fu «l’ultima lezione sulla guerra, della quale si riassumerà tutta la nobile e santa poesia».

Come ha scritto Valentina Colombi, quella che si attuò durante la guerra fu

«una prima, compiuta sperimentazione degli strumenti di cui si servirà l’invadenza totalitaria del fascismo per plasmare la scuola di regime. E’ durante la Grande guerra che la scuola inaugura il suo ruolo di ‘fabbrica del consenso’: non si tratta più soltanto di mantenere viva quella subcultura dell’italiano che doti d’una quantità minima di nozioni e di sentimenti comuni il cittadino borghese d’estrazione medio-alta, ma di dare vita ad un’esplicita cultura nazional-patriottica di stampo ideologico, per cui le ragioni – ideologiche, politiche – della patria sono oggetto specifico di lezione, e di apprendimento da parte dello scolaro»[33].

Propaganda italiana sulle violenze commesse dalle truppe austroungariche.  Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/search.html?query=what%3Apropaganda+italiana+prima+guerra+mondiale&rows=24&start=73&qt=false

Propaganda italiana sulle violenze commesse dalle truppe austroungariche.
Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/search.html?query=what%3Apropaganda+italiana+prima+guerra+mondiale&rows=24&start=73&qt=false

Dai banchi alle trincee e allo squadrismo

Una volta iniziato il conflitto nelle scuole italiane iniziarono a comparire i diplomandi che si recavano a sostenere l’esame di maturità già con il grigio-verde del Regio esercito indosso. Giunti al fronte essi continuarono a scrivere a parenti, amici e professori rimasti a scuola, almeno finché una granata o una pallottola austriaca non mettevano fine alle corrispondenze in modo definitivo. Nel 1921 una accurata selezione «patriottica» di questi scritti, corredati dalla biografia dei caduti che li avevano vergati, verrà pubblicata a cura del liceo Maffei nel volume «Nostri eroi». In esso troviamo alcune parole e vicende utili a ricostruire l’orizzonte mentale di molti alunni dell’istituto, un orizzonte in cui «la bella morte» sul campo di battaglia non era più qualcosa da accettare serenamente, bensì da cercare e auspicare come massimo onore. E’ quanto emerge ad esempio dagli scritti del giovanissimo Mario Menini (nato il 27 ottobre 1899). Suo fratello Guido (maggiore di un anno) era caduto sull’Ortigara come ufficiale degli alpini il 22 luglio 1916, dopo aver più volte tentato di arruolarsi ancora minorenne. Rimasto figlio unico Mario si arruolò come ufficiale d’artiglieria e incurante delle preghiere dei genitori si fece destinare alla prima linea, dove cadde il 18 novembre 1917. Prima di morire nel suo memoriale egli scrisse

«Salute ai giovani partenti in uno sfolgorio di sole che li invidia. Che cos’è una simile morte? Spezzato da una granata, ucciso da una pallottola? È l’onore, è la vita».

 Un altro «ragazzo del ‘99» del Maffei, Alfonso Arnier (caduto il 28 ottobre 1918), così commentava in una lettera ad un’amica la morte di un compagno del corso per allievi ufficiali:

«chi sa quanti altri miei compagni sono morti sorridendo in questa battaglia grande e bella nella sua fulminea vittoria!  Mi viene in mente una canzone che si cantava alla scuola di Parma; terminava così: E alla morte sorridenti/ Il nemico ci vedrà»[34].

Sul finire della guerra il presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando vanterà un nuovo primato italiano: quello di aver mandato «fra tutti i popoli combattenti del mondo i più giovani, i più ragazzi al fuoco, al massacro, allo sterminio»[35]. Al liceo Maffei in tutto saranno 89 «i nostri che sull’altare della Patria deposero il fiore dei loro anni belli e promettenti», cioè i caduti tra gli ex-allievi. Principalmente si trattava di ragazzi che avevano frequentato l’istituto negli anni che andavano dal 1907 al 1915. A loro è dedicata «L’Ara Virtutis» inaugurata nel 1921 nel chiostro del liceo; la sua iscrizione recita «QUI DISCEPOLI/ AL FRONTE MAESTRI DI DEVOZIONE ALLA PATRIA/ FINO AL SACRIFICIO SUPREMO»[36].

Ma man mano che il conflitto proseguiva e il numero dei morti aumentava (sarebbero stati in tutto 650.000 i caduti italiani della Grande guerra), più che un incitamento a fare il proprio dovere, la propaganda poteva essere recepita dai ragazzi come esortazione al prossimo «martirio» cui anch’essi sarebbero andati presto incontro. Di qui il verificarsi di episodi di irrequietezza e mancanza di rispetto. D’altronde come imporre la consueta disciplina scolastica a chi si sentiva già destinato a divenire un «martire» della patria? Per gli adolescenti che attendevano di passare dal banco di scuola alla trincea, la morte sul campo di battaglia che i docenti esaltavano nelle lezioni e nelle conferenze, non era solo un’immagine retorica, ma altresì qualcosa che li riguardava direttamente, qualcosa che apparteneva alla loro generazione e la divideva dalla precedente, qualcosa di terribilmente vicino. In un volume pubblicato nell’immediato dopoguerra che raccoglieva i profili di 105 studenti bergamaschi caduti nella Grande guerra possiamo leggere:

«Nel legno del banco c’è ancora inciso il suo nome; quanti di quei questi nomi intagliati con circospezione fra le monotone cadenze d’un verbo greco, quanti ricordano già dei morti gloriosi e sembrano sacre iscrizioni di sepolcro!»[37].

Questo clima di morte incombente e di esaltazione nazionalista avrebbe prodotto frutti amari negli anni successivi. Come potevano adattarsi alla pace quei ragazzi che non avevano partecipato alla guerra, ma che sui banchi di scuola ne avevano appreso quella che Fajani definiva «tutta la nobile e santa poesia»?

 Nel suo diario un giovane squadrista fiorentino, Mario Piazzesi, espresse così lo stato d’animo di chi come lui aveva «mancato» la guerra per motivi anagrafici:

«Bisognava pur scaricare una buona volta, tutto quello che di compresso, si era accumulato in noi, troppo giovani in quegli anni. Tutte quelle Ortigare, gli Adamelli, i Carsi, tutti i Vittorio Veneto, tutto lo spirito della Vittoria che bollivano nelle nostre vene»[38].

Parlare dello squadrismo fascista come di un fenomeno che riguardò unicamente criminali di professione prezzolati o violenti squilibrati segnati dalle esperienze vissute nelle trincee della Grande guerra non aiuta a comprendere il fenomeno. Tra le fila degli squadristi vi erano senza dubbio violenti, criminali e reduci incapaci di reinserirsi nella vita civile; ma vi erano anche giovanissimi che la guerra non l’avevano fatta per motivi anagrafici. Il 43,5% degli squadristi bolognesi ed il 46,7% di quelli fiorentini erano nati tra 1901 e 1906, troppo tardi per partecipare al conflitto mondiale[39]. Si trattava in molti casi di studenti medi e universitari; cioè dei figli del ceto medio italiano.

Anna Kuliscioff, femminista e intellettuale socialista di origini russe, compagna del leader dei socialisti riformisti Filippo Turati, così descriveva un corteo fascista nel centro di Milano nel marzo 1922:

«Il corteo come tale è riuscito grandioso, imponente, ordinato. Vi parteciparono 20-30.000 persone; chi potrebbe valutarne il numero? Tutti quei giovani dai 17 ai 25 anni, gagliardi, agili, bei ragazzi inquadrati militarmente, se non si sapesse a che turpi scopi è rivolta la loro azione, fanno un effetto magnifico di bellezza e di forza»[40].

Come ebbe a scrivere nel 1921 Guido Bergamo, un giovane deputato repubblicano eletto in provincia di Treviso dopo essere stato interventista e ufficiale degli alpini decorato al valore

«E’ sopra tutto fra gli studenti che il fascismo trova le sue reclute. La esaltazione della violenza fatta per dura necessità per tre anni, non poteva non lasciare una profonda impressione nell’animo dei nostri adolescenti, che sono cresciuti con un’idea della guerra tutta speciale, giornalistica diremmo, e colla persuasione di essere chiamati ogni mattina a salvare il paese, marinando la scuola»[41].

Propaganda italiana della Grande guerra. Spie tedesche ovunque!  Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/record/9200198/BibliographicResource_3000052891023_source.html?query=propaganda+italiana+grande+guerra&qt=false

Propaganda italiana della Grande guerra. Spie tedesche ovunque!
Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/record/9200198/BibliographicResource_3000052891023_source.html?query=propaganda+italiana+grande+guerra&qt=false

E oggi?

Nel suo intervento alla Camera dei deputati il 26 maggio 1925 Antonio Gramsci affermò che

«La violenza proletaria è progressiva e non può essere sistematica. La vostra violenza è sistematica sistematicamente arbitraria perché voi rappresentate una minoranza destinata a scomparire»[42].

La sistematica violenza messa in campo dallo squadrismo è stata spesso fatta risalire alle dimensioni degli interessi agrari e industriali insidiati dalle mobilitazioni operaie e bracciantili, alla ferocia dei sicari prezzolati reclutati tra chi non sapeva riadattarsi alla vita civile dopo le sanguinose esperienze delle trincee. Senza dubbio questi sono aspetti fondamentali, ma occorre ricordarne un altro non meno importante: buona parte di coloro che compivano le violenze con cui il fascismo conquistò il potere veniva dai banchi di scuola.

Tra quelli che spararono di notte sulle misere case dei braccianti socialisti nelle campagne emiliane e venete vi erano i figli del ceto medio e della buona borghesia. Tra quelli che trascinarono legati ai camion per le vie di Torino i cadaveri dei metalmeccanici che avevano osato difendersi vi erano ragazzi usciti dalle migliore scuole. Tra quelli che assassinarono senza pietà sindacalisti, sacerdoti e giornalisti vi erano degli studenti modello, la «futura classe dirigente» delle professioni e della cultura.

Senza dubbio la scuola aveva le sue responsabilità in questo. La sua natura di istituzione classista e gerarchica, attraverso la quale la borghesia italiana perpetuava la propria ideologia e la propria cultura (astratta ed idealistica, assolutamente lontana dalla vita concreta della maggioranza della popolazione) l’aveva resa nel corso della Grande guerra il luogo ideale nel quale sperimentare il meccanismo della propaganda di stato finalizzata ad allevare generazioni di futuri soldati pronti al sacrificio per la «Patria». La scuola dunque come laboratorio del totalitarismo, come luogo in cui svolgere una didattica dell’odio, sia contro il nemico «esterno»  (gli austriaci), che quello «interno»  (il movimento operaio).

Alla luce di questo capitolo di certo non luminoso della scuola italiana occorre domandarsi se essa sia oggi realmente uno strumento di contrasto di fenomeni quali la xenofobia, il razzismo ed il nazionalismo. Certo sembra oggi lontano il rischio di una scuola che si fa portatrice di una «verità» di stato nelle sue forme novecentesche, ma non di meno è inevitabile porsi alcuni interrogativi sulle modalità ed i contenuti con cui la scuola italiana trasmette la storia del paese. Il rischio di limitarsi a «svolgere il programma» senza curarsi di affrontare pregiudizi e stereotipi che falsano la nostra percezione del passato è infatti sempre molto forte.

Ad esempio ci curiamo davvero di insegnare che i popoli e le nazioni non sono affatto aggregati «naturali» o «eterni»?

Il concetto di «nazione», così come lo intendiamo oggi, è il frutto di una costruzione politico-ideologica affermatasi a partire dal XIX secolo, e che come ogni altra costruzione umana, così come ha avuto un inizio avrà una fine.

Un’altra domanda che credo sia giusto porsi è: abbiamo chiarito una volta per tutte che la Grande guerra non fu la «Quarta guerra d’Indipendenza»? Mi è capitato purtroppo di vederla definita così sul sito di una scuola. Ma al di là di questo che spero sia caso-limite mi domando se vi è oggi nella scuola italiana una reale consapevolezza del fatto che nel 1915 fu il Regno d’Italia ad attaccare l’Austria-Ungheria e che nel 1918 esso si appropriò di territori solo in parte abitati da popolazioni di lingua italiana. Ci rendiamo pienamente conto di quali furono le conseguenze di questo atto di prepotenza imperialista? La vittoria italiana segnò per le popolazioni di lingua tedesca, croata e slovena non solo l’inizio di una dominazione straniera, ma anche di discriminazioni, violenze, esodi di centinaia di migliaia di persone e persecuzioni che proseguirono (sia pure con modalità più «soft») anche oltre il 1945.

Ed infine possiamo domandarci: abbiamo finalmente superato il ricorrente stereotipo degli «italiani brava gente»? Credo sia necessario premurarsi di ricordare una cifra poco nota della nostra storia, quella delle 350.000 vittime (stimate da fonti italiane) causate dall’aggressione e dalla conquista fascista dell’Etiopia. Così come credo sia doveroso mostrare le foto dei patrioti libici ed abissini impiccati dalle truppe italiane, quelle dei bambini jugoslavi agonizzanti nel lager di Arbe e quelle dei villaggi dati alle fiamme dagli alpini nei Balcani. Istruttivi possono essere anche i santini distribuiti alle truppe italiane in URSS e le pagine di «Famiglia Cristiana» e «Civiltà Cattolica»  che incitavano alla «santa crociata» contro il bolscevismo.

Ma soprattutto credo che sia importante non limitarsi «svolgere il programma» ma a stimolare lo spirito critico degli alunni abituandoli a porsi domande su ciò che solitamente si dà per scontato, ad esempio il concetto di «noi italiani». Penso che chiedere ad una classe cosa significhi per l’appunto appartenere ad una nazione possa provocare le risposte più varie e più contraddittorie. Credo che già questo semplice esercizio possa essere utile a mostrare l’impossibilità di un’identità monolitica, in quanto ogni popolo ed ogni cultura sono inevitabilmente frutto di un’evoluzione storica e di un meticciato. Pertanto il concetto di «Patria» non può essere inteso come un assoluto, come qualcosa di astratto definito una volta per tutte, ma bensì come un concreto insieme di luoghi, culture e persone sottoposto a continue evoluzioni e a continue contaminazioni. Questo insieme composito trova la propria ragion d’essere come struttura politica non dai riferimenti «al sangue e al suolo» o da qualche altra cupa mitologia antistorica, bensì dalla messa in pratica in uno specifico contesto di valori universali condivisibili da tutti gli esseri umani.

 Alcune riflessioni utili per chi volesse approfondire queste tematiche:

Enrica Salvatori. L’invenzione della nazione, un’idea sempre attuale http://www.historycast.net/?p=2303

Wu Ming. Patria e morte, l’italianità dai carbonari a Benigni. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=3496

Propaganda italiana della grande guerra: Il Fascio spazza via il "nemico interno". Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/record/9200198/BibliographicResource_3000052891015_source.html?start=4&query=propaganda+italiana+grande+guerra&startPage=1&qt=false&rows=24

Propaganda italiana della grande guerra: Il Fascio spazza via il “nemico interno”. Immagine tratta il 5.11.2015 dal sito http://www.europeana.eu/portal/record/9200198/BibliographicResource_3000052891015_source.html?start=4&query=propaganda+italiana+grande+guerra&startPage=1&qt=false&rows=24

[1] EMANUELE LUCIANI. Giornalisti in trincea, l’informazione durante la Grande Guerra in una città di retrovia. Verona: Gemma Editco, 2005. P. 20.

[2] EMANUELE LUCIANI. Giornalisti in trincea, l’informazione durante la Grande Guerra in una città di retrovia. Verona: Gemma Editco, 2005. P. 25.

[3] EMANUELE LUCIANI. Giornalisti in trincea, l’informazione durante la Grande Guerra in una città di retrovia. Verona: Gemma Editco, 2005. P.25-35.

[4] EMANUELE LUCIANI. Giornalisti in trincea, l’informazione durante la Grande Guerra in una città di retrovia. Verona: Gemma Editco, 2005. P.59-64.

[5] GIULIA ALBANESE. Le trasformazioni della politica: i giovani e l’interventismo nell’Italia del 1915. In «Volontari italiani nella Grande Guerra», a cura di Fabrizio Rasera e Camillo Zadra, p.73-80. Rovereto (Tn): Museo Storico Italiano della Guerra, 2008. P. 76.

[6] NICOLA D’AMICO. Storia e storie della scuola italiana, dalle origini ai giorni nostri. Bologna: Zanichelli, 2010. P. 56 e 203.

[7] Archivio storico del Ginnasio Liceo «Scipione Maffei», Verona.  REG. 22, a. s. 1913-1914, classe 4° ginnasiale sez. A. Alunno Giuseppe Ferrandi.

[8] Archivio storico del Ginnasio Liceo «Scipione Maffei», Verona.  REG. 28, a. s. 1915-1916, classe 1° liceale sez. A. Alunno Giuseppe Ferrandi.

[9] Dal testo del Regio Decreto del 13 novembre 1859. Consultato il 29.10.2015 sul sito http://www.sintesidialettica.it/pedagogia/documenti/legge_casati.pdf .

[10] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 52. 

[11] NICOLA D’AMICO. Storia e storie della scuola italiana, dalle origini ai giorni nostri. Bologna: Zanichelli, 2010. P. 125.

[12] Archivio Storico dell’Università di Bologna, Fascicoli degli studenti, Fascicolo 7013: Giuseppe Ferrandi, Certificato di licenza liceale classica  rilasciata il 24.10.1917 dal Ginnasio Liceo «Scipione Maffei» di Verona.

[13] Il R. Liceo Ginnasio «Scipione Maffei» di Verona.  Annuario 1924-25, con notizie di anni precedenti. Verona : Bettinelli 1925. P. 37.

[14] Il R. Liceo Ginnasio «Scipione Maffei» di Verona.  Annuario 1924-25, con notizie di anni precedenti. Verona : Bettinelli 1925. P. 84.

[15] Storia. Dal sito del Liceo Maffei http://www.liceomaffeivr.it/sito/index.php?option=com_content&view=article&id=50&Itemid=62 consultato il giorno 15.3.2013.

[16] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 50-51. 

[17] Il R. Liceo Ginnasio «Scipione Maffei» di Verona.  Annuario 1924-25, con notizie di anni precedenti. Verona : Bettinelli 1925. P. 85.

[18] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 52. 

[19] MARIO ISNENGHI e GIORGIO ROCHAT. La Grande Guerra, 1914-1918. Milano: Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia, 2000. P. 445 e 460.

[20] QUINTO ANTONELLI. In questa parte estrema d’Italia: il Ginnasio Liceo di Rovereto (1672-1945). Rovereto: Nicolodi, 2003.

[21] NICOLA D’AMICO. Storia e storie della scuola italiana, dalle origini ai giorni nostri. Bologna: Zanichelli, 2010. P. 159.

[22] Il R. Liceo Ginnasio «Scipione Maffei» di Verona.  Annuario 1924-25, con notizie di anni precedenti. Verona : Bettinelli 1925. P. 90.

[23] VALENTINA COLOMBI. Vita di scuola, venti di guerra. Patria e nazione al liceo «Sarpi» di Bergamo durante il primo conflitto mondiale. In «Studi e ricerche di storia contemporanea», A. 35 N. 66 (P. 5-28) e A. 36 N. 67 (P. 41-54). Bergamo: Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, dicembre 2006. P. 6.

[24] R. LICEO GINNASIO SCIPIONE MAFFEI. Nostri eroi. Verona: Mondadori, 1921. P.20-21.

[25] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 49. 

[26] GIULIA ALBANESE. Le trasformazioni della politica: i giovani e l’interventismo nell’Italia del 1915. In «Volontari italiani nella Grande Guerra», a cura di Fabrizio Rasera e Camillo Zadra, p.73-80. Rovereto (Tn): Museo Storico Italiano della Guerra, 2008. P.79.

[27] EMANUELE LUCIANI. Gli ultimi cent’anni. In,«Annuario 1993». Verona: Liceo Ginnasio «Scipione Maffei», 1993. P.11.

[28] EMANUELE LUCIANI. Gli ultimi cent’anni. In, «Annuario 1993». Verona: Liceo Ginnasio «Scipione Maffei», 1993. P.11-12.

[29] Enrico Sicher. Verona: Comitato per le Onoranze, 1917. P. 25.

[30] Casimiro Adami. Letterato – archeologo – educatore. Verona: Linotipia veronese Ghidini e Fiorini, 1961. P.5-6.

[31] VALENTINA COLOMBI. Vita di scuola, venti di guerra. Patria e nazione al liceo «Sarpi» di Bergamo durante il primo conflitto mondiale. In «Studi e ricerche di storia contemporanea», A. 35 N. 66 (P. 5-28) e A. 36 N. 67 (P. 41-54). Bergamo: Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, dicembre 2006. P. 14.

[32] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 50.

[33]  VALENTINA COLOMBI. Vita di scuola, venti di guerra. Patria e nazione al liceo «Sarpi» di Bergamo durante il primo conflitto mondiale. In «Studi e ricerche di storia contemporanea», A. 35 N. 66 (P. 5-28) e A. 36 N. 67 (P. 41-54). Bergamo: Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, dicembre 2006. P. 22.

[34] R. LICEO GINNASIO SCIPIONE MAFFEI. Nostri eroi. Verona: Mondadori, 1921. P.131 e 187.

[35] PIERO DEL NEGRO. L’esercito italiano, i volontari e i giovani nella Grande Guerra. In «Volontari italiani nella Grande Guerra», a cura di Fabrizio Rasera e Camillo Zadra, p. 5-44. Rovereto (Tn): Museo Storico Italiano della Guerra, 2008. P.24.

[36] GIULIO MODENA. La Grande Guerra e il primo dopoguerra. In «Bicentenario Liceo Scipione Maffei: milleottocentosette – duemilasette», a cura di Francesco Butturini. Vol I, p. 49-56. Verona: Liceo «Scipione Maffei », 2007. P. 53. Vedi anche R. LICEO GINNASIO SCIPIONE MAFFEI. Nostri eroi. Verona: Mondadori, 1921. P.8-9.101.

[37] [37] VALENTINA COLOMBI. Vita di scuola, venti di guerra. Patria e nazione al liceo «Sarpi» di Bergamo durante il primo conflitto mondiale. In «Studi e ricerche di storia contemporanea», A. 35 N. 66 (P. 5-28) e A. 36 N. 67 (P. 41-54). Bergamo: Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, dicembre 2006.  P. 49.

[38] MILAN MATTEO. L’essenza del fascismo: la parabola dello squadrismo tra terrorismo e normalizzazione. Università degli studi di Padova, Dipartimento di Storia. Tesi di Dottorato in scienze storiche, 2011. P. 85-86.

[39] SVEN REICHARDT. Camice nere, camicie brune. Milizie fasciste in Italia e in Germania. Bologna: Il Mulino, 2002. P.217-218.

[40] ROBERTO VIVARELLI. Storia delle origini del fascismo, l’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma. Vol. III. Bologna: Il Mulino, 2012. P.395.

[41] GUIDO BERGAMO. Il fascismo visto da un repubblicano. Vol III della collana «Il fascismo e i partiti politici». Diretta da Rodolfo Mondolfo. Bologna – Rocca S. Casciano – Trieste: Biblioteca di studi sociali, 1921. P. 13.

[42] Atti parlamentari Camera dei Deputati – Legislatura XXVII – Prima sessione – 26 maggio 1925. Consultata il 26.10.2015 sul sito http://storia.camera.it/regno/lavori/leg27/sed087.pdf .

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