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Residente non cittadina #3

Foreign Fighters

Dall’Albania al “Califfato”

Di Dorina Lile

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La convivenza inter religiosa da secoli presente nella cultura albanese  

L’autrice di questa rubrica è una giovane donna immigrata, vive in Italia da circa 12 anni ma ancora non ha ottenuto la cittadinanza italiana. Il titolo della rubrica rimanda appunto a questo stato in cui vivono centinaia di migliaia di persone che da anni risiedono in Italia. Persone che lavorano, studiano e pagano le tasse, sempre però rimando esclusi dai diritti assicurati dalla cittadinanza. Persone che anche quando non subiscono gli aspetti più drammatici del fenomeno migratorio vivono comunque sulla propria pelle tutte le contraddizioni figlie della distinzione tra i diritti «dell’uomo» e quelli del «cittadino».

Le puntate precedenti qui

In questi giorni ho visto in tv diversi servizi riguardanti i Foreign Fighters, uomini e più spesso ragazzi che hanno lasciato l’Europa per arruolarsi tra i tagliagole dell’ISIS. Molti di loro sono albanesi kosovari.

Non mi sono sorpresa più di tanto.

L’apertura delle frontiere in Albania nel 1990, ha avuto un significato non indifferente per il mio popolo. Ha significato poter viaggiare nel mondo, conoscere nuove culture, nuovi popoli. Una nazione che si rinchiude in se stessa ha tutto da perdere, anche quando riesce (faticosamente) a reggersi nell’ autosufficienza economica sopportando le condizioni di miseria che abbiamo provato noi durante il regime di Hoxha.

Quando nel 1990 furono aperte le frontiere dell’Albania nel paese entrò anche la religione dopo 40 anni di ateismo di stato. La chiesa ortodossa reclamava il sud dell’Albania (storicamente ortodosso), il Vaticano il nord (storicamente cattolico) e l’islam il centro. Portavano aiuti alle famiglie, cibo, vestiario, semi per la terra.

Aiutavano i giovani a costruire un futuro migliore, cercavano per loro borse di studio e li aiutavano ad andare all’estero a studiare. Lo facevano le chiese e anche le moschee.

Ma in alcune moschee questo serviva a preparare un tipo di indottrinamento fondamentalista.

Naturalmente non voglio generalizzare, ma questa è la mia esperienza personale, quello che ho visto con i miei occhi nel mio paese, vicino a Tirana.

Io in Albania ho visto un vero e proprio lavaggio del cervello da parte di molti imam. Il modo in cui hanno iniziato è stato molto subdolo dal mio punto di vista. Hanno cominciato trovando per i ragazzi (solo maschi) delle borse di studio per studiare il Corano in Arabia Saudita o altre petro-monarchie del Golfo Persico. Alcuni di loro una volta là hanno cambiato percorso di studio e hanno studiato quello che volevano. Gli altri però hanno studiato religione, quella estremista, quella che non accetta il diverso.

Questi ragazzi sono tornati in Albania e hanno inquinato l’islam albanese, prima aperto e tollerante, con il loro fondamentalismo. Lo hanno reso chiuso al confronto, lo hanno reso violento. Hanno obbligato l’uomo a portare la barba lunga e hanno obbligato la donna a mettere il velo nero integrale. Li hanno obbligati a rinunciare a studiare in un istituto laico statale e a preferire una scuola religiosa.

Nel 2006 diversi ragazzi e ragazze vennero cacciati dall’Università di Durazzo per essere andati in un luogo laico con chiari simboli religiosi, quali il velo integrale le ragazze e barba lunga i maschi. È stata senza dubbio una scelta discutibile quella di cacciare dei ragazzi a motivo della loro fede. Ma occorre ricordare che in Albania abbiamo sempre avuto un Islam simile a quello che vigeva nella Turchia kemalista, un islam molto moderato. Anche lo stato, già prima del comunismo ed anche dopo, è sempre stato laico. Nel mio paese natale da secoli convivono tre differenti fedi religiose e il mio popolo considera la laicità dello stato sacra quanto la religione stessa.

Per questo gli albanesi che partono per unirsi ai terroristi in Medio Oriente o progettano attentati in Europa rappresentano una rottura sia rispetto alle tradizioni dell’Islam albanese che rispetto alla storia del nostro paese nel suo complesso. La loro esistenza ci mostra anche quanto è facile diffondere l’odio ed il fanatismo religioso attraverso una rete internazionale di propagandisti al servizio di regimi teocratici che si proclamano «amici e alleati dell’occidente».

Il reclutamento dei giovani kossovari come combattenti dell’ISIS è soprattutto colpa di uno stato che non è stato davvero in grado di impedire questa infiltrazione che ha inquinato l’Islam albanese e messo in discussione la laicità del mio paese natale.

Spero che tutta Europa impari dalle nostre vicende cosa si nasconde dietro «l’amicizia» di regimi dispotici che usano l’Islam per i propri scopi politici.

Per approfondire il legame tra la diffusione dell’estremismo religioso nei Balcani e il ruolo del’Arabia Saudita e delle altre petromonarchie vedi l’ articolo:

Paolo Fantauzzi. I nuovi Jihadisti vengono dal Kosovo, le esecuzioni postate su Facebook. In «L’Espresso» dell’1.12.2015.

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