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Perché questo blog?

«Perché è importante insegnare storia a scuola?», «perché tenere aperti i musei?». Provate a porre queste domande a chi vi sta intorno (agli esseri pensanti intendo, non a chi vi risponde «sarebbe meglio insegnare cose più utili tipo il trading finanziario») e collezionate le risposte. In molti vi diranno che si insegna storia e si tengono aperti i musei per far si che le persone conoscano ciò che è avvenuto nel passato. Qualcuno aggiungerà che la conoscenza degli eventi che ci hanno preceduto aiuta a capire il presente e i più ottimisti auspicheranno che la società possa imparare attraverso lo studio della storia come evitare errori commessi nei decenni e nei secoli passati.

Quasi nessuno coglierà un aspetto che dovrebbe essere quasi ovvio: si insegna storia per educare come rapportarsi con le storie che ci toccano da vicino. Apprendere nozioni sul passato può sembrarci di per sé importante, ma ancora più importante è acquisire l’abitudine all’approccio critico nei confronti delle storie con cui quotidianamente veniamo in contatto e alle quali conformiamo la nostra visione del mondo e le nostre azioni.

Se fino a pochi anni fa si dibatteva della parzialità e della superficialità dei mass media, oggi balzano alla ribalta le bufale che si moltiplicano sui social media. Sono sempre di più le persone che si informano quasi esclusivamente attraverso Facebook e Twitter, attingendo ad una comunicazione fatta sostanzialmente di slogan. Le scie chimiche, i sussidi d’oro agli immigrati, i complotti degli «Illuminati»  e delle case farmaceutiche sono solo i più grossolani esempi di mostri narrativi prodotti dall’incapacità di vagliare razionalmente l’attendibilità della miriade di informazioni che ogni giorno ci raggiunge. Senza dimenticare che ancor più pericolose, perché più subdole, sono quelle narrazioni ammantate di un’aurea di «imparzialità» e «concretezza» che vengono credute senza riserve da milioni di persone e che contribuiscono a diffondere l’odio, la paura del diverso e a ribadire subalternità sociali e di genere.

Occorre guardare in faccia la realtà: siamo alle prese con un’emergenza educativa paragonabile a quella costituita dall’analfabetismo nell’Italia post-unitaria. Le persone si trovano a vivere in un mondo sempre più complesso ma ne acquisiscono conoscenza attraverso una comunicazione sempre più semplificata. Questa forzata semplificazione della realtà atrofizza le capacità critiche ed impedisce di immaginare alternative possibili all’esistente, creando di fatto forme di subalternità in tutto e per tutto paragonabili all’analfabetismo.

Mai come ora è stato importante difendere la complessità dell’esistente da chi vorrebbe cancellarla. Uno dei modi per farlo consiste nel diffondere il più possibile le competenze che consentono di sottoporre ad un vaglio critico le narrazioni con cui veniamo in contatto.

Come ha scritto (qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1480 ) Wu Ming 2, uno degli autori di Q, Manituana e L’Armata dei sonnambuli:

«le neuroscienze hanno dimostrato che il nostro cervello interpreta la realtà attraverso schemi narrativi, e in fondo l’unico modo che abbiamo per far parlare i fatti è quello di raccontarli e connetterli in un’unica trama. Le storie sono un nutrimento indispensabile per la nostra specie, sembra impossibile farne indigestione. Certo tra istant fictioninfotainement e gialli da prima serata, le buone storie sono sempre più assediate da quintali di monnezza narrativa. L’unica soluzione è munirsi di guanti, naso fino e competenze per distinguere i rifiuti tossici dal cibo commestibile. In altre parole: diventare tutti cantastorie, artigiani dello storytelling, bricoleur dell’immaginario».

Abbiamo deciso di dar vita a questo blog proprio perché pensiamo che  l’insegnamento della storia attraverso le scuole ed i musei possa trasmettere le competenze utili per diventare «bricoleur dell’immaginario»,  anziché disciplinati e ubbidienti pappagallini che ripetono a memoria una lezioncina (magari «democratica e progressista»), in attesa di resettare il proprio cervello appena finita l’interrogazione o il compito in classe.

Da decenni ormai si sperimentano modalità di studio della storia basate non più sull’insegnamento di una conoscenza che si prende imparziale (nessuna narrazione può esserlo), bensì sulla trasmissione di competenze grazie ad attività che prevedono un ruolo attivo dello studente.

Ciò che occorre fare è passare dall’eccezione alla regola, dalla sperimentazione alla prassi comune unificando gli sforzi che ciascuno di noi ha fin ora compiuto individualmente o con piccoli gruppi di colleghi nelle scuole e nei musei.

Questo vorrebbe essere uno spazio aperto in primo luogo ad insegnanti ed operatori museali, ma anche a tutti gli interessati (in primis studenti e genitori). Uno spazio in cui scambiarsi idee, pratiche, esperienze e risorse per svolgere al meglio il nostro lavoro, per svolgerlo con dignità, cioè come momento di liberazione e non di alienazione. Per fare ciò è indispensabile iniziare ad essere noi a fissare le nostre priorità e i nostri obiettivi.

Tutti i giorni ci vengono indicati da esperti, amministratori e dirigenti degli obiettivi, più o meno sensati, tutti però calati dal’alto. È arrivato il momento di provare a darci noi stessi le nostre priorità e di perseguirle per quanto ci è possibile nel nostro lavoro quotidiano.

L’obiettivo ultimo che muove la nostra azione è quello di far si che lo studio della storia diventi uno degli strumenti tramite cui acquisire la consapevolezza della complessità dell’esistente e le capacità necessarie a rapportarsi in maniera critica con questa complessità.

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